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ultimo aggiornamento: 12.03.2008
   
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Diventare un terrorista. Perchè?
Paper

Master in Studi Internazionali Strategico-Militari
8° Corso ISSMI - Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze
Centro Alti Studi per la Difesa

Settembre 2005-Giugno 2006 Pubblicazioni
Centro italiano Studi per la pace
www.studiperlapace.it - no ©
Documento aggiornato al: 2006

 
Sommario

"Il terrorismo è violenza finalizzata a generare paura, ma lo scopo di tale violenza è che la paura, a sua volta, induca qualcuno, non il terrorista, ad attivare programmi d'azione che soddisfino qualunque cosa il terrorista realmente desideri ottenere" (David Fromkin, Foreign Affairs, Luglio 1975).

 
Indice dei contenuti
 
INDICE
INTRODUZIONE

CAPITOLO 1 "Primo approccio al terrorismo"

CAPITOLO 2 "Di cosa è fatto un terrorista?"

CAPITOLO 3 "Psicologia o Psychologia?"

CAPITOLO 4 "Il gruppo e l'individuo"

CONCLUSIONI

BIBLIOGRAFIA
 
Abstract
 

Introduzione
Che cos'è il terrorismo?


"Il terrorismo è violenza finalizzata a generare paura, ma lo scopo di tale violenza è che la paura, a sua volta, induca qualcuno, non il terrorista, ad attivare programmi d'azione che soddisfino qualunque cosa il terrorista realmente desideri ottenere" (David Fromkin, Foreign Affairs, Luglio 1975).

Quando David Fromkin scrisse questo articolo, nel 1975, il terrorismo era un fenomeno molto diverso da quello odierno. Eppure, tutt'oggi non si trova definizione più calzante: spaventoso, non-convenzionale, potente, sorprendente, il terrorismo punta alla distruzione per poter ricostruire. Negli anni '70 era opinione comune che i terroristi desiderassero che le persone guardassero, non che morissero; di fatti, durante gli anni '70 e '80 gli attentati terroristici avevano tassi di mortalità dichiaratamente inferiori a quelli odierni, in quanto lo scopo fondamentale degli attacchi era la pubblicità e non la punizione. I ricercatori in scienze sociali definiscono l'attacco terroristico come l'uso calcolato di violenza inaspettata, scioccante ed illegale nei confronti di non-combattenti (inclusi, oltre ai civili, militari non in servizio) ed altri obiettivi simbolici, perpetrata da un membro clandestino di un gruppo sub-nazionale o da un agente clandestino con lo scopo prettamente psicologico di pubblicizzare un caso politico o religioso, intimidire o costringere un governo o la stessa popolazione civile ad accettare le richieste su cui si fonda la legittimità dell'attentato. Oggi, i morti a seguito di attentati stanno aumentando. La maggior parte delle organizzazioni terroristiche attive durante la guerra fredda possedeva chiari oggetti e finalità politiche; cercava di calibrare gli attacchi in modo da produrre spargimento di sangue sufficiente per dirottare l'attenzione verso la loro causa, ma non tale da alienare l'eventuale supporto sociale. Gruppi quali l'Esercito Repubblicano Irlandese e l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina miravano a specifiche concessioni politiche; oggi, una percentuale in costante crescita di attacchi terroristici mira ad uccidere il maggior numero di persone possibile. L'inversione di tendenza nelle motivazioni sussistenti agli atti terroristici ha contribuito a cambiare la struttura stessa di molte organizzazioni: poiché i gruppi ch
e si basano su convinzioni ideologiche o religiose non hanno un programma politico specifico, hanno meno bisogno di darsi un ordinamento gerarchico interno. Al contrario, possono contare su alleanze più o meno volubili con altri gruppi di diversi paesi che condividano in linea di massima la stessa ideologia e possano contribuire a supportare una causa comune.

Tali organizzazioni terroristiche, meno coese al loro interno, sono più complesse da predeterminare, monitorare e soprattutto penetrare: si basano infatti su molteplici fonti di finanziamento e supporto logistico, incluse le attività criminali auto-finanziate quali il rapimento, i narcotici et similia. La loro rete di supporti può includere organizzazioni di rilievo, sia finanziarie (e legittimate) sia non-governative: il loro strumento di comunicazione è internet.

Ad oggi, le armi convenzionali restano tra le principali scelte dei terroristi: sono infatti relativamente facili da reperire ed acquistare e possono avere un'incidenza letale comunque alta. Tuttavia, alcune organizzazioni terroristiche cominciano a mostrare interesse verso l'acquisizione di materiali chimici, biologici, radiologici o nucleari . E' difficile predire l'effettiva probabilità di un attacco nucleare, ma la maggior parte degli esperti concordano che i terroristi odierni mirano al conseguimento delle capacità di implementare lo strumento nucleare, chimico o batteriologico per incrementare il numero di morti.

È chiaro che ad ogni modo i terroristi internazionali cercano di mandare un messaggio ideologico o religioso terrorizzando le masse, non essendo in grado di raggiungere i loro scopi attraverso strumenti convenzionali. Attraverso la scelta degli obiettivi, spesso simboli della nazione prescelta, i terroristi cercano di creare con l'atto di violenza un impatto di alto livello sul pubblico nemico, nonostante la limitatezza delle risorse solitamente a loro disposizione. Così facendo, cercano di sottolineare diversi aspetti, quali il fatto che il governo scelto non è in grado di proteggere i propri cittadini, o che attraverso l'assassinio di una vittima specifica riescono ad insegnare al pubblico generico una lezione sull'esposizione di punti di vista o politiche antitetiche alle loro.

Gli anni '90 hanno visto emergere nuove ondate di terroristi religiosi sempre più pericolosi. La tipologia più pericolosa è quella dei fondamentalisti islamici, cui tuttavia va avvicinato anche un altro tipo di organizzazione: il culto. Aum Shinrikio è il più palese rappresentante di questa tendenza in sviluppo: Shoko Asahara ha adottato un approccio diverso al terrorismo modellando la propria organizzazione sulla struttura del governo giapponese, piuttosto che creando una gerarchia ad hoc. I ministri di Aum Shinrikio hanno sottoscritto un programma di sviluppo di armi di distruzione di massa (WMD) attraverso la collaborazione di un valido gruppo di brillanti scienziati esperti in tecnologie moderne quali l' informatica, le telecomunicazioni, la gestione di database, le reti finanziarie.

Il numero di attentati terroristici è sceso nel corso degli anni '90, ma la minaccia potenziale che i terroristi lanciano è aumentata. L'incremento del livello della minaccia, sotto forma di attentati mirati ad ottenere una più alta scala di distruzione rispetto a quella degli attacchi convenzionali delle precedenti tre decadi, ha la sua più drammatica rappresentazione nell'attacco a New York. Ha illustrato infatti come personale in possesso di sofisticati strumenti è sempre più ricercato dalle organizzazioni terroristiche, che mirano al reclutamento di adepti sempre più professionalmente validi per produrre attentati sempre più letali: lo strumento umano si combina ora con lo strumento tecnologico, creando una sinergia distruttiva di rara capacità.


CAPITOLO 1
Primo approccio al terrorismo


Il terrorismo è il risultato di diverse connessioni causa-effetto. Per comprendere appropriatamente l'evoluzione del fenomeno, è solitamente possibile fare riferimento ad una lista accreditata di approcci, dove ciascuno fa riferimento ad un diverso livello di analisi. Poiché il terrorismo è un fenomeno eclettico basato su un largo numero di motivazioni diverse tra loro, è sicuramente auspicabile evitare restrizioni nel definire i parametri dell'analisi; quindi, quando si discute circa le reali intenzioni di un gruppo, è fondamentale definire in primis la ragione in base alla quale il gruppo agisce, o meglio, in base alla quale reagisce; la loro posizione, più che il loro interesse, dev'essere presa sotto esame quando si cerca di codificare il linguaggio della loro realtà. Coloro che si occupano di negoziazioni infatti insistono notevolmente sul fatto che il fallimento di numerosi compromessi sia dovuto alla scorretta interpretazione dell'elemento posizione/interesse ed al suo successivo posizionamento errato su una gerarchia di priorità. Mentre l'interesse è l'oggetto che si vuole acquisire da una negoziazione, la posizione è la ragione per cui si vuole ottenere il dato oggetto. Alle volte, parti opposte sono divise sugli interessi condividendo incosapevolmente le posizioni; altre volte, nonostante entrambe le posizioni e gli interessi siano distinti, il procedimento per giungere ad un accordo comune tramite la valutazione dei perché è più fluido ed il risultato della negoziazione è più duraturo.

Di seguito sono riportati cinque modi di intendere ed analizzare il terrorismo; cinque diverse opzioni che ci permettono di studiare la materia in sé, anziché analizzarne le origini: un excursus endogeno su che cosa significhi terrorismo.

L'approccio multi-causale

Il terrorismo in genere è la risultante di diverse cause, non solo psicologiche ma anche economiche, politiche, religiose e sociologiche, tra le altre. Poiché il terrorismo resta tuttavia un fenomeno multi-causale, sarebbe semplicistico ed erroneo motivare un attentato attraverso una singola causa, ad esempio il bisogno psicologico del terrorista di perpetrare un atto di violenza.

Il terrorismo in genere nasce dove sorgono rivoluzioni e violenze politiche. Include senza dubbio conflitti etnici, religiosi ed ideologici, povertà, stress da modernizzazione, disuguaglianze politiche, assenza di canali di comunicazioni pacifici, tradizioni di violenza, l'esistenza di un gruppo rivoluzionario, debolezza del governo, erosione della consapevolezza del regime, profonde divisioni tra le elitès governative e i gruppi leader.

L'approccio politico

Le cause alla base del terrorismo possono essere individuate nelle influenze che scaturiscono dai fattori relativi al contesto. Ciò può rappresentare un'alternativa realistica all'ipotesi che il terrorista in effetti nasca con precisi tratti della personalità che lo inducano a diventare un fautore di atti negativi. I contesti che possono condurre all'insorgere di fenomeni terroristici includono ambienti sia nazionali sia internazionali, come anche sub-nazionali, quali le università, dove molti terroristi hanno il loro battesimo acquisendo familiarità con le dottrine Marxiste-Leniniste o altre idee rivoluzionarie e si affiliano a gruppi radicali.

L'approccio organizzativo

Prendiamo un sistema organizzativo e guardiamo al terrorismo come un corso di azioni strategiche e razionali decise da un gruppo. Il terrorismo non è l'atto dell'individuo; al contrario, gli atti terroristici sono commessi da gruppi che elaborano decisioni collettive basate su convinzioni comuni, benché l'apporto individuale all'azione di gruppo ed il sostegno a tali convinzioni possa variare. Poiché tale tipologia di informazione interna sarebbe piuttosto difficile da ottenere senza l'apporto, sottoforma di autobiografia o intervista, di un "decision-maker" appartenuto ad una qualche organizzazione terroristica, l'approccio organizzativo sembrerebbe più utile ad analizzare gruppi di guerriglia, organizzati su strutture tradizionali di stampo Marxista-Leninista, strutturati attraverso un segretariato generale al cui vertice si colloca un Segretario Generale, piuttosto che a gruppi terroristici in genere.

L'approccio fisiologico

L'approccio fisiologico del terrorismo implica che nelle discussioni circa le cause del terrorismo non possa essere ignorato il ruolo dei media nel promuovere la diffusione del terrorismo stesso e dei suoi messaggi. Grazie alla copertura dei media, infatti, i metodi, le richieste, gli obiettivi dei terroristi vengono resi noti velocemente ad altri terroristi potenziali, che possono trarre ispirazione dai reportage e ricevere uno stimolo all'emulazione.

L'approccio psicologico

Contrariamente agli scienziati politici ed ai sociologi, interessati ai contesti politici e sociali dei gruppi terroristici, i relativamente pochi psicologi che studiano il terrorismo sono soprattutto interessati al micro-livello dell'individuo o deI gruppo. L'approccio psicologico concerne le convinzioni, la personalità, le attitudini, le motivazioni e le carriere da terrorista.


CAPITOLO 2
Di cosa è fatto un terrorista?



Per rispondere a tale domanda bisogna innanzitutto concordare sul fatto che terroristi si diventa, non si nasce. Non esiste infatti un tratto comune per quanto fisico, genetico o univoco che raggruppi membri di gruppi diversi etichettandoli come terroristi. La psicologia e le convinzioni dei terroristi ad ora non sono state esplorate in maniera approfondita, benché siano stati condotti ad oggi numerosi studi nel tentativo di spiegare il terrorismo da un punto di vista psichiatrico o psicologico. La maggior parte delle analisi effettuate hanno cercato di evidenziare che cosa motiva il terrorista, o di descriverne le caratteristiche personali, ipotizzando che tali attributi potessero essere utili ad identificarlo. Comunque, benché la comprensione, anche parziale, della mentalità del terrorista sarebbe utile a capire come e perché alcuni individui scelgano di affiliarsi ad un'organizzazione, molti psicologi sono stati incapaci di definirla. C'e' quindi indubbiamente una generale consapevolezza e concordanza sull'inesistenza di un "pacchetto mentale da terrorista".

Nel settembre del 1980, durante la conferenza di Rand, si affrontò il terrorismo come materia di ricerca; ne derivarono diverse osservazioni circa la mentalità del terrorista, che avevano preso in considerazione gli individui, i gruppi, e gli individui come parte di un gruppo. La conferenza dimostrò quanto fosse limitata e parzialmente inutile la conoscenza sino ad allora acquisita in merito alla suddetta mentalità, alle sue cause e conseguenze, nonché alla loro valenza per quanto concerne la fase di arruolamento, l'ideologia, le relazioni leader-seguace, l'organizzazione, il processo decisionale circa i target e le tattiche, l'escalation della violenza ed i tentativi compiuti da alcuni terroristi disincantati per uscire dall'organizzazione. Attraverso questo ramo della psicologia, le dinamiche di sviluppo della personalità dei terroristi presi come individui, incluse le cause e le motivazioni connesse alla scelta di aggregarsi ad un'organizzazione terroristica e dedicarsi alla violenza, acquisì molta più importanza.

Nonostante ciò, se volessimo analizzare il terrorismo in soli termini psicologici tralasciando l'importanza dei fattori economici, politici e sociali che hanno sempre motivato gli attivisti radicali, come anche la possibilità che variabili biologiche o fisiologiche possano effettivamente giocare un ruolo di rilievo nel condurre un individuo sulla strada dell'affiliazione terroristica, otterremmo una visuale del fenomeno parziale, incompleta e tendenziosa. La premessa di base da cui si dovrebbe partire nell'esaminare la figura del terrorista è che l'atto di violenza nasce da sentimenti di disillusione e rabbia, amplificati dalla convinzione che la società non permetta accessi alternativi alla distribuzione di informazioni ed al processo di formazione politico-decisionale; la mancanza di informazioni utili sul processo psicologico che concorre a formare un terrorista è dovuta al fatto che la psicologia individuale del terrorismo politico-religioso è stata ad oggi largamente ignorata, mentre la psicologia sociale del terrorismo politico è stata sinora oggetto di un'analisi estensiva.

Purtroppo non si sa molto del terrorista come individuo: la psicologia di quest'ultimo resta povera di comprensione, nonostante il largo numero di biografie individuali utilizzabili come fonti accreditate. Una ragione principale di questa mancanza di studi psicometrici sul terrorismo è lo scarso, nella migliore delle ipotesi, accesso diretto ai terroristi, anche a quelli imprigionati: nella ricerca infatti si deve quasi sempre far riferimento a documenti, biografie, studi di professionisti che occasionalmente hanno avuto la possibilità di stabilire un contatto diretto con gli attivisti.



Sguardo generale alle principali teorie sul terrorismo

Molti psicologi partono dal presupposto che i partecipanti a violenze rivoluzionarie giustifichino il loro comportamento sulla base di un calcolo razionale di costi-benefici, giungendo alla conclusione che "la violenza è il miglior modo disponibile di portare avanti le proprie attività date le condizioni sociali" . Scegliere la violenza come ultima risorsa è una decisione estrema, spesso causa di scissione all'interno del gruppo, che si riscontra talune volte nella ripartizione del gruppo in fazioni.

Ci sono tre ipotesi principali relative al terrorismo, tre tentativi di razionalizzare uno stato mentale scandalosamente distante dal nostro contesto per poter essere analizzato con delle semplicistiche relazioni causa-effetto; attraverso tali ipotesi, non si cerca di acquisire la verità totale sul terrorismo, né di spiegare completamente il fenomeno nelle sue più profonde implicazioni interne, ma si cerca di dare un significato quantomeno comprensibile ad un fenomeno ai nostri occhi spesso inspiegabile.



Teoria nr.1: Ipotesi della frustrazione/aggressione

La teoria della frustrazione-aggressione sostiene che ogni frustrazione conduce ad una qualche forma di aggressione e che ogni atto di aggressività sia la risultante di una frustrazione pregressa. La deprivazione può essere intesa come il gap tra la formazione di aspettative e la necessità di soddisfarle. Secondo tale ipotesi, una delle teorie principali sottesa ai comportamenti dei terroristi è la risposta alla frustrazione di diversi bisogni o obiettivi politici, economici e personali. Molti teorici considerano tale teoria semplicistica, poiché basata sull'illazione errata che l'aggressione sia sempre una conseguenza della frustrazione. Una teoria sub-culturale sarebbe probabilmente un approccio più appropriato a questa e ad altre ipotesi, considerando che i terroristi vivono ognuno nella propria sub-cultura, col proprio bagaglio di valori. Inoltre, l'ipotesi della frustrazione-aggressione non prende particolarmente in considerazione la psicologia sociale del pregiudizio e dell'odio, né del fanatismo, che riveste un ruolo decisamente rilevante nel condurre atti di estrema violenza. Il terrorismo politico non può essere compreso al di fuori del contesto dello sviluppo delle ideologie, delle convinzioni, degli stili di vita terroristici, o potenzialmente terroristici.



Teoria nr. 2: Ipotesi dell'identità negativa

Per procedere con la suddetta ipotesi, è necessario in primis operare un riferimento alla teoria di Ericsson sulla formazione dell'identità, un processo che, secondo lo psicologo, è largamente inconscio, rispondendo alla concezione dominante di un mondo interiore dove l'identità è auto-influenzata. Ericsson infatti sostiene che il processo di formazione sia "per la maggior parte inconscio eccetto il punto in cui condizioni interne e circostanze esterne si combinano in modo da aggravare un'identità/consapevolezza già traumatizzata o comunque instabile". Il riferimento temporale è il momento in cui un individuo non è più sincronizzato col suo reale io interiore. E' importante comunque tenere a mente che secondo Ericsson l'identità non è un concetto stabile o non modificabile, ma, al contrario, è un processo evolutivo che si snoda lungo la vita di un individuo. Partendo da tale presupposto, si può ipotizzare che il terrorista politico assuma consapevolmente un'identità negativa, nel tentativo di esternare un rigetto vendicativo del ruolo considerato desiderabile e appropriato e dalla famiglia dell'individuo e dalla comunità. Secondo tale visione, l'affiliazione al terrorismo è la risultante di sentimenti di rabbia e senso di assenza di aiuto, sedimentati da una mancanza di alternative. Un chiaro esempio tale ipotesi è dato da un terrorista croato che, già di membro di una minoranza etnica oppressa, deluso dal fallimento della sua aspirazione di ottenere una cultura universitaria, ha scelto di tutelarsi assumendo l'identità negativa di terrorista.



Teoria nr. 3: Ipotesi della rabbia narcisista

Considerando l'approccio del "terrorista-mentalmente-disturbato", l'ipotesi della rabbia narcisista si riferisce al primo stadio di sviluppo del soggetto. Il narcisismo primario, nella forma del "super io", deve esser neutralizzato dal confronto con la realtà; in caso contrario produrrà un individuo sociopatico, arrogante, con poca, se non inesistente, considerazione per gli altri individui. Inoltre, se l'ego idealizzato (il super io) non viene neutralizzato dal suddetto confronto, produce nell'individuo una condizione di sconfittismo/vittimismo senza soluzione, dove una sconfitta del narcisismo conduce a reazioni di rabbia e desiderio di distruggere le fonti dell'ingiuria al super io. Quale manifestazione specifica di rabbia, il terrorismo si colloca in un contesto di offesa e vilipendio del narcisismo di un individuo: è quindi il tentativo disperato di mantenere o acquisire potere o controllo attraverso l'intimidazione. Gli alti ideali del gruppo proteggono in qualche misura i membri che vi appartengono dall'esperienza della vergogna.

Tra i tratti caratteristici degli individui trascinati nelle file del terrorismo ve ne sono due che meritano attenzione, ovvero lo splitting e l' esternazione: si tratta infatti di meccanismi che si innescano negli individui affetti da disturbi della personalità in termini di narcisismo e border-line. Lo splitting (letteralmente: scissione) avviene quando lo sviluppo della personalità di un individuo è caratterizzato da un particolare danno psicologico (ingiuria del narcisismo) durante l'infanzia. Tali individui, tra cui si colloca anche Hitler, aventi una concezione dell'io danneggiata, hanno fallito la corretta integrazione tra le parti positive e negative dell'ego, che restano divise in "io" e "non io". Costoro hanno bisogno di individuare un nemico esterno, che risulta essere l'esternazione del loro conflitto interiore, cui imputare le proprie inadeguatezze e debolezze. Molti terroristi non hanno avuto successo nelle loro esperienze personali, educative e vocazionali: si adagiano pertanto in gruppi terroristici che possiedono una visione "noi-contro-loro" congeniale al loro stato mentale. Tuttavia, anche quest'ipotesi ha una contraddizione di base individuabile nel crescente numero di terroristi che si qualificano quali professionisti altamente istruiti, come chimici, ingegneri e fisici.



CAPITOLO 3

L'analisi psicologica




In principio c'era il gruppo



Chi si unisce ad un gruppo terroristico? I dati sinora analizzati suggeriscono che gli individui che diventano terroristi sono spesso, disoccupati, alienati dalla società da cui si sono dissociati. La noia e il desiderio di vivere un'avventura "pronta all'uso" possono essere considerati ulteriori incentivi per coloro in possesso di scarsa educazione, come i giovani in Algeria o nella striscia di Gaza, nel momento in cui si associano ad un gruppo terroristico per perseguire una causa che ritengono giusta. Altri individui possono essere motivati soprattutto dal desiderio di utilizzare abilità speciali che possiedono, come ad esempio la capacità di costruire ordigni. I giovani più istruiti possono essere spinti da convinzioni religiose o politiche più sincere e genuine. Nei paesi occidentali, la persona che si affilia al terrorismo è in genere un intellettuale ed al contempo un idealista: si tratta di solito di giovani disincantati che da principio si muovono in proteste occasionali e moti di dissidenza. I membri potenziali di gruppi terroristici spesso cominciano come simpatizzanti del gruppo: le reclute vengono individuate tra le file di organizzazioni di sostegno sociale, come i gruppi di supporto ai prigionieri o i gruppi di studenti attivisti. Dallo status di simpatizzante, il futuro membro diventa supporter passivo. Spesso, scontri violenti con la polizia o con altre forze di sicurezza contribuiscono a motivare un elemento già socialmente alienato, che, con l'aiuto di un familiare o di un amico già in contatto con gruppi estremisti, si rivolge verso il terrorismo. L'ingresso in un'organizzazione, ad ogni modo, è un processo altamente selettivo: in un periodo lungo oltre un anno, una recluta generalmente si muove molto lentamente e gradualmente prima di ottenere un riconoscimento completo nell'ambito del gruppo.

Una persona che si esterna dalla società potrebbe semplicemente diventare un monaco o un eremita, invece di un terrorista. Quando un individuo invece compie quest'ultima scelta, deve essere fortemente motivato a farlo, benché avere una motivazione appropriata non sia sufficiente. Chiunque voglia affiliarsi al terrorismo deve avere l'opportunità di poterlo fare; come molti in cerca di lavoro, il candidato deve risultare idoneo agli scopi del gruppo, un'elite molto esclusiva. Perciò, le reclute potenziali non solo hanno bisogno di una personalità che permetta loro di integrarsi all'interno dell'organizzazione, ma anche di determinate caratteristiche di cui il gruppo ha specificatamente bisogno, come la capacità di armeggiare con diversi tipi di esplosivi o di comunicare con l'esterno.

Il processo attraverso cui un individuo si unisce al gruppo varia a seconda della tipologia del gruppo stesso: non esiste un clichè predefinito in base a cui le organizzazioni compiono il reclutamento. Un individuo che si unisca ad un'organizzazione di tipo Marxista o Leninista anarchica probabilmente non sarebbe in grado di contare su alcun supporto sociale, mentre l'unione con un gruppo separatista quali l'ETA o l'IRA otterrebbe un considerevole supporto sociale, nonché il rispetto attraverso l'enclave etnica.

Una tendenza che sembra essersi affermata nelle scorse decadi riguarda l'arruolamento di soggetti sempre più giovani rispetto al passato. Tali individui spesso vedono terroristi e guerriglieri come l'unico modello guida in cui identificarsi. Durante gli anni '80 e '90 migliaia di volontari musulmani stranieri (14000 secondo il Jane's Intelligence Review), giovani arrabbiati e rivoltosi provenienti da diversi paesi, inclusi gli USA, si arruolarono nei campi di addestramento in Afghanistan o nella regione sul confine tra Pakistan ed Afghanistan per imparare a combattere. L'età era compresa tra i 17 ed i 35 anni, alcuni erano in possesso di un'educazione universitaria, ma la maggior parte erano incolti, disoccupati, giovani privi di prospettive.



Malattia mentale?



Considerare chi commette atti distruttivi quali posizionare bombe su aerei di linea, detonare veicoli carichi di esplosivo in un'affollata strada cittadina, o lanciare una granata contro un caffè che si affacci su un affollato marciapiede come una persona malata, anormale e affetta da una qualche psicopatia è uno stereotipo. L'approccio psicologico alla personalità del terrorista è da sempre dominato da tale visione psicopatologica; infatti, per comprendere meglio il terrorismo i teorici si avvalgono solitamente di due ritratti principali: il terrorista come persona disturbata o come fanatico.

"I terroristi sono fanatici ed il fanatismo spesso produce crudeltà e sadismo"

Non mi soffermerò sul terrorista isolato, che non appartiene ad alcun gruppo, che di fatti non esiste, poiché egli è in effetti solo un caso mentale, un individuo psicologicamente squilibrato spesso particolarmente attratto dal dirottamento aereo - un esempio sintomatico è Timothy McVeigh, l'attentatore solitario dell'Oklaoma Center nel 1993. E' vero tuttavia che, ad esempio, proprio i dirottatori aerei condividono un certo numero di tratti comuni, quali un padre violento, spesso alcolizzato; una madre profondamente religiosa, spesso membro di una setta; una personalità timida, sessualmente repressa e passiva; sorelle minori nei cui confronti i dirottatori sono iper-protettivi, nonché scarsi raggiungimenti, fallimenti finanziari e conseguenti potenziali di guadagno limitati.

Tali caratteristiche, comunque, sono condivise da persone che non necessariamente dirottano aerei. Ergo, profili di dirottatori mentalmente instabili non sono gli strumenti più affidabili per individuare un potenziale terrorista preventivamente. Un profilo più utile dovrebbe identificare tratti fisici o comportamentali che possano allertare le autorità verso un potenziale terrorista prima che il sospetto venga imbarcato a bordo del velivolo: il che significa individuare qualità e tratti facilmente identificabili. Allo stesso tempo, l'individuazione di armi o ordigni, l'identificazione dei passeggeri, guardie di sicurezza locate a bordo dei velivoli possono essere l'unica misura preventiva: non dimentichiamoci che comunque, anche se l'implementazione delle suddette misure fosse perfetta, un individuo che voglia dirottare un aereo troverebbe comunque il modo di farlo.

Post, uno dei principali sostenitori della teoria del terrorista psicopatico, ha sviluppato una sua propria ipotesi psicologica. Senza soffermarsi sulla logicità vera o presunta del percorso cognitivo di un terrorista, afferma che il processo razionale di un terrorista si può definire in termini di "psycho-logica": nella fattispecie, il ricorso al terrorismo non è una scelta intenzionale, ma una conseguenza di pressioni psicologiche che essi razionalizzano e quindi giustificano attraverso l'uso della suddetta psycho-logica, ossia "logica folle". L'ipotesi di Post tuttavia non risulta molto realistica nel momento in cui la si confronta con le molteplici ragioni che sottendono ad un attentato terroristico, incluse le convinzioni ideologiche. Lo studioso ritiene che le più potenti forme di terrorismo siano quelle in cui gli individui sono fomentati all'odio, a livello generazionale, come avviene nell'Irlanda del Nord e nella regione Basca. Per questa tipologia di terroristi la riabilitazione è praticamente impossibile, essendo l'animosità etnica e l'odio trasmessi da padre a figlio. Sottolinea inoltre una interessante distinzione tra "anarchici-ideologici" come le Brigate Rosse Italiane ed i "nazionalisti-separatisti" come l'ETA o l'IRA, sostenendo che:

"sembra esserci una profonda distinzione tra terroristi proni a distruggere la propria società, il "mondo dei loro padri", e quelli che invece portano avanti le stesse missioni un tempo promosse dai loro antenati. In altre parole, per alcuni diventare un terrorista è un atto di insorgenza contro la società dei loro avi; per altri, è un atto di insorgenza verso la società per i danni subiti dai loro padri. Ciò comporta un maggiore conflitto, una maggiore psicopatologia tra coloro orientati verso l'anarchia e la distruzione dello stato sociale". (1984)

Molti gruppi sono dominati da un leader squilibrato, ma questa più che una regola all'interno delle organizzazioni terroristiche sembra essere un'eccezione, specialmente se si prende in analisi il terrorismo internazionale. Infatti, ci sono poche prove affidabili che dimostrino la teoria che i terroristi siano in genere persone afflitte da disturbi mentali, poiché la pianificazione attenta e dettagliata, il tempismo nell'esecuzione e la sincronia della stessa possono essere considerate difficilmente azioni tipiche di persone mentalmente turbate.

Al contrario, i terroristi internazionali sono persone generalmente sane: l'incredibile caratteristica comune alla quasi totalità dei terroristi è la loro normalità . Certo i terroristi sono individui estremamente alienati dalla società, ma l'alienazione non costituisce necessariamente malattia mentale. Inoltre, la psico-patologia non fornisce prove affidabili quando si cerca di comprendere le azioni dei terroristi: può portare solamente a speculazioni in merito alle loro motivazioni e colloca i terroristi al di fuori delle comuni norme di comportamento e dei regolari procedimenti legali. Esistono numerose differenze tra lo psicopatico ed il terrorista politico, benché le due strade non sempre si escludano a vicenda. Innanzitutto, lo psicopatico non è in grado di imparare dall'esperienza; inoltre, la sua aderenza all'obiettivo è personale e non si adatta alle esigenze di un gruppo. Infine, gli psicopatici sono altamente inaffidabili ed incapaci di sostenere il controllo funzionale all'attività del gruppo. Un'organizzazione terroristica ha bisogno di un attivista affidabile che si sappia confondere tra la folla dopo avere eseguito l'operazione. Per tali ragioni, può risultare inappropriato pensare al terrorista come ad una persona disturbata in termini convenzionali: i terroristi vengono selezionati all'interno di un insieme di soggetti che contraddistingue la maggior parte di noi, poiché in termini psicologici non ci sono qualità particolari che li caratterizzano. Così come non vi è una ragione particolare per cui persone che svolgono le stesse carriere nella vita ordinaria debbano necessariamente avere caratteristiche mentali comuni, parimenti terroristi atti a condurre le medesime operazioni non necessariamente hanno qualcosa in comune a livello psicologico.

I gruppi terroristici individuano il personale con estrema selettività, ciò contribuisce a spiegare come mai si riscontrino pochi casi di individui con patologie mentali tra le schiere. L'organizzazione infatti allontana qualunque individuo instabile e potenzialmente pericoloso: i candidati con comportamenti imprevedibili o incontrollati non rispondono ai requisiti di base che impone l'organizzazione attraverso l'azione della persona incaricata di selezionare le reclute.

La ricerca della morte o il confronto operato con la morte stessa da parte dei terroristi lasciano intravedere un lato depresso della loro personalità. Molti studiosi infatti descrivono il terrorista come incapace di godere di qualsiasi cosa o di formare relazioni interpersonali significative su un piano reciproco. Il mondo sociale del terrorista è infatti caratterizzato da tre categorie di persone: gli eroi che il terrorista idealizza; i nemici del terrorista; le persone che si incontrano quotidianamente, che il terrorista considera come ombre insignificanti. Ad ogni modo, alcuni psicologi con esperienze significative con alcuni tra i terroristi più pericolosi enfatizzano che il terrorista può essere perfettamente normale dal punto vista clinico, che può avere una psicopatologia appartenente ad un ordine diverso, o che la sua personalità può essere solo un elemento secondario nel momento in cui sia stato arruolato/adescato da un'organizzazione anziché essersi proposto di propria iniziativa.



Fanatismo suicida?



I Fanatici

Ritenere il terrorista un fanatico significa associare le sue qualità razionali e le sue prospettive ad un individuo freddo, con capacità pianificatrici logiche, le cui ricompense sono ideologiche e politiche, non finanziarie. Tale ipotesi tiene in considerazione il fatto che i terroristi abbiano spesso un'educazione di livello e siano in grado di elaborare sofisticate analisi politiche e retoriche.

Il termine "fanatico" sta assumendo una connotazione sempre più ampia, svincolandosi dall'ambito prettamente religioso per rivolgersi ad una molteplicità di convinzioni intese genericamente come radicali. Il terrorista viene spesso etichettato come un fanatico, specialmente nelle azioni auto-distruttive; bisogna inoltre tener presente che il fanatismo, come il terrorismo, è un termine peggiorativo, qualunque sia il contesto cui viene applicato. In termini psicologici, il concetto di fanatismo implica quello di malattia mentale, ma non è considerato una categoria diagnostica all'interno dei disturbi mentali: infatti, il fanatico spesso sembra guardare il mondo da una prospettiva particolare che giace all'estremità di un continuum.

Il fanatismo possiede alcuni percorsi cognitivi in comune con altri due processi correlati, il pregiudizio e l'autoritarismo, che si possono descrivere come la non-volontà al compromesso, il rigetto per le visuali alternative, la tendenza a vedere le cose in bianco e nero, la rigidità del pensiero ed una percezione del mondo che riflette una mentalità chiusa. Comprendere la natura del fanatismo richiede il riconoscimento del ruolo svolto dal contesto culturale: la contingenza in cui opera il terrorista deve essere presa in considerazione per determinare se il termine sia o meno appropriato.



I suicidi

Benché sia piuttosto comune associare il terrorismo ad individui auto-distruttivi che si tolgono la vita per detonare un ordigno nella folla, questa non è una caratteristica molto popolare nelle azioni terroristiche. Accade occasionalmente con i fondamentalisti islamici in Medio Oriente e con i terroristi del Tamil in Sri Lanka, rappresenta una caratteristica anche del terrorismo nord-koreano, ma molti attivisti politici considerano il loro coinvolgimento più utile al gruppo della loro morte.

Prima del 1985, si registravano 11 attacchi suicidi contro obiettivi internazionali in Medio oriente attraverso l'esplosione di autobomba. Tre casi noti erano l'attentato all'Ambasciata Americana a Beirut il 18 aprile 1983, dove rimasero uccise 63 persone, e gli attacchi alla Marina Americana ed ai quartieri generali dell'Esercito Francese in Libano il 23 ottobre 1983, che uccise 241 marines e 58 paratruppe francesi.

Alcuni teorici francesi considerano l'atto kamikaze di islamici ed induisti imputabile a fanatismo o malattia mentale, o entrambi. I fondamentalisti islamici, comunque, guardano all'attentato suicida come ad un atto tradizionale e legato alla loro cultura, le cui origini storiche si ritrovano nel comportamento di una setta religiosa associata al movimento Sciita, denominata Gli Assassini . Questa potrebbe essere considerata la motivazione, la giustificazione, se non addirittura la legittimazione, del coinvolgimento di giovani Palestinesi, durante i primi anni '90, nella campagna suicida del Movimento di Resistenza Islamica, Hamas, che, su propria iniziativa, cominciò a perpetrare attacchi ad Israele in piazze affollate, utilizzando armi improvvisate, spesso realizzate a casa. Poiché la fuga non era parte del piano di attacco esso si risolveva in un suicidio, la cui motivazione fu, almeno in parte, la vendetta. Secondo gli studiosi della cultura musulmana, gli attentati suicidi sono considerati dagli islamici e dai Tamil come prove di martirio e così andrebbero studiate. Il termine arabo utilizzato è istishad, un termine religioso che significa "dare la propria vita in nome di Allah", contrario di intihar, ovvero il suicidio derivante da stati emotivi discostati, condannato e non contemplato negli insegnamenti islamici.



CAPITOLO 4

L'evoluzione del gruppo




Alcuni gruppi minori presentano poche caratteristiche comuni, che risiedono interamente sul potere pseudo-coercitivo che il gruppo stesso esercita sulle reclute, manifestato principalmente attraverso la pressione imposta ad uniformarsi al collettivo, o a commettere atti di violenza. A prescindere dalle ragioni che spingono un individuo ad affiliarsi al terrorismo, la sua trasformazione in terrorista avviene secondo l'agenda politica o religiosa dettata dalla struttura dell'organizzazione. Il gruppo fornisce alla recluta senso di appartenenza, un senso di autostima ed importanza ed un nuovo sistema di valori, che rende l'atto terroristico accettabile moralmente e gli obiettivi del gruppo di importanza dominante.

I gruppi terroristici possono essere visti come sette religiose o culti, poiché richiedono un impegno totale da parte dei membri; le relazioni con l'esterno sono spesso vietate, benché questo possa non avvenire nel caso di gruppi etnici o separatisti i cui membri sono perfettamente integrati nella comunità; si impone una strenua conformità al modello di base, si ricerca coesione attraverso l'interdipendenza e la mutua fiducia e si cerca di operare il lavaggio del cervello ai membri che eventualmente abbiano sviluppato una loro ideologia. Tra la struttura psicologica della personalità del terrorista e i fattori ideologici, il processo del gruppo, l'organizzazione strutturale del gruppo e della cellula avviene un'interazione, esaltata nel momento di aggregazione dell'individuo, quando vi è necessità di affermare le convinzioni, i codici ed il culto del gruppo.

Alcuni importanti principi delle dinamiche del gruppo, riscontrate tra gruppi legalmente operanti, si possono applicare all'analisi delle dinamiche delle organizzazioni terroristiche, che secondo molti studiosi influenzano attraverso pressioni costanti il giudizio ed il comportamento individuali. Due forze in opposizione appartengono a quasi ogni gruppo: una rara tendenza ad agire in completa cooperazione, con grande concentrazione sull'oggetto da conseguire, evitando il conflitto interno, il tutto volto a raggiungere gli obiettivi prefissati, ed una tendenza ancora più forte a sabotare i suddetti obiettivi. La prima tendenza si manifesta nei gruppi che si definiscono in relazione al mondo esterno ed agiscono come se l'unico modo per sopravvivere fosse lottare contro il nemico percepito; un gruppo che ha bisogno di essere coordinato e diretto da un leader onnipotente, cui ogni membro sottomette il proprio giudizio indipendente e agisce come se non possedesse una mente autonoma; la seconda tendenza invece si riferisce a gruppi che agiscono come se dovessero portare avanti un Messia, che li salverà creando un mondo migliore.

L'analisi delle dinamiche di gruppo necessita dell'esame sia della struttura sia dell'origine sociale dell'organizzazione. La psicologia del gruppo fornisce più introspezioni nella mente del terrorista di quella individuale. Poiché tuttavia non si riesce a definire un format della mente del terrorista univoco, lo scopo di uno studio riguardante la psicologia e la sociologia del terrorismo dovrà essere indirizzato verso l'analisi del background del terrorista, come ad esempio la famiglia. Le dinamiche di gruppo di organizzazioni nazionaliste-separatiste e anarchico-ideologiche presentano grandi differenze. Nel caso di gruppi nazionalisti-separatisti i membri sono solitamente conosciuti all'interno della comunità di appartenenza e mantengono rapporti con amici e parenti al di fuori dell'organizzazione, muovendosi tra l'interno e l'esterno del gruppo con relativa facilità. In contrasto, i membri di organizzazioni anarchico-ideologiche tagliano i contatti col mondo esterno e non beneficiano del supporto di nessuno al di fuori del gruppo. Il risultato è che il gruppo terroristico è l'unica fonte di informazione e sicurezza, una situazione che genera pressioni a conformarsi ed a commettere atti terroristici.



Bisogna conformarsi

Un individuo è sottoposto a continue pressioni psicologiche che gli consentono di restare nel gruppo, quali ad esempio l'esasperazione del concetto di solidarietà. I terroristi tendono ad identificarsi col gruppo, generando una sorta di "mente di gruppo", e ad un codice morale condiviso, che richiede un' obbedienza totale. Inoltre, la coesione del gruppo aumenta o diminuisce a seconda del grado di pericolo esterno percepito dal gruppo stesso, quale unico produttore ed interprete dell'ideologia.

La ragione che prescinde l'inizio del processo di affiliazione da parte di un individuo può essere individuata nel bisogno di appartenere ad un gruppo. Il che spiega la familiarietà tra i comportamenti dei terroristi: sono individui alienati alla ricerca di un senso di appartenenza. Il gruppo funge da famiglia sostitutiva per il membro, i leader diventano genitori alternativi. Posto quindi che la motivazione dominante per l'affiliazione è il senso di appartenenza e di fratellanza con individui psicologicamente simili, la preoccupazione principale e costante tra i membri è lo smembramento del gruppo. Perciò, nel momento in cui viene attaccato da forze di sicurezza, la tendenza generale all'interno del gruppo è di acquisire maggiore coesione.

Un membro che metta in discussione le decisioni o l'ideologia collettiva o che cerchi di svincolarsi a causa della pressione esterna esercitata contro il gruppo è soggetto a severe punizioni. È risaputo che i gruppi terroristici puniscono con la violenza i disertori o coloro che tentano di allontanarsi; nel 1972, quando metà dei membri di Rengo Sekigun (L'Armata Rossa), oggi conosciuto come JRA, obiettò la strategia del gruppo, coloro che dissentirono, inclusa una donna incinta considerata "troppo borghese", furono legati a dei pali nel Giappone del nord, frustati con dei cavi, e lasciati morire. Secondo diverse fonti, la decisione di unirsi ad un gruppo/culto come Aum Shinrikio è spesso una scelta irrevocabile.



Bisogna commettere atti di violenza

Un senso di "eroismo rivoluzionario" e di autostima viene percepito da alcuni soggetti che non presentavano tali qualità prima di unirsi ad un gruppo. Posto che "gli individui diventano terroristi per unirsi a gruppi terroristici e commettere atti terroristici" (Post), un leader orientato all'azione avrà maggior seguito all'interno di un gruppo rispetto a chi predica prudenza e moderazione. I gruppi che agiscono contro la democrazia spesso hanno un attivista, un comandante sul campo, di solito maschio, la cui attività criminale prescinde il suo coinvolgimento politico. È possibile applicare la classificazione psicologica della "personalità antisociale", il cosiddetto sociopatico o psicopatico, al modus vivendi di questi individui votati interamente all'azione. Benché l'opportunista, così viene altresì chiamato, non sia psicologicamente disturbato, tende ad aver bisogno degli altri e non ha la capacità di sentirsi colpevole o provare empatia. Spesso selezionato dal leader del gruppo, l'opportunista eventualmente cerca di prendere il sopravvento sul gruppo, producendo un crescendo di tensioni tra lui ed il leader. Tuttavia, il leader spesso è in grado di manipolare l'opportunista facendogli credere che sia lui a dirigere il gruppo.



La violenza è razionalizzata

Vivendo nell'ombra, i terroristi si allontanano gradualmente dalla realtà ordinaria, creando una "guerra di fantasia". Lo stress associato alla vita nascosta da terroristi può avere conseguenze avverse sia a livello psicologico sia sociale. Gli atti terroristici e la stessa membership in un'organizzazione possono avere gravi implicazioni sulla salute mentale di un terrorista, anche se la malattia mentale resta, come già detto, una spiegazione insufficiente. Un gruppo terroristico utilizza quattro tecniche principali di ciò che in psicologia si definisce "disimpegno morale" per collocare se stessi lontani dalle conseguenze umane delle loro azioni. Primo, usando una giustificazione morale i terroristi si immaginano come salvatori di un ordine costituito minacciate da un'entità malvagia. Secondo, attraverso la tecnica di dislocazione della responsabilità sul leader o su altri membri del gruppo, i terroristi si vedono come funzionari che eseguono semplicemente gli ordini del leader. Parimenti, il terrorista può anche biasimare allo stesso modo altri membri del gruppo. Una terza tecnica è quella di minimizzare o ignorare l'effettiva sofferenza delle vittime. I terroristi sono in grado di auto-isolarsi dall'ansia morale provocata dalle conseguenze degli attacchi "spara e fuggi" (hit and run), come l'uso delle bombe ad orologeria, poiché non assistono alla carneficina che producono, e si confrontano con le autorità piuttosto che con le morti civili. Una quarta tecnica di disimpegno morale è la de-umanizzazione delle vittime, o, nel caso di terrorismo islamico, della riduzione delle vittime ad "infedeli". I militari italiani e tedeschi giustificavano la violenza de-personalizzando le proprie vittime quali "strumenti del sistema", "maiali" o "cani da guardia". Inoltre, il terrorista ribalta i ruoli quando caratterizza il nemico come cospiratore ed oppressore, accusandolo di fomentare il terrorismo, mentre si riferisce a se stesso quale "lottator
e per la libertà" o "rivoluzionario". Dando una nuova denominazione a se stessi ed alle loro azioni, alle loro vittime e ai loro nemici automaticamente conferiscono a loro stessi rispettabilità. Utilizzando la semantica per razionalizzare la loro violenza, i terroristi creano la loro propria tensione psicologica auto-distruttiva. Negando infatti allo stesso tempo l'importanza della colpevolezza e dell' innocenza, creano una tensione interiore insostenibile attraverso la de-umanizzazione. Non è un caso che i terroristi di sinistra parlino costantemente di "società di porci": convincendo se stessi che di fatto si stanno confrontando con animali, sperano di allontanare il rimorso che lo strazio di innocenti produce.




Conclusioni

Come si evince dall'analisi condotta, sembra non esserci un identificativo univoco della personalità del terrorista: ne esistono tante differenti quante se ne potrebbero trovare in qualunque individuo che svolge qualunque professione.

Non c'e' infatti nessun tratto caratteristico che possa permettere alle autorità di indicare con certezza un probabile attentatore, né gli si possono attribuire malattie mentali o stati psicopatologici manifesti: contrariamente allo stereotipo in auge, il terrorista è fondamentalmente equilibrato, solamente deluso dalla visione del mondo che opera attraverso un suo filtro politico o ideologico. Come completare dunque il quadro della lotta al terrorismo, laddove il terrorism profiling si conclude? Al primo posto della scala gerarchica degli indicatori troviamo senza dubbio le cosiddette "watch list" compilate dall'intelligence, una sorta di database di potenziali affiliati ad organizzazioni terroristiche in grado quindi di commettere atti di violenza nei confronti di paesi bersaglio; un secondo elemento rilevante riguarda invece l'analisi dei gruppi: il bisogno di commettere atti di violenza associabile a gruppi etnico-separatisti, anarchici, socio-rivoluzionari, fondamentalisti e filo-religiosi differisce significativamente, per cui ciascun gruppo andrà studiato ed esaminato nel proprio contesto culturale, politico, economico e sociale. Una terza considerazione invece concerne la mentalità secondo cui ciascun gruppo agisce, che riflette in larga misura la personalità e l'ideologia del leader: quindi, saranno la sua cultura, la nazionalità nonché la religione a determinare principalmente le dinamiche del gruppo. La conoscenza di tale mentalità facilita notevolmente la comprensione dei percorsi comportamentali di un gruppo, e, conseguentemente, delle minacce che potrà potenzialmente porre in atto; conoscere la mentalità inoltre significa conoscere i metodi attraverso cui l'organizzazione opera, permettendo di identificare eventualmente a posteriori attentati non rivendicati, oltre che naturalmente svolgere attività di monitoraggio e prevenzione.

La lotta al terrorismo tuttavia non si consuma certo qui; le simulazioni poste in essere ultimamente mostrano chiaramente come si sia ancora lontani dallo sconfiggere un male il cui problema fondamentale, oltre alla comprensione, è la localizzazione: una volta individuata la minaccia, come la si può sconfiggere se non si sa nemmeno dove trovarla? Le esercitazioni sono una scelta strategica intelligente: le carneficine perpetrate negli ultimi anni ci hanno insegnato che i conti con l'oste vanno fatti comunque, per cui finché la comunità internazionale non sarà in grado di porre fine ad una guerra invisibile, è sicuramente compito delle amministrazioni statali essere quanto meno in grado di fronteggiare e contenere una minaccia nel momento in cui si verifica.

Magari così facendo si darà il via all'ennesima escalation di violenza, dove i gruppi terroristici cercheranno di rendere i loro attacchi sempre meno "curabili", attraverso l'uso di WMD o colpendo aree meno attrezzate. La verità è che il mondo intero ha dovuto trarre, dall' 11 settembre in primis, e dai beffardi attentati a Madrid, Londra e Sharm dopo, una sola conclusione: siamo ancora lontani dalla fine del conflitto. Forse per troppo tempo il terrorismo è stato visto come qualche autobomba, qualche dirottamento, qualcosa comunque appartenente a realtà diverse dalla nostra; troppo a lungo ci si è concentrati sulla proliferazione di armi di distruzione di massa da parte di Paesi nemici più o meno accreditati, ignorando la minaccia più insidiosa del terzo millennio. Sembra quasi che dopo la fine della Guerra Fredda l'unipolarismo, volto alla tenace ricerca di un nemico, senza il quale l'equilibrio dei poteri vacillava, abbia creato un esercito di mostri, vedasi il cosiddetto Axis of Evil, vedasi la Russia ancora nel limbo del nemico-amico, quando non c'era nessun bisogno di costruire: al Quaeda, la Jihad, l'ETA, l'IRA, Aum Shinrikio, erano realtà esistenti e di sicuro poco amichevoli.

Cosa resta da fare quindi ora che la miccia è stata accesa e i morti non si contano più, ora che la paura dilaga e il Natale rischia annualmente di essere un giorno di mattanza? Dice Washington che innanzitutto occorre rinforzare la diplomazia, per coordinare l'attività antiterroristica a livello trans-nazionale, lo stesso livello cui operano le organizzazioni terroristiche. Bisogna rinforzare e dare un vigore autorevole alle leggi criminali, che giudicano i colpevoli di attentati: si spera sempre che una punizione esemplare possa dissuadere almeno qualcuno dall'intentare la medesima via. Tuttavia, l'implementazione delle leggi contro i terroristi ed i criminali in genere deve sempre confrontarsi con la tutela dei diritti umani, cedendo ogni volta inevitabilmente buona parte della propria efficacia. Bisogna monitorare severamente i finanziamenti e gli investimenti: i gruppi terroristici usufruiscono di ingenti quantità di denaro, senza cui armi, munizioni, laboratori, strumentazione non sarebbero alla loro portata: bloccare i flussi di capitale sostanzialmente significa impedire alle organizzazioni di acquisire i mezzi fisici con cui perpetrare gli attacchi. In certi ambiti del contro-terrorismo risulta particolarmente importante il ruolo delle forze armate, laddove si tratta ad esempio di liberare ostaggi, colpire o acquisire le sedi dei gruppi; il limite è sempre la fumosità del target, non sempre localizzabile ed individuabile con precisione ed esattezza. Infine, ma è stata ampiamente citata, l'intelligence svolge un compito sostanziale nella prevenzione e nel monitoraggio: sono i suoi agenti infatti che individuano le cellule e i reticoli invisibili che li legano al quartier generale, che vedono in uomo comune un attentatore pronto a detonare un ordigno su un autobus.

Per quanti sforzi tuttavia la comunità internazionale possa fare nel combattere il terrorismo, la verità è che è difficile fermare un'attività che per molti è legittima: in troppi infatti leggono nelle sofferenze inflitte alle vittime degli attentati niente più che una risposta alle stesse sofferenze che la loro popolazione di origine patisce. Non possiamo stabilire sempre con estrema certezza quando sia l'illegalità delle azioni dei terroristi da giudicare, o il nostro comportamento; e se avessimo creato noi, inconsapevolmente, il nemico da cui ora ci dobbiamo proteggere? Alcune tipologie di gruppi, quali Aum Shinrikio o al Quaeda, si muovono dietro a motivazioni troppo fanatiche per essere considerate frutto della nostra discriminazione; ma molti altri combattenti lottano contro un ordine pre-costituito che spesso annulla le loro aspettative, distrugge il loro diritto di esistere. Diventa difficile fare il profilo di un terrorista nel momento in cui lotta per qualcosa che ritiene giusto, per qualcosa che ritiene gli abbiano portato via; questo tipo di combattente non può essere riconosciuto tra la folla, perché la sua peculiarità è essere assolutamente normale. E, citando Dostoevsky:

"Mentre non c'è cosa più semplice che denunciare il malvagio, nulla è più difficile che comprenderlo".


 
Bibliografia
 


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