Diritto internazionale dei diritti umani e dei conflitti armati: guerra e pace
Gli Stati Uniti ed il mantenimento della pace: dalla Guerra del Golfo all'intervento in Somalia :: Studi per la pace  
Studi per la pace - home
ultimo aggiornamento: 12.03.2008
   
Studi per la pace - home
Centro studi indipendente di diritto internazionale dei diritti umani e dei conflitti armati - Direttore: Avv. Nicola Canestrini
Conflitti armati Conflitti interni Diritto bellico Diritto internazionale Europa Giurisdizioni internazionali Terrorismo
 
Diritto internazionale
Peacekeeping Operations
Il divieto internazionale di tratta degli esseri umani
Diritto alla pace e diritti umani
Nazionalità, Cittadinanza e Diritti Umani. La molteplicità dei Dèmoi
The Role of the Media in the Planning and Conduct of Strategic Operations with Reference to the Gulf War 1991 and the Bosnian War 1992-95
Sovranità, diritti umani e uso della forza: l'intervento armato "umanitario"
Nuovi studi per la pace e servizio civile
Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969
Le operazioni delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace
Definition of Aggression - G.A. resolution 3314 (XXIX), 1974
Convenzione sui diritti dell'infanzia
Principi di diritto internazionale concernenti le relazioni amichevoli e la cooperazione tra gli Stati
Diritti umani e diritti fondamentali fra tutela costituzionale e tutela sovranazionale:il diritto ad un ambiente salubre
Dichiarazione N.U. di Vienna e programma d'azione
Protocollo opzionale alla Convenzione contro la tortura di New York del 1984 (en)
Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli
Carta araba dei diritti dell'uomo
Dichiarazione del Cairo sui diritti umani nell'Islam
Risoluzione 177 (II) Assemblea Generale delle N.U.
"Uniting for peace" G.A. Resolution 377 (V) 1950
"Essentials of peace" G.A. Resolution 290 (IV) 1949
Protocollo opzionale sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati
Legal status of human shields
Antica Babilonia - Partecipazione italiana al conflitto iracheno
La dottrina Bush. Un'analisi storica e critica
Guerra e Costituzione. Alla prova dei fatti
L'uso della forza contro gli "stati canaglia": il diritto internazionale dopo l'11 settembre
Convenzione per la Prevenzione e la Repressione del Delitto di Genocidio (1948)
Il caso Iraq e il diritto internazionale: uso della forza e giustificazione dell'illecito
La tratta di persone nel diritto internazionale
Ong in guerra. Appunti per una critica all'umanitario
Crimini di guerra e crimini contro l'umanità nel diritto internazionale penale.
Il ruolo delle ONG nei trattati per i diritti dell'uomo
La prevenzione dei conflitti. Il ruolo della comunità internazionale nella prevenzione dei conflitti nell'era post Guerra Fredda
Il sistema di garanzia dei diritti umani delle Nazioni Unite
La dichiarazione universale dei diritti umani
I principi generali di diritto e le cause di giustificazione nel diritto internazionale penale: influssi e reflussi fra ordinamento internazionale e ordinamenti interni
Rapporto Annuale 2006 di Amnesty International - estratto sull'Italia
Rapporto sui diritti globali 2006
Istituzioni italiane, guerra e Costituzione: la prassi
Guerra e attuazione della Costituzione
Il valore costituzionale della pace e il divieto della guerra
Diritto internazionale ed uso della forza
La riforma delle Nazioni Unite: Europa e Stati Uniti a confronto
Diritti umani. Un approccio normativo per una questione di giustizia globale
Caschi Blu: costretti all'impotenza
La tortura nel diritto penale americano di guerra
La mutilazione genitale femminile
La "legge Consolo" 7/2006 per la prevenzione ed il divieto della mutilazione genitale femminile
Moratoria ONU contro la pena di morte
Aspetti evolutivi del principio di autodeterminazione dei popoli
La legge Consolo per la prevenzione ed il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile
Carta di Algeri: Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli.
L'intervento umanitario nel diritto internazionale
Bill of rights: carta dei diritti del 1689
Ripensando i diritti umani
L'asilo tra diritto internazionale e diritto interno
La repressione della violazione dei diritti umani nei conflitti armati
I crimini sessuali come crimini di diritto internazionale
Déclaration des droits de l'homme et du citoyen (Dichiarazione dei diritti dell'Uomo e del Cittadino)
Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo
La Carta delle Nazioni Unite e il trattato Nato
Armi chimiche e libera manifestazione del pensiero: l'uso del gas lacromogeno CS durante le giornate del g8 a Genova 2001
Il genocidio
Diritti umani e guerra
I diritti umani nelle relazioni internazionali tra gli Stati
Gli istituti italiani di ricerca e di studi per la pace
Comunità degli stati indipendenti, Nazioni Unite, mantenimento della pace
Il crimine di genocidio e la sua repressione ad opera dei tribunali penali internazionali
Carta delle Nazioni Unite
Diritti umani e legge dei popoli
L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)
Uso della forza armata a fini diversi dalla legittima difesa
L'origine delle Nazioni Unite e il suo ruolo nel Sistema Giuridico Internazionale
Intervento umanitario
I Diritti Fondamentali nella Costituzione Irlandese
Justicia, tierra y libertad. Terra e diritto in Chiapas
Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti
Divieto di tortura, ordinamento italiano e obblighi internazionali
La minaccia nucleare ed i movimenti per la pace
 
Diritto internazionale Hits: 3178 
Pax americana D.ssa Michela Zanobini
 
Versione integrale

844.1 kB
Gli Stati Uniti ed il mantenimento della pace: dalla Guerra del Golfo all'intervento in Somalia
Tesi di laurea

UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI FIRENZE
FACOLTA' DI SCIENZE POLITICHE
CORSO DI LAUREA IN SCIENZE POLITICHE
Tesi di Laurea in STORIA DELLE ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI

Relatore
Ch.ma Professoressa
Elena Calandri

Anno Accademico 2004/2005

Pubblicazioni
Centro italiano Studi per la pace
www.studiperlapace.it - no ©
Documento aggiornato al: 2005

 
Sommario

Partendo dalla guerra del Golfo, l'analisi ripercorre le riforme compiute prima da Bush e poi da Clinton riguardo la partecipazione al peacekeeping e si sofferma sull'intervento in Somalia che costituì la prima crisi che, dopo l'Iraq, richiamò la maggiore attenzione internazionale e rimise in gioco la disponibilità degli Stati Uniti ad intervenire in modo diretto.

 
Indice dei contenuti
 
Introduzione

I. L'aumento della fiducia riposta nell'ONU in seguito alla guerra del Golfo.

1. L'ONU e il sistema di sicurezza dopo la fine della guerra fredda.

1.1. I teatri della nuova apparente cooperazione.

2. Tra Nuovo Ordine Mondiale e "Pax Americana": la Guerra del Golfo.

2.1. La crisi irachena.
2.2. Il primo test del Nuovo Ordine Mondiale: elementi di multilateralità e di legalità.
2.3. Un'applicazione della Dottrina Weinberger: elementi di unilateralità e di ambiguità.
2.4. L'Operazione Provide Confort.


3. Gli Stati Uniti: un impero esitante più che un impero dominante.

3.1. Il primato americano.
3.2. La crisi economica agli inizi degli anni '90.
3.3. Il ridimensionamento dell'apparato militare.
3.4. Il Summit del Consiglio di Sicurezza e l'opposizione di Dick Cheney.



II. La prima riforma delle operazioni di pace: tra pratica e teoria.

1. L'Agenda for Peace.

1.1. Il riformismo del nuovo Segretario Generale.
1.2. L'esigenza di apportare modifiche al sistema di mantenimento della pace.
1.3. Le novità dell'Agenda for Peace.


2. La reazione americana all'Agenda for Peace.

3. L'Operazione in Somalia e l'amministrazione Bush.

3.1. La situazione in Somalia e la percezione americana della crisi.
3.2. Le reazioni americane alle prime iniziative dell'ONU.
3.3. La fase preparatoria dell'intervento militare americano.



III. L'amministrazione Clinton: tra la riforma del peacekeeping e la Somalia.

1. La continuità tra Bush e Clinton nella gestione della Restore Hope.

1.1. L'autonomia di Mogadiscio e l'approccio politico di Oakley.
1.2. La nuova percezione americana della crisi somala.
1.3. L'indifferenza iniziale dell'amministrazione Clinton e la "strategia di uscita".


2. La fase preparatoria della UNOSOM II: "un laboratorio dell'assertive multilateralism".

2.1. La formulazione dell'assertive multilateralism.
2.2. La risoluzione 814 segna una prima svolta della politica di Clinton nei confronti della Somalia.
2.3. L'apice dell'assertive multilateralism: la prima versione del PDD.


3. Verso la guerra umanitaria.

3.1. La deriva militare dell'UNOSOM.
3.2. Gli Stati Uniti e il nuovo dibattito sulla Somalia.


4. La ritirata dal multilateralismo.

4.1. Gli scontri del 3 ottobre: la reazione del Congresso
dell'opinione pubblica e dell'amministrazione.
4.2. Il nuovo corso della politica americana in Somalia.
4.3. Dalla quarta conferenza umanitaria del 29 Novembre 1993
al ritiro del 31 Marzo 1994
4.4. Le conseguenze dell'esperienza somala sulla politica
multilaterale americana e sul peacekeeping delle Nazioni Unite.


Conclusioni
 
Abstract
 

Introduzione

A seguito della fine della guerra fredda il sistema di mantenimento della pace delle Nazioni Unite fu oggetto di una maggiore attenzione da parte della comunità internazionale: la prima riforma delle operazioni di pace compiuta dal Segretario Generale Boutros Ghali fu insieme una conseguenza diretta della necessità di adeguare gli strumenti delle Nazioni Unite alle nuove sfide e del clima di ottimismo e di fiducia creatosi nella comunità internazionale alla fine del conflitto bipolare.

Il ruolo degli Stati Uniti, potenza superstite o vincitrice della guerra fredda, fu determinante nella promozione e nei risultati di tale processo, data anche la consapevolezza e la volontà americane di dover rinnovare il proprio status di superpotenza mondiale ricercando una posizione intermedia tra una tendenza missionaria e globalistica alla Wilson e una isolazionista e realista alla Kissinger.

L'ottimismo dimostrato per la costituzione di un nuovo sistema delle relazioni internazionali, per l'attuazione dei principi della Carta delle Nazioni Unite e infine per la partecipazione degli Stati Uniti al raggiungimento di questi obbiettivi venne smentito dagli eventi che si verificarono nel corso degli anni '90. Il susseguirsi tra il 1989 e il 1998 di novantadue guerre civili che causarono 5 milioni di vittime e 20 milioni di rifugiati e le conclusioni raggiunte nel 2000 da parte del Comitato Brahimi nelle quali vennero identificate le stesse carenze del sistema del mantenimento della pace individuate otto anni prima dall'Agenda for Peace, non possono che confermare un funzionamento sbagliato del sistema posto a garanzia della pace e della sicurezza internazionale.

Non potendo in tale occasione ripercorrere il cursus degli eventi che portarono nel 2000 a trarre le stesse conclusioni del 1992, l'analisi di questo lavoro è stata circoscritta ad un periodo di tempo più breve che spazia dal gennaio del 1991 al maggio del 1994, ritenuto sufficiente per individuare le responsabilità maggiori del fallimento della prima riforma delle operazioni di pace.

La concentrazione dell'attenzione sull'analisi della posizione americana rispetto al peacekeeping adottata nel corso di questo triennio è stata un tentativo di verificare se i fallimenti della nuova riforma di Boutros Ghali potessero essere direttamente ed esclusivamente riconducibili alle numerose oscillazioni e alternanze che hanno caratterizzato la politica dell'ultimo anno dell'amministrazione Bush e dei primi due anni dell'amministrazione Clinton.

La motivazione che ha portato a formulare questa supposizione iniziale è scaturita dalla constatazione di una inedita propensione americana a rinnovare il rapporto con le Nazioni Unite, ad adottare una politica improntata al multilateralismo ed infine ad intervenire in situazioni di crisi internazionali secondo parametri diversi da quelli seguiti fino a quel momento.

Partendo dalla guerra del Golfo, considerata l'origine di questa propensione americana, l'analisi ripercorre le riforme compiute prima da Bush e poi da Clinton riguardo la partecipazione al peacekeeping e si sofferma sull'intervento in Somalia che costituì la prima crisi che, dopo l'Iraq, richiamò la maggiore attenzione internazionale e rimise in gioco la disponibilità degli Stati Uniti ad intervenire in modo diretto.

Suddivisa in tre capitoli tale analisi affronterà in un primo momento la problematica di un eventuale ruolo svolto dalla guerra del Golfo nella formulazione della nuova dottrina americana del peacekeeping: sebbene l'intervento in Iraq non abbia rappresentato una testimonianza né delle nuove aspettative della comunità internazionale, né della nuova propensione americana, si è posta la questione se il suo successo abbia costituito una delle cause principali del nuovo atteggiamento degli Stati Uniti o se sia servito soltanto a mettere in evidenza la contrapposizione tra la leadership della superpotenza e i limiti delle Nazioni Unite.

Sulla scia del successo in Iraq e della pubblicazione dell'Agenda for Peace nel secondo capitolo verrà analizzato il processo che portò alla stesura del primo documento americano relativo al sostegno e al coinvolgimento nelle operazioni di pace dell'ONU: l'obbiettivo sarà quello di approfondire i termini della reazione degli Stati Uniti alla riforma di Boutros Ghali e la reale disponibilità a conformarsi, sia a livello dottrinale che a livello operativo, ad una serie di principi difficilmente accettabili dalla tradizione americana. La decisione dell'intervento militare in Somalia per far fronte alla crisi umanitaria permetterà di mettere a confronto le evoluzioni compiute rispetto all'intervento del Golfo con la persistenza di una certa unilateralità che caratterizzò il processo decisionale che precedette l'avvio della Restore Hope, lasciando aperta la questione se i passi compiuti dall'amministrazione Bush verso un'ottica più multilaterale furono l'inizio di una svolta decisiva o se furono soltanto diretti a compiere un'impresa che avrebbe permesso agli Stati Uniti di ottenere un grande successo d'immagine a bassi costi e al presidente Bush di passare alla storia come "a man of peace".

L'ultimo capitolo si proporrà di analizzare la riforma del peacekeeping compiuta dall'amministrazione Clinton, parallela al primo coinvolgimento militare degli Stati Uniti in un'operazione delle Nazioni Unite condotta nell'ambito del capitolo VII.

Le numerose questioni che si presenteranno nell'ultimo capitolo verteranno in primo luogo su quella del passaggio da un'amministrazione repubblicana ad una democratica e di un eventuale cambiamento nella conduzione della Restore Hope; in secondo luogo si cercherà di capire se la rivoluzione dell'assertive multilateralism operata da Clinton sia stata un tentativo di concretizzare un nuovo sistema internazionale sulla scia del Nuovo Ordine Mondiale di Bush o se invece sia stata una scelta di politica estera dettata più da esigenze di politica interna; infine si analizzeranno i motivi che portarono ad abbandonare la strategia dell'assertive multilateralism, proponendosi di comprendere se tale scelta sia stata causata dall'evoluzione della situazione in Somalia, dalle critiche interne all'amministrazione o da entrambe.

La scelta dell'operazione in Somalia per spiegare l'evoluzione della politica americana è stata fatta in funzione del carattere di unicità che ha acquisito fin dall'inizio l'intervento: la caduta dello stato somalo, il conflitto interno, il dramma umanitario, il nuovo uso della forza da parte delle Nazioni Unite, la mancanza di interessi strategici americani e la partecipazione militare americana rappresentarono tutti fattori la cui concomitanza contribuì a rendere la crisi somala un "caso unico".

Il fallimento dell'intervento in Somalia fece nuovamente riflettere Washington sugli oneri di una responsabilità globale e sui rapporti con le organizzazioni internazionali, segnando allo stesso tempo un punto di arresto del processo di riforma iniziato da Boutros Ghali: definire se gli Stati Uniti abbiano avuto, relativamente alla crisi somala, la responsabilità del fallimento dell'attuazione di alcune proposte dell'Agenda for Peace o se invece si debbano ricercare altre cause in grado di motivare questo insuccesso sarà la domanda principale alla quale tenteremo di dare risposta.

***

Conclusioni

Le crisi internazionali che si sono verificate nella prima metà degli anni '90 hanno messo chiaramente in evidenza la precarietà del funzionamento del sistema posto a garanzia della pace internazionale e la necessità urgente di apportare nuove modifiche radicali, dopo però aver preso coscienza che le operazioni di pace sono più di un semplice palliativo e di un semplice tributo, praticamente inutile, ma moralmente inevitabile, che gli stati pagano controvoglia ed esponendosi il meno possibile. Si tratta della stessa convinzione che sembrava la comunità internazionale avesse assunto all'inizio degli anni '90 con la dimostrazione dell'entusiasmo per un nuovo sistema delle relazioni internazionali, con la fiducia riposta nelle Nazioni Unite e con l'ottimismo per una nuova cooperazione tra queste e la potenza americana.

Aver scelto di collocare sullo sfondo di questa analisi la crisi della Somalia per dimostrare i fallimenti della riforma del peacekeeping che seguì questo slancio di entusiasmo della comunità internazionale e per individuarne i responsabili non è stato motivato da ragioni esclusivamente cronologiche o dalla maggiore gravità della crisi somala rispetto, ad esempio, a quella dei Balcani, rivelatasi altrettanto drammatica e complessa: il motivo principale di questa scelta è stato il carattere di unicità della crisi stessa (basti pensare alla presenza di un failed state o alle dimensioni della tragedia umanitaria), ma soprattutto il carattere di eccezionalità che l'intervento ha acquisito allo stesso tempo per le Nazioni Unite e per gli Stati Uniti.

Come si è visto nel corso della trattazione la Somalia ha rappresentato contemporaneamente il primo intervento di peace enforcement della storia delle Nazioni Unite e la prima occasione in cui gli Stati Uniti sono stati coinvolti a livello militare in un'operazione di tal genere. Per comprendere come gli Stati Uniti abbiano deciso di partecipare alla prima concretizzazione del capitolo IV dell'Agenda for Peace e se si debba loro attribuire la responsabilità del suo fallimento è stato ripercorso il processo, iniziato con la guerra del Golfo, durante il quale si è formata la nuova propensione americana verso un maggior coinvolgimento multilaterale per la garanzia della pace internazionale.

La conclusione alla quale siamo giunti è che gli Stati Uniti abbiano avuto una grande responsabilità in questo fallimento, ma che il mancato conseguimento dei risultati auspicati non sia loro esclusivamente imputabile.

La responsabilità che si può attribuire agli Stati Uniti riguarda le numerose oscillazioni che la politica americana ha compiuto nel corso di questi tre anni e che, pur facendo notevoli passi in avanti, a conclusione di detto periodo si è ritrovata al punto di partenza del novembre del 1992. Come si è avuto modo di dimostrare nell'ultimo capitolo i parametri del PDD 25 di Clinton finalizzati ad una maggiore selettività del peacekeeping non si discostano di molto dalle uniques capabilities messe a disposizione delle Nazioni Unite dalla NSDD 74 di Bush: in realtà nel maggio del 1994 si poteva constatare un peggioramento della posizione americana, in quanto, se nel novembre del 1992 si stava assistendo ad una fase di slancio della politica americana, che seppur di minore rilevanza rispetto alla formulazione dell'assertive multilateralism, si era concretizzata nel sostegno al ponte aereo tra Mogadiscio e Mombasa e nella disponibilità a condurre la Restore Hope senza particolari tornaconti personali, la conclusione della riforma di Clinton nel maggio del 1994 dava invece inizio ad una fase di implosione della politica americana, dovuta alla presa di coscienza degli errori compiuti e che portò ad esempio ad una completa indifferenza nei confronti di una crisi simile a quella somala, il genocidio del Ruanda.

Il peggioramento non è consistito soltanto nel compimento di "un giro completo", iniziato con il sostegno della Dottrina Weinberger durante la guerra del Golfo e conclusosi con il nuovo realismo del PDD 25, ma soprattutto nel fatto che tale involuzione si sia verificata in un momento in cui la pace e la sicurezza internazionale erano state fortemente compromesse da gravi crisi, come quella della Somalia, dei Balcani e del Ruanda, che avevano cancellato qualsiasi utopia di un Nuovo Ordine Mondiale in cui l'ONU rappresentasse l'architrave dei rapporti internazionali.

Nell'aver preso coscienza di questa involuzione ci siamo posti il proposito di individuarne le cause e le conseguenze. Ripercorrendo il cursus degli eventi che hanno portato Washington a riflettere sulla propria posizione riguardo il sostegno dato alle operazioni multilaterali delle Nazioni Unite si possono individuare tre motivi fondamentali che non potevano lasciar presupporre una conclusione diversa da quella del PDD 25.

In primo luogo la validità della Dottrina Weinberger, il riferimento alla quale è stato dimostrato non soltanto nell'intervento del Golfo, ma anche nell'operazione in Somalia e nella riforma del peacekeeping sia di Bush che di Clinton. Pur non volendo criticare la validità di tale dottrina, non si può prescindere dal rilevare una certa contraddittorietà tra alcuni dei suoi principi e alcuni cardini dell'Agenda for Peace di Boutros Ghali: in particolare occorre sottolineare quelli relativi al perseguimento dell'interesse nazionale per un intervento al di fuori dei confini nazionali in cui sia previsto l'uso della forza e l'uso massiccio di quest'ultima. Entrambi i principi hanno trovato piena applicazione durante la conduzione della guerra del Golfo; in seguito, nonostante si siano in parte attenuati nella prima fase dell'intervento in Somalia, durante la UNOSOM II si è avuto piena dimostrazione di come la Dottrina Weinberger non appartenesse alla tradizione esclusivamente repubblicana, ma facesse parte della tradizione storica americana. Alla stessa conclusione ha portato anche la stesura del PDD 25 che riprese quasi per intero i principi della dottrina nell'elencare i requisiti da rispettare per il sostegno e il coinvolgimento nelle operazioni di pace, ovvero: la presenza dell'interesse nazionale, il mandato chiaro dell'operazione, il sostegno del Congresso e dell'opinione pubblica, l'uso della forza volto a minimizzare le perdite tra le fila nazionali.

Il secondo fattore che si è rivelato una costante nell'analisi di questo aspetto della politica americana e che ha pertanto contribuito al compimento dell'involuzione è costituito dalla mancanza di una coesione interna sul grado del sostegno e sulla tipologia del coinvolgimento americano nelle operazioni di pace: le divergenze tra il Dipartimento di Stato, il Dipartimento della Difesa e le critiche provenienti dal Congresso hanno caratterizzato ogni fase che si è susseguita, lasciando gli Stati Uniti privi di una posizione chiara e precisa. Inoltre la mancanza di tale coesione non è imputabile ad una specifica amministrazione, riflettendo in tal senso le caratteristiche proprie di ciascuna istituzione e il perseguimento di interessi e di aspettative in parte divergenti anche all'interno di una stessa amministrazione.

Fin dalla guerra del Golfo lo Stato Maggiore di Colin Powell si era, ad esempio, mostrato scettico sull'uso della forza contro l'Iraq, privilegiando le sanzioni economiche, così come era accaduto anche nel caso dell'adozione della risoluzione 837 e nella decisione di inviare ulteriori rangers in Somalia nel settembre del 1993.

Le divergenze tra il Dipartimento di Stato, tradizionalmente più disposto e aperto ad un maggiore coinvolgimento degli Stati Uniti nelle operazioni di pace, e il Dipartimento della Difesa, tradizionalmente più rigido, si sono riproposte nell'adozione della NSDD 74, nel lancio della Restore Hope, nel transizione alla UNOSOM II e nella stesura delle tre versioni del PDD 25.
Infine anche il Congresso in questi anni ha svolto un ruolo di maggiore importanza nel delineare la politica estera nazionale: escluso dal processo decisionale relativo alla Somalia e dalla formulazione dell'assertive multilateralism, ha messo alle strette l'amministrazione Clinton ottenendo una prima vittoria con il ritiro del 31 marzo 1994 dalla Somalia e una seconda vittoria con il non coinvolgimento nel Ruanda.

Il terzo fattore che ha contribuito a delineare l'involuzione della posizione americana è rappresentato dalla stretta interazione fra le dinamiche di politica interna e le scelte di politica estera relative al peacekeeping che hanno compromesso l'indipendenza di quest'ultime, impedendo la piena concretizzazione dei principi affermati almeno a livello dottrinale nel NSDD 74 e nella strategia dell'assertive multilateralism.

Prescindendo dal caso della guerra del Golfo, nel quale il successo dell'intervento comportava di per sé evidenti vantaggi a livello interno, soprattutto dal punto di vista economico, per comprendere la dipendenza della politica estera dalle scelte interne è sufficiente pensare alla concomitanza tra la riforma di Bush e la campagna elettorale, o alla prima decisione relativa alla Somalia, con cui gli Stati Uniti si dichiararono disposti a fornire i mezzi per il trasporto degli uomini della UNOSOM I, presa proprio nell'ultimo mese di campagna elettorale per privare l'avversario democratico di una delle principali accuse: l'inazione in Somalia.

Nel corso dell'analisi è stato anche dimostrato come l'intera politica estera relativa al peacekeeping di Clinton abbia risposto all'esigenza di dare priorità alla politica interna: la scelta di privilegiare inizialmente l'approccio multilaterale, seguendo se si vuole la politica dell'ultimo anno di Bush, non era supportata da motivazioni ideologiche che invece erano apparse nell'amministrazione repubblicana, come la costituzione di un Nuovo Ordine Mondiale che garantisse la leadership americana.

L'assertive multilateralism rispondeva invece all'esigenza di raggiungere lo stesso risultato per dimezzare i costi e le energie di una politica estera basata su un interventismo unilaterale concependo le organizzazioni internazionali come gli strumenti in grado di diminuire i costi della politica estera americana e di permettere di focalizzare l'attenzione sulle problematiche interne più urgenti.

La dimostrazione finale e forse più importante di questa ingerenza delle questioni interne nel rapporto con le operazioni di pace si è avuta con le motivazioni che hanno provocato il ritiro americano dalla Somalia e l'approvazione del PDD 25.

Nel corso della trattazione si è infatti visto come gli incidenti del 3 ottobre siano stati in ultima analisi la giustificazione che ha permesso di legittimare agli occhi della comunità internazionale il ritiro americano dalla Somalia. In realtà si è visto come siano state le pressioni crescenti del Congresso per un cambiamento della strategia in Somalia e le minacce di bloccare il finanziamento dell'operazione a prefigurare il ritiro già prima dell'uccisione dei 18 Rangers. Infine la ritirata compiuta con il PDD 25 e il nuovo realismo sono stati dei palliativi per riconquistare il sostegno del Congresso, necessario essenzialmente per l'approvazione di riforme di politica interna.

Per quanto riguarda gli effetti conseguiti a tale processo si può senza dubbio rilevare un effetto di spillover nei confronti delle politiche delle altre grandi e medie potenze mondiali.

A tal proposito basti pensare alla decisione presa da numerosi altri paesi impegnati in Somalia di ritirarsi entro maggio del 1994 o alla scarsa pressione esercitata dall'intera comunità internazionale per affrontare la successiva crisi del Ruanda. La ritirata americana si è rivelata frustrante per gli altri membri delle Nazioni Unite, non soltanto perché gli Stati Uniti avrebbero potuto decidere di intervenire unilateralmente nelle situazioni di crisi a difesa dei propri interessi, ma anche perché l'assenza americana avrebbe comportato la mancanza del sostegno economico, logistico e politico necessario al successo delle operazioni, mentre il mancato coinvolgimento militare americano avrebbe indotto altri paesi a non immischiarsi in questioni in fin dei conti lontane anche dai loro interessi nazionali.

La presenza di questi effetti di spillover lascia pertanto trasparire chiaramente la dipendenza delle Nazioni Unite dagli Stati Uniti, fatto che comporterà sempre la ricerca di buoni rapporti con la superpotenza americana così come aveva fatto il Segretario Generale Boutros Ghali, che pur non essendo ben visto da Washington, aveva affermato a più riprese la necessità dell'aiuto americano per il funzionamento delle Nazioni Unite, soprattutto nel campo del mantenimento della pace, dove gli Stati Uniti, se avessero voluto, avrebbero potuto mettere a disposizione una potenza militare maggiore della somma di quelle di tutti gli altri paesi membri della Nato.

A conclusione di questa dissertazione vorremmo ipotizzare cosa sarebbe successo se gli Stati Uniti non avessero optato per questa ritirata: se avessero continuato a dare pieno sostegno ad una politica multilaterale, si sarebbero potute verificare le condizioni necessarie per il successo dell'Agenda for Peace in Somalia?

Nel tentare di rispondere a quest'ultima domanda si vuol dimostrare che il fallimento non è dipeso esclusivamente dalla politica americana, ma che è stato causato almeno da altri due fattori riconducibili esclusivamente alle Nazioni Unite e al concetto stesso di peacekeeping.
Il primo fattore riguarda i limiti e le carenze del sistema delle Nazioni Unite, che seppur sottoposto a radicali riforme resta comunque in preda a profonde contraddizioni, già apparse nella loro evidenza nel corso di questo primo scorcio degli anni '90.

La prima contraddizione è quella che oppone il monopolio statale dell'impiego legittimo della violenza all'obbiettivo della sicurezza collettiva: fintantoché le Nazioni Unite non si saranno dotate di una capacità militare autonoma in grado di sanzionare le aggressioni compiute dagli stati, continueranno a dipendere dalla volontà e dalla disponibilità dei singoli stati ad intraprendere nuove operazioni di pace. Sebbene il Segretario Generale abbia sottolineato l'urgenza della questione anche nell'Agenda for Peace, la questione non ha suscitato un adeguato dibattito né a livello del Consiglio di Sicurezza, né nell'Assemblea Generale, né, come abbiamo potuto vedere, nel governo americano.

Una seconda contraddizione ruota intorno all'incompatibilità fra l'integrità territoriale e l'indipendenza politica da un lato e le implicazioni interventiste per la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali dall'altra: si è visto come a partire dall'operazione Provide Confort si sia assistito ad un ampliamento del concetto di sicurezza internazionale, che ha portato indubbiamente ad una maggiore ingerenza delle Nazioni Unite nelle questioni interne degli stati; d'altronde l'aumento smisurato del numero di guerre civili, anche più sanguinose delle guerre tra stati, non ha potuto evitare questa maggiore "intrusione" dell'ONU. A tal proposito la Somalia fornisce un esempio sia della necessità di questa ingerenza (indubbiamente l'intervento della comunità internazionale ha permesso di salvare innumerevoli vittime dal dramma umanitario), ma allo stesso tempo dà anche dimostrazione dei limiti oltre i quali l'ONU non è in grado di andare: l'intervento nelle questioni politiche interne e le soluzioni proposte per mettere fine alla crisi, senza il sostegno di un'adeguata capacità militare e senza la collaborazione da parte della popolazione somala, ha prodotto risultati opposti a quelli auspicati.

Questi ed altri limiti delle Nazioni Unite, come ad esempio la questione spinosa del finanziamento, ruotano intorno all'annosa contraddizione tra il principio di sovranità e la cessione di prerogative nazionali ad organismi sovranazionali: d'altronde l'ONU resta composta da stati sovrani, intenzionati a seguire, secondo la tradizione realista, il proprio interesse nazionale. La cessione di parte del potere militare, l'ingerenza in questioni interne senza il consenso del paese interessato, il raggiungimento da parte dell'ONU di un certo grado di autonomia economica, sarebbero tutti obbiettivi importanti per il buon funzionamento delle Nazioni Unite che andrebbero però ad incrinare al sovranità dei singoli stati. Uno scoglio che l'Agenda for Peace ha incontrato senza riuscire a superarlo è stato dunque il principio di sovranità.

Il secondo fattore che non ha permesso il successo della riforma di Boutros Ghali riguarda invece una caratteristica costitutiva del peacekeeping stesso: ovvero la sua natura ad evolversi pragmaticamente piuttosto che dottrinalmente.

Le operazioni di pace non hanno mai avuto alcun fondamento nella Carta delle Nazioni Unite in quanto sono nate come conseguenza dei veti della guerra fredda posti ai ricorsi al capitolo VI e al capitolo VII e hanno compiuto un'evoluzione parallela al cambiamento dei conflitti e in base alle necessità di intervento: come affermò Boutros Ghali si è trattato di un'invenzione dinamica e non statica. In tal senso si può concordare con l'ambasciatrice americana Albright quando affermò che il carattere improvvisato del peacekeeping tendeva ad indebolire il peacekeeping stesso.

In conclusione gli Stati Uniti condividono almeno con le Nazioni Unite le responsabilità degli insuccessi della prima metà degli anni '90.

Al fine di dare la giusta collocazione ai risultati conseguiti si ritiene opportuno precisare che l'analisi è stata svolta principalmente sulla base della letteratura americana e di quella francese, che ha fornito una chiave di lettura molto spesso critica dell'argomento trattato; il candidato non è comunque entrato in possesso dei rapporti dei dibattiti al Congresso americano o di altre fonti primarie che non siano riportate in bibliografia.

 
Bibliografia
 

Fonti documentarie

Ahtisaari M., Report to the Secretary-General on the Humanitarian Needs in Kuwait and Iraq in the Immediate Post-Crisis Environment, UN Doc. S/22366, 31 March 1991.

Albright M., "Current Status of US Policy on Bosnia, Somalia, and UN Reform", 12 March 1993, US Department of State Dispatch, vol.4, n. 14, 5 April 1993.

Albright M., "A Strong United Nations Serves U.S. Security Interests", Address before the Council on Foreign Relations Conference on Cooperative Security and the United Nations, New York City, 11 June 1993.

Albright M., "Myths of Peacekeeping", Statement before the Subcommittee on International Security, International Organizations, and Human Rights of the House Committee on Foreign Affairs, 24 June 1993, US Department of State Dispatch, vol.4, n. 26, 28 June 1993.

Albright M., "Use of Force in a Post-Cold War World", 23 September, US Department of State Dispatch,vol. 4, n. 39, 27 September 1993.

Albright M., "Building a Consensus on International Peacekeeping", Statement before the Senate Foreign Relations Committee, 20 October 1993, US Department of State Dispatch, vol.4. n. 46, 15 November 1993.


Albright M., "The Clinton Administration's Policy on Reforming Multilateral Peace Operations", Statement before the Subcommittee on Foreign Operations, Export Financing and Related Programs of the House Appropriations Committee, 5 May 1994, US Department of State Dispatch, vol. 5, n. 20, 16 May 1994.

Bolton J.R., "FY 1992 Budget Requests for International Organizations", 5 March 1992, US Department of State Dispatch, vol.2, n. 10, 11 March 1992

Bolton J. R., "UN Peacekeeping Efforts To Promote Security and Stability", 25 March 1992, US Department of State Dispatch, vol.3, n. 13, 30 March 1992.

Boutros Ghali B., An Agenda for Peace: Preventive Diplomacy, Peacemaking and Peacekeeping, 17 June 1992, A/47/277- S/24111.

B. Boutros Ghali, Report of the Secretary General on the Work of the Organization, 1992-1993, A/Dec/47/407.

Bush G., "The World After the Persian Gulf War", 6 March 1991, US Department of State Dispatch, vol.2, n. 10, 11 March 1991.

Bush G., "The United Nations in a New Era", 23 September 1991, US Department of State Dispatch, Vol. 2, n. 39, 30 September 1991.

Bush G., "The United Nations: Power to Act for Peace and Freedom", 31 January 1992, US Department of State Dispatch, Vol. 3. n. 5, 3 February 1992.

Bush G., "Address by President of the United States of America to the 47th Session of the United Nations General Assembly", 21 September 1992, USUN Press Release 84- (92).

Bush G., "Humanitarian Crisis in Somalia", 3 December 1992, US Department of State Dispatch, vol.3, n. 50, 14 December 1992.

Christopher W., "Statement at Senate Confirmation Hearing", Statement before the Senate Foreign Relations Committee 13 January 1993, US Department of State Dispatch, vol.4, n. 4, 25 January 1993.

Christopher W., "Achieving a Political Settlement in Somalia", 7 October 1993, US Department of State Dispatch, vol. 4, n. 42, 18 October 1993.

Chistopher W., "The Strategic Priorities of American Foreign Policy", Statement before the Senate Foreign Relations Committee, US Department of State Dispatch, vol. 4, n. 47, 22 November 1993.

Clinton W.J., "Address by the President of the United States of America to the 48th Session of the United Nations General Assembly", 27 September 1993, USUN Press Release, 141 (1993).

Clinton W.J., "U.S. Military Involvement in Somalia", 7 October 1993, US Department of State Dispatch, vol.4, n.42, 18 October 1993.

Clinton W.J., "Report on US Military Operations in Somalia Transmitted to Congress", 13 October 1993, US Department of State Dispatch, vol. 4, n.43, 25 October 1993.

Eagleburger L, "Charting the Course: US Foreign Policy in a Time of Transition", 7 January 1993, US Department of State Dispatch, vol.4, n. 2, 11 January 1993.

Lake A., "From Containment to Enlargement",21 September 1993, US Department of State Dispatch, vol. 4, n. 37, 27 September 1993.

Lake A., "A Strategy of Enlargment and the Developing World", US Department of State Dispatch, vol. 4, n. 43, 25 October 1993.

Pérez de Cuellar J., Report of the Secretary General on the Work of the Organization, 1988-1989, A/Dec/43/404.

Pérez de Cuellar J., Report of the Secretary General on the Work of the Organization, 1990-1991, A/Dec/45/404.

Perkins E., "Humanitarian Crisis in Somalia", 3 December 1992, US Department of State Dispatch, vol.3. n. 50, 14 December 1992.

Tarnoff P., "U.S. Policy in Somalia", Statement before the Senate Foreign Relations Committe, 29 June 1993, US Department of State Dispatch, vol. 4, n. 32, 9 August 1993.

United Nations Document Provisional Verbatim, S/PV. 3060, United States Representative Watson's Statement to the Security Council, 17 March 1992.
UN. Doc. S/23693, 11 March 1992, Report of the Secretary-General on the Situation in Somalia, Proposing to Dispatch a Technical Team to Prepare an Operational Plan for the Monitoring of the Cease-Fire in Mogadishu and to Explore Ways of Ensuring the Unimpeded Delivery of Humanitarian Assistance.
UN. Doc. S/23829, 21 April 1992, Report of the Secretary-General on the Situation in Somalia.
U.N.Doc. S/24480, 24 August 1992, Report of the Secretary-General on the Situation in Somalia..
UN. Doc. S/24992, 19 December 1992, Report of the Secretary-General on the Situation in Somalia Submitted in Pursuance of Paragraphs 18 and 19 of Security Council Resolution 794.
U.N.Doc. S/25168, 26 January 1993, Report of the Secretary-General on the Situation in Somalia.
U.N. Doc. S/25354, 3 March 1993, Report of the Secretary-General on the Situation in Somalia Submitted in Pursuance of Paragraphs 18 and 19 of Resolution 794.
UN. Doc. S/26022, 1 July 1993, Report of the Secretary-General on the Implementation of Security Council Resolution 837.
UN.Doc. S/26351, 24 August 1993, Report Pursuant to Paragraph 5 of Security Council Resolution 837 (1993) on the Investigation into the 5 June 1993 Attack on United Nations Forces in Somalia Conducted on Behalf of the Secretary-General.
U.N. Doc. S/24451, 14 August 1992, Letter Dated 12 August 1992 from the Secretary-General Addressed to the President of the Security Council.
U.N. Doc. S/24531, 8 September 1992, Letter Dated 1 September 1992 from the Secretary-General Addressed to the President of the Security Council.
U.N. Doc. S/24859, 27 November 1992Letter Dated 24 November 1992 from the Secretary-General Addressed to the President of the Security Council.
U.N. Doc. S/24868, 30 November 1992, Letter Dated 29 November 1992 from the Secretary-General Addressed to the President of the Security Council.
U.N. Doc. S/24976, 17 December 1992, Letter Dated 17 December 1992 from the Permanent Representative of the United States of America to the United Nations Addressed to the President of the Security Council.
Weinberger C.W., The Uses of Military Force, Address to the National Press Club, Washington DC, 28 November, 1984.

White House, National Security Directive 74, Washington, 24 November 1992.

White House, The Clinton Administration's Policy on Reforming Multilateral Peace Operations (PDD25), USUN Press Release, 74 (1994).



Volumi

Albright M., Madam Secretary, New York, Miramax Books, 2003.

Allard K., Somalia Operations: Lessons Learned, Institute for National Strategic Studies, National Defense University Press, Washington, 1995.

Archibugi D., Il futuro delle Nazioni Unite, Roma, Edizioni Lavoro, 1995.

Baker J., The Politics of Diplomacy: Revolution, War and Peace 1989-1992, New York, G.P. Putnam's Sons, 1995.

Bertrand M., L'ONU, Paris, La Découverte, 2004.

Boutros Ghali B., Mes années à la maison de verre, Paris, Fayard, 1997.

Bush G., Scowcroft B., A World Transformed, New York, Knopf, 1998.

Cartosio B., Gli Stati Uniti contemporanei, Firenze, Giunti, 2002.

Cassidy R., Peacekeepingin the Abyss: British and American Peacekeeping Doctrine and Practice after the Cold War, Westport, CT, Praeger, 2004.

Cellamare G., Le operazioni di peacekeeping multifunzionali, Torino, Giappichelli Editore, 1999.

Christopher W., In the Stream of History: Shaping Foreign Policy for a New Era, Standford, CA Standford University Press, 1998.

Clinton W., Gore A., Putting People First: How We Can All Change America, 1992.

Durch W. J., UN peacekeeping, American politics, and the uncivil wars of the 1990s, St. Martin's Press, New York, 1996.

El Sayegh S., La crise du Golfe: de l'interdiction à l'autorisation du récours à la force, Paris, LGDJ, 1993.

Everts P., Isernia P., Public Opinion and the International Use of Force, New York, ECPR, 2001

Findlay T., The Use of Force in UN Peace Operations, Oxford, Oxford University Press, 2002.

Fleitz F.H. , Peacekeeping Fiascoes of the 1990's: causes, solutions and US interests, Westport, Praeger, 2002.

Grado V., Guerre civili e terzi Stati, Padova, Cedam, 1998.

Hirsch J.L., Oakley R.B., Somalia and Operation Restore Hope: Reflections on Peacemaking and Peacekeeping, Washington, DC, United States Institute of Peace Press, 1995.

Hyland W., Clinton's World: Remaking American Foreign Policy, Westport, CT, Praeger, 1999.

Kaldor M., Le nuove guerre: la violenza organizzata nell'età globale, Roma, Carocci, 2001

Kull S., Ramsey C., US Public Attitudes on Involvement in Somalia, Survey Report of the University of Maryland Program on International Policy Attitudes, 1993.

MacKinnon M.G., The Evolution of US Peacekeeping Policy under Clinton. A Fairweather Friend ?, London, F.Cass, 2000.

Malone D. M., Khong Y.F., Unilateralism and US Foreign Policy: International Perspectives, Boulder, Lynne Rienner Publications, 2003.

Mansell P., The Ambivalence of the US to United Nations Peacekeeping Operations, London, Brassey's, 1994.

Maynes C.H., Williamson R.S., US Foreign Policy and the UN System, New York, Norton 1996.

Merle M., La crise du Golfe et le nouvel ordre international, Paris, Economica, 1991.

Miele A., La guerra irachena secondo il diritto internazionale, Padova, Cedam, 1997.

Murphy S., Humanitarian Intervention: the UN in an Evolving World Order, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 1996.

Nye J., What Role for the United Nations? After the Storm: Lessons from the Gulf War, New York, Madison Books, 1992.

Otunnu O.A., Doyle M.W., Peacemaking and Peacekeepimg for the New Century, Lanham, Rowman and Littlefield, 1998

Panebianco M., La crisi del Golfo, Salerno, ELEA Press, 1991.

Paolini A.J., Jarvis A.P., Reus-Smit C., Between Sovereignity and Global Governance: The United Nations, the State and the Civil Society, London, Macmillan, 1998.

Patrick, Forman, Multilateralism and US Foreign Policy, Boulder, London, Lynne Rienner 2002.

Picone P., Interventi delle Nazioni Unite e diritto internazionale, Padova, Cedam, 1995.

Powell C.L., My American Journey, New York, Random House, 1995.

Rivlin B., Gordenker L., The Challenging Role of the UN Secretary General,Westport, Praeger, 1993.

Romero F., L'impero americano: gli USA potenza mondiale, Firenze, Giunti, 1996.

Ronzitti N., Comando e controllo nelle forze di pace e nelle coalizioni militari: contributo alla riforma delle Nazioni Unite, Milano, F. Angeli, 1999.

Ruggie J.R., Winning the Peace: America and World Order in the New Era, New York, Columbia University Press, 1997.

Schrader P.J., US Policy Toward Africa: Incrementalism, Crisis and Change, Cambridge University Press, Cambridge, 1994.

Scott J.M., After the End : Making US Foreign Policy in the Post Cold War, Durham, Duke University Press, 1998.

Smouts M., L'Onu et la guerre. La diplomatie en kaki, Bruxelles, Complexe, 1994.

Stevenson J., Losing Mogadishu: Testing US Policy in Somalia, Annapolis, Naval Institute Press, 1995.

Thakur R.C., Schnabel A., UN Peacekeeping Operations: ad hoc missions and permanent engagement, New York, United Nations University Press, 2001.

Tucker R., Hendrickson C., The Imperial Temptation: the New World Order and the America's Purpose, New York, Council of Foreign Relations Press, 1992.

Villani U., Lezioni sulla crisi del Golfo, Bari, Carucci Editore, 1994.

Wheeler N.J., Saving Strangers, Oxford, University Press, 2000.

Williamson R., Some Corner of a Foreign Field : Intervention and World Order, New York, St. Martin's Press, 1998.




Articoli e Saggi

Alden C., "From Neglect to Virtual Engagement: the United States and its New Paradigm for Africa", African Affairs, n. 99, 2000, pp. 351-371.

Berdal M. R., "Fateful Encounter: The United States and UN Peacekeeping", Survival, vol. 36, n. 1, Spring 1994, pp. 30-50.

Bolton J.R., "Wrong Turn in Somalia", Foreign Affairs, vol. 73. n. 1, January 1994, pp. 55-66.

Bolton, "US Policy on UN Peacekeeping", World Affairs, n.163, Winter, 2001.

Boutros-Ghali B., "Ce que je ferai en Somalie", Jeune Afrique, n. 1673, 28 Janvier- 3 Février 1993, pp. 36-41.

Boutros-Ghali B., "L'Onu et la nouvelle diplomatie de paix", Trimestre du monde, 2° trimestre 1992.

Boutros-Ghali B., "La diplomatie préventive et le maintien de la paix: le cas des conflits ethniques", Etudes Internationales, n. 1, Mars 1994, pp. 6-13.

Clark J., "Debacle in Somalia", Foreign Affairs, vol. 72, n. 1, January, 1993, pp. 109-123.

Clarke A., Herbst J., "Somalia and The Future of Humanitarian Intervention", Foreign Affairs, vol.35, n. 2, March 1996.

Coicaud J.M., "Les Nations Unies en Somalie: entre maintien et imposition de la paix", Trimestre du Monde, 1er trimestre 1994, pp. 97-134.

Faes G., "Ce qui a été fait. Ce qui reste à faire", Jeune Afrique, n. 1671, 14-20 Janvier 1993, pp.18-29.

Faes G., "Somalie : Mission Impossible", Jeune Afrique, n. 1673, 28 Janvier- 3 Février 1993, pp. 21-25.

Freeman W.D., Lambert R.B., Mins J.D., "Operation Restore Hope: a US CENTCOM perspective", Military Review, septembre 1993.

Hendrickson, "The Recovery of Internationalism", Foreign Affairs, vol. 73, Octobre 1994.

Howe, "The US and UN in Somalia: the limits of Involvement", Washington Quarterly, Summer 1995.

Kappeler D., "Le Golfe et le droit international", Etudes Internationales, vol. 3, Octobre 1992, pp. 60-69.

Lalande S., "L'Assemblée Generale et les forces de maintien de paix", Le Trimestre du Monde, 4° trimestre 1992.

Lefebvre J.A., "The geopolitics of the Horn of Africa", Middle Est Policy, vol. 1, n. 3, 1992, pp. 7-22.

Lefebvre J.A., "The US Military Intervention in Somalia: a Hidden Agenda?", Middle Est Policy vol.2, 1, 1993.

Liman Z., "Robert Oakley: nos divergences avec l'ONU", Jeune Afrique, n. 1671, 14-20 Janvier 1993, pp. 26-30.

Marchal R., "Somalie: autopsie d'une intervention", Politique Internationale, n. 61, automne 1933, pp. 55-66.

Menkhaus K., "Getting Out vs. Getting Through: U.S. Policy and U.N. Policies in Somalia", Middle Esy Policy, vol. 2, n. 1, 1993, pp. 44-62.

Prunier G.,"La dimension de la crise somalienne", Relations Internationales et stratégiques, n. 9, printemps 1993.

Sewall S. B., "Peace Operations: A Department of Defense Perspective", SAIS Review, vol. 15, n. 1, Winter 1995, p. 113-133.

Schricke C., "L'Agenda pour la paix de Boutros Ghali: analyse et premières réactions", Annuaire Français de Droit International, n. 38, 1992, pp. 11-31.

Sorel J.M., "La Somalie et les Nations Unies", Annuaire Français de Droit International, vol. 38, 1992, pp. 61-88.

Sorel J.M., "L'ONU et le reglement des crises", Problematiques politiques et sociaux, Avril 1994.

Stevenson C.A., "The Evolving Clinton Doctrine on the Use of Force", Armed Forces and Society, Summer 1996, vol. 22, n. 4, pp- 511-535.

Tavernier P., "Les déclarations du Président du Conseil de Sécurité", Annuaire Français de Droit International, vol.59, 1993.

Thakur R., "From Peacekeeping to Peace Enforcement : the UN Operation in Somalia", The Journal of Modern African Studies, vol. 32, n. 3, 1994, pp. 387-410.

Waal A.de, "US Crimes in Somalia", New Left Review, July 1998, n. 230.

Wolfowitz P.D., "Clinton's First Year", Foreign Affairs, vol.73, n. 1, January 1994, pp. 22-84.



Fonti Internet

www.un.org.

http://unbisnet.un.org

http://www.state.gov

http://www.state.gov/www/publications/dispatch/index.html.

http://www.congress.org

http://www.house.gov

http://www.senate.gov

www.defenselink.mil

www.census.gov

http://www.gpoaccess.gov/wcomp/search.html

 
Clicca sull'icona per scaricare la versione integrale

844.1 kB