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ultimo aggiornamento: 12.03.2008
   
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"Mitchell Report" - Commissione di accertamento di Sharm El Sheikh
Normativa

Rapporto Mitchell. Commissione di accertamento di Sharm El Sheikh
30 aprile 2001

Traduzione Dr. Perini, Dr. La Cognata; Traduttori per la Pace.

Risposta ufficiale del Governo israeliano
Risposta ufficiale dell'OLP Pubblicazioni
Centro italiano Studi per la pace
www.studiperlapace.it - no ©
Documento aggiornato al: 2001

 
Sommario

"C'è solo una via alla pace, alla giustizia e alla sicurezza in Medio Oriente: i negoziati". Si conclude con queste parole l'Introduzione del Rapporto della Commissione di Sharm El Sheik (o Commissione Mitchell) del 30 aprile 2001, che finora hanno avuto poca eco. Infatti, anche se da più parti si sostiene la necessità di una implementazione del (pur moderato) Rapporto Mitchell, non si è mai riusciti ad andare al di là di semplici dichiaraizoni d'intesa.

 
Indice dei contenuti
 
1. Abstract

RAPPORTO DELLA COMMISSIONE DI ACCERTAMENTO DI SHARM EL-SHEIKH
2.INTRODUZIONE
3. RACCOMANDAZIONI FINALI
 
Abstract
 

"C'è solo una via alla pace, alla giustizia e alla sicurezza in Medio Oriente: i negoziati".

Si conclude con queste parole l'Introduzione del Rapporto della Commissione di Sharm El Sheik (o Commissione Mitchell) del 30 aprile 2001, che finora hanno avuto poca eco. Infatti, anche se da più parti si sostiene la necessità di una implementazione del (pur moderato) Rapporto Mitchell, non si è mai riusciti ad andare al di là di semplici dichiaraizoni d'intesa.

Il Piano Mitchell, di cui di seguito si pubblica l'introduzione e le raccomandazioni finali (e di cui si può scaricare in .pdf la versione integrale in italiano, completa delle risposte ufficiali di entrambe le Parti), distingue 4 fasi per arrivare a quella pace "giusta e durevole" di cui alle risoluzioni dell'ONU:

1. il cessate il fuoco,
2. una pausa di riflessione per raffreddare gli animi (di due mesi, secondo Israele),
3. una serie di misure per ricreare la fiducia reciproca (lotta al terrorismo da parte palestinese e congelamento delle colonie da parte israeliana), ed infine
4. la ripresa del negoziato.

Anche se finora ha avuto poco seguito, il Piano Mitchell è considerato da più parti il minimo denominatore comune per riprendere la via delle trattatvie.

Sulla base del piano, il capo della CIA George Tenet, inviato del presidente americano George W. Bush, aveva predisposto un documento d'azione per ristabilire la sicurezza nella regione. Al piano Tenet avevano aderito, non senza riserva, sia l'Autorità palestinese che il Governo d'Isrele a metà giugno 2001 aveva fatto sperare in un avvio duraturo delle trattative per ristabilire la pace nella tormentata regione.

Un monitoraggio internazionale per aiutare ad attuare il piano Mitchell: è questo l'unico modo per uscire dall'escalation di violenze in Medio Oriente ("is the only way forward to break the deadlock, to stop the escalation and to resume a political process"), secondo i ministri degli Esteri del G8 riuniti a Roma (18 - 19 luglio 2001). Lo stesso vertice del G8 di Genova, il 21 Luglio 2001, ha statuito che "la tempestiva attuazione del Rapporto Mitchell è l'unica strada da seguire. Il periodo di distensione deve iniziare al più presto. E' necessario porre fine a violenza e terrorismo. Il monitoraggio di terzi, accettato dalle due Parti, servirebbe gli interessi di entrambe nell'attuazione del Rapporto Mitchell."

Lo scorso 21 agosto, il Ministro italiano degli Affari Esteri Renato Ruggiero, davanti alle Commissioni Esteri di Camera e Senato in un intervento sulla situazione in Medio Oriente, ha dichiarato:

[...], il punto di partenza per innescare un'inversione di tendenza non può che essere il Piano "Mitchell" che a tutt'oggi rappresenta l'unica road-map in grado di porre termine alle violenze e riportare le Parti attorno al tavolo negoziale. Esso è suddiviso in tre fasi tra loro strettamente connesse: un cessate il fuoco (da realizzare immediatamente e senza condizioni), l'adozione di misure volte a restaurare la fiducia reciproca, tra le quali essenziali quelle relative al congelamento degli insediamenti, ed infine la ripresa dei negoziati politici. Il problema che rimane aperto è rappresentato dalla condizione posta dal Ministro Sharon di un periodo di almeno sette giorni senza il verificarsi di atti di violenza. Ma la realtà ci ha dimostrato che questa condizione non riesce a realizzarsi anche perché non tutti gli atti terroristici appaiono essere totalmente controllabili da Arafat.[...]

Ancora lo scorso 25 ottobre 2001, l'Europarlamento ha chiesto il 'ritiro immediato' delle truppe israeliane dai territori controllati dalle autorità palestinesi.
In una risoluzione gli eurodeputati condannano l'assassinio del ministro israeliano Zeevi, che ha innescato la reazione militare di Gerusalemme, e chiedono alle due parti di 'fare tutto il possibile malgrado le attuali difficolta' per giungere ad un accordo politico fondato su tutte le raccomandazioni del rapporto Mitchell [la posizione ufficiale dell'Unione europea sul Processo di Pace Mediorientale è espressa nella cd. Dichiarazione di Venezia del Consiglio dell'Unione Europea del 1980 e reiterata in numerosi vertici del Consiglio medesimo ( cfr. Berlin, Cologne e Helsinki nel 1999; Feira; Biarritz e Nice nel 2000)].

Da ultimo, il 29 ottobre 2001, anniversario secondo il calendario ebraico dell'assassinio del premier israeliano Ytzakh Rabin, la centralità del Pinao Mitchell emerge anche da una dichiarazione congiunta per la pace firmata a Tel Aviv da numerosi politici sia israeliani che palestinesi e pubblicata a pagamento su quotidiani nazionali ed internazionali.

La dichiarazione e' significativa non solo per il numero e l'importanza dei firmatari (tra i quali Yasser Abed Rabbo, ministro della Cultura e dell'Informazione; Tayyeb Abdul Rahim, segretario generale dell'Ufficio del Presidente; Nabil Amr, ministro degli Affari Parlamentari; Hakam Bala'wi, membro del Consiglio Legislativo Palestinese), ma anche perche' richiede l'immediata applicazione del rapporto Mitchell e in particolare

1. la fine immediata di tutte le violenze e di tutti gli assassini;
2. la fine immediata di tutte le attivita' di costruzione negli insediamenti;
3. il ritorno a negoziati per lo status definitivo dei Territori basati sulle risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di Sicurezza (risoluzioni per il ritiro dai territori occupati da Israele nella guerra del 1967, secondo il principio "terra contro pace"), partendo dalla base dei progressi ottenuti nei precedenti round negoziali.


***

INTRODUZIONE del RAPPORTO DELLA COMMISSIONE DI ACCERTAMENTO DI SHARM EL-SHEIKH

Il 17 ottobre 2000, alla conclusione del Summit sulla Pace in Medio Oriente di Sharm el-Sheikh, in Egitto, il Presidente degli Stati Uniti ha parlato a nome di tutti i partecipanti (il Governo di Israele, l'Autorità Palestinese, il Governo di Egitto, Giordania, e degli Stati Uniti d'America, le Nazioni Unite, e l'Unione Europea), dichiarando, tra l'altro, che:


gli Stati Uniti costituiranno insieme a israeliani e palestinesi, e in consultazione con il Segretario Generale delle Nazioni Unite, una commissione di indagine sugli eventi delle settimane passate e sulle modalità per prevenire il ripetersi degli stessi. Il rapporto della commissione sarà analizzato dal Presidente degli Stati Uniti insieme al Segretario Generale delle Nazioni Unite e alle parti prima della pubblicazione. Una versione finale del rapporto sarà presentata per la pubblicazione sotto gli auspici del Presidente degli Stati Uniti.

Il 7 novembre 2000, a seguito delle consultazioni con gli altri partecipanti, il Presidente ha chiesto a noi di far parte di quella che è divenuta nota come la Commissione di Indagine di Sharm el-Sheikh. In una lettera datata 6 dicembre 2000, il Presidente ha dichiarato:


Lo scopo del Summit e dell'accordo che è stato raggiunto, era di far cessare la violenza, di prevenirne il risorgere, e di trovare una via per tornare al processo di pace. Nelle sue azioni e nel modo di operare la Commissione dovrà ispirarsi a questi obiettivi fondamentali [...]. La Commissione dovrà impegnarsi per evitare qualsiasi passo che intensifichi le accuse reciproche fra le parti. Come ho scritto nella mia lettera precedente, "la Commissione non deve essere una forza disgregante o un punto focale per accuse e recriminazioni ma piuttosto dovrebbe servire a prevenire violenza e scontri e a fornire insegnamenti per il futuro." La Commissione non sarà un tribunale con lo scopo di determinare la colpevolezza o l'innocenza di singoli individui o delle parti, ma piuttosto, dovrà essere una commissione di indagine per determinare cos'è successo e come evitare che ciò si ripeta in futuro .

Dopo il nostro primo incontro, prima che visitassimo la regione, abbiamo sollecitato la cessazione di ogni forma di violenza. I nostri incontri e le nostre osservazioni durante le visite seguenti nella regione hanno rafforzato questo proposito. La violenza non risolverà i problemi della regione, qualunque ne sia la causa. Li farà solo peggiorare. Morte e distruzione non porteranno pace, ma renderanno più profondo l'odio e più difficoltosa una soluzione per entrambe le parti. C'è solo una via alla pace, alla giustizia e alla sicurezza in Medio Oriente: i negoziati.

Nonostante la loro lunga storia e la loro stretta vicinanza, alcuni israeliani e alcuni palestinesi non sembrano comprendere fino in fondo i problemi e le preoccupazioni dell'altra parte. Ci sono israeliani che non capiscono le umiliazioni e la frustrazione che i palestinesi devono sopportare ogni giorno in conseguenza degli effetti continui dell'occupazione, sostenuta dalla presenza delle forze militari israeliane e dagli insediamenti, o la determinazione dei palestinesi a raggiungere l'indipendenza e un vero autogoverno. Ci sono palestinesi che non capiscono fino a che punto il terrorismo possa creare paura tra il popolo israeliano e mini la loro convinzione della possibilità di una convivenza, o la determinazione del GDI [Governo d'Israele] nel fare qualunque cosa per proteggere il popolo israeliano.

Paura, odio, rabbia, e frustrazione sono aumentati da ambo le parti. Il pericolo maggiore è che la cultura di pace, costruita durante nel precedente decennio, si stia frantumando. Al suo posto c'è un crescente senso di futilità e disperazione, e un crescente ricorso alla violenza.

I leader politici di entrambe le parti devono agire e parlare in modo deciso per invertire queste tendenze pericolose; devono riaccendere il desiderio e la speranza di pace. È un compito difficile. Ma può essere fatto e deve essere fatto, poiché l'alternativa è inaccettabile e dovrebbe essere impensabile.

Due popoli orgogliosi condividono una terra e un destino. Le loro opposte rivendicazioni e le differenze religiose hanno prodotto un conflitto opprimente, demoralizzante, disumanizzante. Essi possono continuare nel conflitto o possono negoziare per cercare una via per vivere fianco a fianco in pace.

Sono stati ottenuti in passato alcuni risultati. Nel 1991 fu tenuta a Madrid la prima conferenza di pace tra israeliani e palestinesi, basata sulle Risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Nel 1993 l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e Israele si incontrarono a Oslo per i primi negoziati, che portarono al riconoscimento reciproco ed alla Dichiarazione dei Principi, che fu firmata dalle parti a Washington, D.C. il 13 settembre 1993. Questa rappresentò un percorso concreto per raggiungere gli obiettivi concordati a Madrid. Da allora, importanti passi sono stati fatti al Cairo, a Washington, e altrove. Lo scorso anno le parti giunsero molto vicino ad una soluzione duratura.

Molto è stato fatto, molti risultati sono a rischio. Se le parti vogliono completare il loro tragitto verso una destinazione comune, è necessario che gli impegni concordati vengano messi in pratica, che le norme internazionali vengano rispettate e che i diritti umani siano protetti. Noi incoraggiamo le parti a tornare ai negoziati, per quanto possano essere difficili. Si tratta dell'unica via verso la pace, la giustizia e la sicurezza.

[...]



***


Raccomandazioni

Il GDI (Governo d'Israele) e l'AP(Autorità palestinese) devono agire in maniera rapida e decisa per fermare la violenza. I loro immediati obiettivi dovrebbero pertanto consistere nella ricostruzione della fiducia e nella ripresa dei negoziati. Ciò che domandiamo non è semplice. Palestinesi e israeliani, non solo i loro leader, ma l'intero pubblico di entrambi i popoli, hanno perso la fiducia reciproca. Chiediamo ai leader politici di fare, per il bene del loro popolo, ciò che è politicamente difficile: condurre senza sapere quanti seguiranno.

Durante questa missione il nostro scopo è stato di adempiere al mandato concordato a Sharm el-Sheikh. Apprezziamo il sostegno dato al nostro lavoro dai partecipanti al summit, e rivolgiamo il nostro encomio alle parti per la loro cooperazione. La nostra raccomandazione principale è che le parti si impegnino nuovamente nello spirito di Sharm el-Sheikh, e attuino le decisioni che sono state adottate lì nel 1999 e nel 2000. Riteniamo che i partecipanti al summit sosterranno la coraggiosa azione delle parti per raggiungere tali obiettivi.

Cessazione della violenza

Il GDI e l'AP devono riaffermare il proprio impegno negli accordi e nei patti esistenti e devono immediatamente raggiungere una cessazione incondizionata della violenza.

Se non si assisterà ad un impegno completo di entrambe le parti per porre fine alla violenza, l'impegno stesso sarà inefficace, e sarà probabilmente interpretato dall'altra parte come una prova di un intento ostile.

Il GDI e l'AP devono immediatamente riprendere la cooperazione per la sicurezza.

Un'effettiva cooperazione bilaterale finalizzata alla prevenzione della violenza incoraggerà la ripresa dei negoziati. Siamo particolarmente preoccupati che in assenza di una effettiva, trasparente cooperazione per la sicurezza, il terrorismo ed altri atti di violenza continueranno e potranno essere considerati approvati anche se non lo sono. Le parti devono prendere in considerazione l'ampliamento dell'ambito di applicazione della cooperazione per la sicurezza per rispecchiare le priorità di entrambe le comunità e raggiungere l'accettazione di tali sforzi da parte delle comunità stesse.

Comprendiamo la posizione dell'AP secondo la quale la cooperazione per la sicurezza presenta una difficoltà politica in assenza di un adeguato contesto politico, vale a dire l'allentamento delle rigorose misure di sicurezza israeliane insieme allo sviluppo di negoziati fruttuosi. Comprendiamo anche la paura dell'AP che il GDI, una volta ottenuta la cooperazione per la sicurezza, possa non essere disposto ad occuparsi in modo onesto delle questioni politiche palestinesi. Crediamo che la cooperazione per la sicurezza non possa essere a lungo sostenuta se si rimandano senza ragione negoziati significativi, se le misure di sicurezza "sul campo" sono considerate ostili, oppure se si fanno dei passi percepiti come azioni provocatorie o che pregiudicano il risultato dei negoziati.

Ricostruzione della fiducia

L'AP e il GDI devono lavorare insieme per instaurare un "periodo di distensione" significativo e attuare misure aggiuntive per la costruzione della fiducia, alcune delle quali sono state proposte nella Dichiarazione di Sharm el-Sheikh dell'ottobre 2000 e altre presentate al Cairo dagli Stati Uniti il 7 gennaio 2001.

'AP e il GDI devono riprendere gli sforzi per l'identificazione, la condanna e lo scoraggiamento dell'istigazione in tutte le sue forme.

L'AP deve chiarire ai palestinesi come agli israeliani, attraverso azioni concrete, che il terrorismo è riprovevole e inaccettabile, e che l'AP si impegnerà in modo totale per prevenire operazioni terroristiche e punire coloro che le perpetrano. Questo sforzo deve prevedere l'adozione di misure immediate per arrestare ed incarcerare i terroristi che operano all'interno della giurisdizione dell'AP.

Il GDI deve congelare l'intera attività d'insediamento, inclusa la "crescita naturale" degli insediamenti esistenti.

Il tipo di cooperazione per la sicurezza desiderata dal GDI non può a lungo coesistere con l'attività di colonizzazione definita molto recentemente dall'Unione Europea come causa di "grande preoccupazione" e dagli Stati Uniti come "provocatoria".

Il GDI dovrebbe considerare attentamente se gli insediamenti che sono punti essenziali di notevole frizione possano costituire un'utile merce di scambio per futuri negoziati o piuttosto provocazioni che possano precludere l'avvio di utili trattative.

Il GDI potrebbe chiarire all'AP che la pace futura non rappresenterebbe alcuna minaccia per la contiguità territoriale di uno Stato palestinese che venisse istituito in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Le forze di difesa israeliane dovrebbe prendere in considerazione il ritiro entro le posizioni tenute prima del 28 settembre 2000 riducendo in tal modo i punti di frizione e la possibilità di scontri violenti.

Il GDI deve garantire che le forze di difesa israeliane adottino e mettano in pratica politiche e procedure che incoraggino reazioni non letali contro i dimostranti non armati, con lo scopo di ridurre al minimo i feriti e le frizioni tra le due comunità. Le forze di difesa israeliane devono:

Reintrodurre, di conseguenza, le indagini della polizia militare sulle morti di palestinesi durante azioni delle forze di difesa israeliane nei territori palestinesi nell'ambito di avvenimenti estranei al terrorismo. Le forze di difesa israeliane devono abbandonare la definizione di copertura che dipinge l'attuale insurrezione come "un conflitto armato che si avvicina ad una guerra", una definizione che non riesce a distinguere il terrorismo dalla protesta.

Adottare tattiche di controllo delle masse che riducano la possibilità di uccisioni e ferimenti, evitando l'uso generalizzato di pallottole metalliche rivestite in gomma.

Garantire la presenza costante nei punti di frizione conosciuti di personale esperto e pratico in servizio.

Garantire che i valori dichiarati e le procedure operative standard delle forze di difesa israeliane comportino effettivamente il dovere di occuparsi dei palestinesi che vivono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza nello stesso modo degli israeliani che vivono lì, in modo conforme al Codice etico delle FDI.

Il GDI deve sospendere le chiusure, trasferire all'AP le entrate fiscali dovute e permettere ai palestinesi che erano impiegati in Israele di ritornare ai propri posti di lavoro; e deve assicurare che le forze di sicurezza e i coloni si astengano dalla distruzione di case e strade, così come di alberi e altri beni agricoli che si trovano nelle aree palestinesi. Comprendiamo la posizione del GDI per cui azioni di questa natura sono state intraprese per ragioni di sicurezza. Ad ogni modo, i loro effetti economici si protrarranno per anni.

L'AP deve rinnovare la cooperazione con le agenzie di sicurezza israeliane per assicurare, al massimo livello possibile, che i lavoratori palestinesi impiegati in Israele siano controllati e liberi da connessioni con organizzazioni e individui coinvolti nel terrorismo.

L'AP deve impedire a uomini armati di utilizzare le aree abitate palestinesi per sparare contro le aree abitate israeliane e contro le posizioni delle forze di difesa israeliane. Questa tattica espone le popolazioni civili di entrambe le parti ad un rischio inutile.

Il GDI e le forze di difesa israeliane devono adottare e imporre politiche e procedure pensate per garantire che la risposta al fuoco proveniente da aree abitate palestinesi riduca al minimo il pericolo per la vita ed i beni dei civili palestinesi, tenendo a mente che lo scopo degli uomini armati è probabilmente quello di provocare una risposta eccessiva delle forze di difesa israeliane.

Il GDI devono prendere tutte le misure necessarie per prevenire atti di violenza da parte dei coloni.

Le parti devono rispettare le disposizioni dell'Accordo di Wye River che proibisce armi illegali.

L'AP deve adottare le misure necessarie a stabilire una chiara ed incondizionata gerarchia di comando per il personale armato che opera sotto la sua autorità.

L'AP deve istituire e mettere in atto efficaci modelli di condotta e responsabilità, sia all'interno dell'esercito regolare che tra la polizia e la leadership politica civile cui essa fa riferimento.

L'AP e il GDI devono prendere in considerazione un impegno comune per preservare e proteggere i luoghi sacri alla tradizione musulmana, ebraica e cristiana. Un'iniziativa di questo tipo potrebbe favorire il superamento di una tendenza inquietante: il crescente uso di motivi religiosi per incoraggiare e giustificare la violenza.

Il GDI e l'AP devono approvare e sostenere congiuntamente il lavoro delle ONG palestinesi e israeliane coinvolte in iniziative inter-comunitarie che uniscono i due popoli: è importante che queste attività, inclusa l'offerta di aiuti umanitari ai villaggi palestinesi da parte delle ONG israeliane, ricevano il pieno sostegno di entrambe le parti.

Riprendere i Negoziati

Rinnoviamo la nostra convinzione che un impegno completo per fermare la violenza, un immediato recupero della cooperazione per la sicurezza e uno scambio di misure per la costruzione della fiducia siano tutti fattori importanti per riavviare i negoziati. Tuttavia, nessuna di queste misure potrà essere sostenuta a lungo in assenza di un ritorno a seri negoziati.

Non fa parte del nostro mandato prescrivere i luoghi, la base o i contenuti dei negoziati. Comunque, al fine di fornire un efficace contesto politico per una pratica cooperazione tra le parti, le trattative non devono essere rimandate senza ragione e devono, a nostro parere, manifestare uno spirito di compromesso, di riconciliazione e di partnership, nonostante gli eventi dei sette mesi trascorsi.

Nello spirito degli accordi e impegni di Sharm el-Sheikh del 1999 e 2000 raccomandiamo alle parti di incontrarsi per riaffermare la propria adesione agli accordi firmati e ai reciproci impegni, e di agire in conformità ad essi. Questo dovrebbe costituire il fondamento per riprendere negoziati pieni e significativi.

Le parti si trovano a un crocevia. Se non ritornano al tavolo dei negoziati, si trovano di fronte alla prospettiva di combattere per anni, e molti dei loro cittadini partiranno per lidi lontani per vivere la propria vita e crescere i propri figli. Preghiamo perché facciano la scelta giusta. Ciò significa fermare immediatamente la violenza. Israeliani e palestinesi devono vivere, lavorare e prosperare assieme. La storia e la geografia li hanno destinati ad essere vicini. Questo non può essere cambiato. Solo quando le loro azioni saranno guidate da questa consapevolezza essi saranno capaci di sviluppare la visione e la realtà della pace e della comune prosperità.

 
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