Diritto internazionale dei diritti umani e dei conflitti armati: guerra e pace
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ultimo aggiornamento: 12.03.2008
   
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Ex Jugoslavia Dr. Dario Montalbetti
 
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L'organizzazione costituzionale della Repubblica Federale di Jugoslavia
Tesi di laurea

Università degli Studi di Milano
Facoltà di scienze politiche
Relatore: Prof. Maria Ganino
Correlatore: Prof. Maria Paola Viviani Schlein
Anno Accademico 1997 - 1998 Pubblicazioni
Centro italiano Studi per la pace
www.studiperlapace.it - no ©
Documento aggiornato al: 1998

 
Sommario

La questione del Kosovo rappresenta un punto fondamentale per la stabilità di tutta l'area balcanica, la sua soluzione, quindi, rappresenterebbe un cardine fondamentale per il tentativo di "pacificazione" dei rapporti tra gli Stati sorti dopo la dissoluzione della Jugoslavia.

 
Indice dei contenuti
 
CAPITOLO I - LA JUGOSLAVIA DAL 1918 AL 1992

1.1 Dal congresso di Berlino del 1878 alla proclamazione del Regno di Serbia, Croazia e Slovenia del 1918
1.1.1 La nascita dei movimenti nazionali nell'Ottocento
1.1.2 Dal congresso di Berlino alle guerre balcaniche
1.1.3 Le guerre balcaniche, 1912-13
1.1.4 La Prima guerra mondiale
1.1.5 Il regno dei Serbi, Croati e Sloveni
1.2 La Jugoslavia tra il 1918 e il 1945
1.2.1 Lo scontro sul modello del nuovo Stato
1.2.2 La svolta autoritaria del re Alexandar
1.2.3 La costituzione del 1931 e il rafforzamento dell'opposizione
1.2.4 Il regime di Ante Pavelic e l'occupazione nazi-fascista

1.3 La Jugoslavia nel dopoguerra
1.3.1 1945-1949 l'applicazione del modello sovietico in Jugoslavia
1.3.2 La rottura tra Tito e Stalin e la Legge costituzionale Federale del 31 gennaio 1953
1.3.3 La III° costituzione federale del 7 aprile 1963 comprensiva degli emendamenti del 18 aprile 1967, 26 dicembre 1968 e 30 giugno 1971
1.3.4 La IV°costituzione federale del 21 febbraio 1974
1.3.5 La Jugoslavia 1980-1991: dalla morte di Tito alla disintegrazione dello Stato
1.3.6 L'ascesa dei Slobolan Milosevic nella Repubblica di Serbia
1.3.7 Le riforme istituzionali e i progetti di riforma costituzionali alla vigilia della guerra

CAPITOLO 2 - L'ORGANIZZAZIONE COSTITUZIONALE DELLA REPUBBLICA FEDERALE DI JUGOSLAVIA

2.1 La Costituzione della Repubblica di Serbia
2.1.1 Introduzione
2.1.2 La Costituzione
2.1.3 L'organizzazione ed il meccanismo di funzionamento del sistema di governo

2.2 La Costituzione della Repubblica del Montenegro
2.2.1 Introduzione
2.2.2 La Costituzione
2.2.3 L'organizzazione ed il meccanismo di funzionamento del sistema di governo
2.2.4 Conclusioni

2.3 La Costituzione della Repubblica federale di Jugoslavia
2.3.1 Introduzione
2.3.2 La Costituzione
2.3.3 Gli organi e i meccanismi di governo
2.3.4 Il rapporto tra la costituzione della Federazione e le costituzioni delle Repubbliche costitutive

CAPITOLO 3 - KOSOVO:IL PROBLEMA DELL'AUTONOMIA E LE POSSIBILI REVISIONI COSTITUZIONALI ALL'INTERNO DELLA REPUBBLICA FEDERALE DI JUGOSLAVIA

3.1 Il Kosovo nella storia della Jugoslavia
3.1.1 Il Kosovo dal 1913 alla morte di Tito
3.1.2 Dai disordini del 1981 alla situazione attuale

3.2 I progetti di revisione costituzionale

3.3 Brevi considerazioni conclusive sulla questione del Kosovo


Note

Bibliografia
 
Abstract
 

CAPITOLO 3 - KOSOVO:IL PROBLEMA DELL'AUTONOMIA E LE POSSIBILI REVISIONI COSTITUZIONALI ALL'INTERNO DELLA REPUBBLICA FEDERALE DI JUGOSLAVIA

3.1 IL KOSOVO NELLA STORIA DELLA JUGOSLAVIA

3.1.1 Il Kosovo dal 1913 alla morte di Tito


La questione del Kosovo[1] si è posta nella sua forma attuale nel 1913, quando, al termine della prima guerra balcanica, le grandi potenze ritagliarono un tratto di territorio in parte destinato alla creazione di un'Albania indipendente e in parte comprendente l'attuale provincia del Kosovo[2], fu divisa tra la Serbia e il Montenegro. I serbi, soddisfatti per aver recuperato la parte essenziale della regione che considerano la culla storica della loro nazione[3], avrebbero voluto ottenere anche l'Albania settentrionale, per assicurarsi uno sbocco sul mare. Gli albanesi, al contrario, erano frustrati perché nell'Albania non era stata inclusa una regione in cui il loro movimento nazionale si era particolarmente distinto (Lega di Prizen, 1878[4]) e dove erano in netta maggioranza. Per i serbi, gli albanesi erano in primo luogo "turchi", popolazione da reprimere e sottomettere perché in maggioranza di fede musulmana. In Kosovo, quindi, si governava con mano pesante, tramite decreti speciali. Il governo di Belgrado non considerava gli albanesi un popolo, ma solo un ammasso di tribù divise tra loro, senza lingua, scrittura e religioni comuni. Per questo, molti turchi "veri", ma anche numerosi albanesi, preferirono lasciare il Kosovo per rifugiarsi in Turchia o nell'Albania appena diventata indipendente.
Questa divisione dell'area di popolamento albanese, che non esisteva nell'ambito dell'impero ottomano, fu confermata dopo la prima guerra mondiale, poiché, salvo qualche dettaglio, la frontiera tra l'Albania e il nuovo Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, che includeva anche il Montenegro, rimase immutata.
A partire da quest' epoca si è instaurata nel Kosovo una situazione che, secondo i momenti, è stata apertamente o potenzialmente conflittuale.

Gli anni successivi alla prima guerra mondiale sono segnati da una resistenza armata albanese (il movimento Kaçak) appoggiata all'Albania settentrionale (nel 1914, all'inizio della campagna austriaca contro la Serbia, queste unità irregolari furono armate anche dall'Austria che puntava ad aprire anche un secondo fronte a sud della Serbia), allora come oggi al di fuori del controllo del governo di Tirana, conclusasi nei primi anni venti con l'avvento al potere in Albania di Ahmet bey Zogolli (re Zog I) d'orientamenti più morbidi nei confronti del vicino regno.

Il periodo tra le due guerre mondiali vede l'attuazione di una politica destinata ad indebolire la comunità albanese e slavizzare la regione, in un'atmosfera poliziesca e repressiva, in cui l'unica rappresentanza politica albanese, la Dzmejet (associazione per la difesa dei musulmani) fu sciolta con la forza all'indomani delle elezioni del 1925 (nelle quali non riuscì ad ottenere neanche un seggio).

In questo periodo, attuazione di una riforma agraria (ufficialmente con lo scopo di sopprimere il latifondo e promuovere la modernizzazione delle campagne), è l'occasione per insediare circa 60 mila coloni serbi e montenegrini[5], che tuttavia, una parte degli intellettuali serbi[6], considera insufficiente sia per l'importanza strategica e simbolica della regione, sia rispetto alla presenza compatta di una popolazione allogena (non slava), potenzialmente separatista.

Nella stessa epoca, la Jugoslavia prese in considerazione la possibilità di impadronirsi dell'Albania, o almeno di spartirla con l'Italia; in questo modo avrebbe contato un maggior numero di albanesi nella sua popolazione, ma al tempo stesso avrebbe distrutto il focolaio del loro irredentismo[7].

Durante la seconda guerra mondiale, quando il regno di Jugoslavia venne smembrato, la maggior parte del Kosovo fu riunita ad un'Albania ingrandita[8] (sotto il controllo dell'Italia), mentre il Nord, con le miniere di piombo e zinco di Mitrovica, fu annesso alla Serbia (sotto il controllo tedesco), mentre la parte Est passò alla Bulgaria.

Nell'autunno del 1941 l'esercito tedesco si ritira dai Balcani e nel novembre dello stesso anno anche il Kosovo torna libero. Ma non sono i partigiani di Tito a prendere il potere, bensì i nazionalisti albanesi del Balli kombetar( il fronte nazionale di stampo nazionalista e anticomunista)[9]. Per vincere i nazionalisti anticomunisti, sostenuti dalla maggioranza degli albanesi del Kosovo, Tito dovette chiamare in aiuto le divisioni partigiane del vicino Enver Hoxha e dopo lunghi e spietati combattimenti, nel luglio del 1945, riuscirono a sconfiggere la resistenza albanese.

Con la creazione della nuova Jugoslavia di Tito, la vita degli albanesi del Kosovo[10] si svolge durante i due primi decenni in condizioni ambigue e difficili. Da un lato, il potere di Belgrado introduce innovazioni, sviluppando l'istruzione obbligatoria in lingua albanese, rompendo l'isolamento della regione mediante la modernizzazione della rete stradale e gettando le basi per uno sviluppo minerario e industriale, ma dall'altro mantiene in vita pratiche poliziesche basate sul sospetto[11], soprattutto dopo la rottura del 1948 con l'Unione Sovietica, che è anche rottura con l'Albania di Enver Hoxha.

Il terrore poliziesco nel "Kosmet" si attenua soltanto all'inizio degli anni '60. Nella nuova costituzione federale del 1963 viene riconosciuta a questa regione lo status di "provincia autonoma", alla pari della Voivodina. Nella Camera delle Nazionalità del Parlamento federale, in cui tutte le Repubbliche sono presenti in uguale misura, le due provincie autonome dispongono entrambe di 5 deputati.

Ma è nel 1966 che inizia un periodo di relativa distensione, che coincide con l'allontanamento del famigerato ministro degli interni Rankovic. Una delle prime e più significative misure fu quella di introdurre anche nel Kosovo la riforma linguistica attuata nel dopoguerra, in Albania, dal governo di Tirana, riconoscendo così l'unita culturale del popolo albanese[12], al di qua e al di là della frontiera.

Nel novembre del 1968, scoppiarono nel Kosovo violenti moti popolari, che si estesero pure alla minoranza albanese in Macedonia, e si svolsero nel segno di slogan maoisti e nazionalisti, fra cui spiccava, in maniera particolarmente allarmante, la richiesta: "Kosovo-repubblica", slogan che si sarebbe ripetuto sempre più negli anni seguenti. Soffocata la rivolta con la forza, il vertice della Lega decise, nel febbraio del'69, che non era il caso di riconoscere al Kosovo lo status di settima Repubblica[13], temendo che ciò avrebbe dato vigore alle latenti tendenze separatiste non solo degli albanesi, ma anche dei croati e degli sloveni, per non menzionare la prevedibile reazione dei serbi; ma in compenso fu permesso ben presto agli albanesi di usare i propri simboli nazionali, e nel novembre del'69, fu fondata a Pristina , sulla base di facoltà già esistenti, rette finora da Belgrado, un università autonoma.

Nell'aprile del'70, il comitato centrale decise che la provincia avrebbe fatto, nell'ambito del piano quinquennale, la parte del leone negli investimenti destinati alle zone sottosviluppate.

La nuova costituzione del 1974 ridefinisce la posizione giuridica della "Provincia autonoma del Kosovo". Infatti secondo l'articolo I della nuova costituzione, la Repubblica socialista federativa della Jugoslavia(Sfrj) era " uno stato federale di popoli liberi e delle loro repubbliche socialiste nonché delle provincie autonome del Kosovo e della Voivodina collocate nella repubblica serba" e all'articolo 4 venivano nuovamente citati i "popoli e nazionalità che hanno uguali diritti".All'art.5 venne sancito che le frontiere della Sfrj non potessero essere modificate senza il consenso delle Repubbliche e delle Provincie Autonome[14]. Infine l'articolo 321 prevedeva che la Presidenza dello Stato, in quanto organo supremo di governo, fosse composta da un rappresentante di ogni Repubblica e Provincia Autonoma.

A loro vennero conferite importanti competenze legislative ed esecutive: gestire autonomamente il proprio sviluppo sociale ed economico e partecipare, alla pari con le Repubbliche, alle scelte politiche della Federazione, escludendo il solo diritto alla secessione.

Il Kosovo e la Voivodina si diedero una propria costituzione[15] in conformità con quella serba. Nel Consiglio delle Repubbliche e Provincie, le provincie erano rappresentate con proprie delegazioni: Ma l'elemento fondamentale delle modifiche costituzionali consisteva nel fatto che i diritti e i doveri delle provincie venivano stabiliti nel rispetto della loro natura originaria, autonoma e non più come derivazione dalle leggi della Repubblica Serba[16].

Nel corso degli anni settanta la situazione degli albanesi migliorò notevolmente: liberatisi dal dominio della minoranza serba, avevano conquistato posizioni di rilievo non solo nell'amministrazione della provincia, ma anche nei servizi segreti e nella Lega dei comunisti; il serbo croato aveva perso il suo status di unica lingua ufficiale, e i privilegi, di cui serbi e montenegrini avevano a lungo goduto nei posti di lavoro, avevano cominciato a venire meno a causa della loro ignoranza della lingua albanese[17].

Dal 1966 in poi esso fu il maggior fruitore di finanziamenti per lo sviluppo, concentrati innanzitutto nel settore energetico e nell'industria mineraria, ma contribuirono anche alla nascita di altri settori economici. Tutto questo non fu sufficiente a colmare il divario economico. tra il Kosovo e le altre zone della Jugoslavia[18].

L'ammontare relativamente modesto degli investimenti fu da ricercarsi da un errato meccanismo di investimenti e di distribuzione, nella gestione burocratica irresponsabile, nella politica industriale concentrata nelle fabbriche ad alta intensità di capitale(il 61.4% del volume degli investimenti), nella disoccupazione intellettuale[19] e nella mancata pianificazione familiare.


3.1.2 Dai disordini del 1981 alla situazione attuale

L'11 marzo del 1981 è una data fondamentale nella storia del Kosovo, poiché segna la fine della fase di sviluppo positivo della provincia iniziata nel 1966. In questo giorno gli studenti dell'università di Pristina scesero in piazza per protestare per le loro condizioni di vita e di studio, gli scontri che ne seguirono con la polizia causarono il ferimento di una ventina di studenti. Questo non fu che l'inizio, i moti, che durarono dall'11 marzo ai primi di aprile, presero parte da 10 a 20 mila persone e assunsero il carattere di una vera e propria rivolta popolare. Ancora una volta la rivendicazione fu quella di fare del Kosovo la settima Repubblica della Jugoslavia, e dunque di distaccarlo dalla Serbia.

Nella provincia fu proclamato lo stato d'assedio, e contro i rivoltosi furono impiegate unità di polizia federali, cui si aggiunse un quarto circa di tutte le forze armate[20] . Nel corso degli scontri vennero uccise, secondo i dati ufficiali, 11 persone , mentre 237 furono i feriti( in realtà si parlò di un centinaio di morti solo tra i civili). Toccò aspettare l'inverno successivo perché nell'università e nelle scuole la situazione si normalizzasse.

In queste condizioni, nel Kosovo i rapporti tra una maggioranza albanese frustrata e una minoranza serba insicura andarono incontro al degrado. La sorte della minoranza, problema ultrasensibile, ma argomento proibito finché Tito fu in vita, divenne oggetto di una virulenta campagna di stampa[21], mentre si scatenò la repressione attraverso il controllo del territorio da parte della polizia, i processi e le condanne[22] per reati di opinione, la caccia alle streghe nelle aziende, nei sindacati e nelle cellule del partito[23].

Nel dicembre del 1981 il comitato centrale del Partito comunista serbo decise che, per il momento, non avrebbero chiesto di riscrivere la costituzione, limitandosi ad interpretarla in maniera diversa, nel senso del centralismo democratico, e a rafforzare il controllo di Belgrado sulle sue provincie. Questo non spense la volontà di resistenza degli albanesi, per quanto in superficie, a parte scontri minori nell'83, sembrasse che nella provincia fosse tornata la calma. Ma essa non illuse certamente i serbi, che anzi, verso la metà degli anni ottanta, cominciarono a protestare sempre più spesso contro le persecuzioni fisiche e psichiche, cui la maggioranza albanese avrebbe fatto ricorso nel Kosovo, per costringere la minoranza slava ad emigrare[24].

In tale clima d'isteria collettiva, i giornali belgradesi cominciarono a sostenere che i serbi erano vittime di una politica di "genocidio", e che bisognava fare qualcosa per bloccarne l'esodo dalla provincia. Nell'aprile del 1985, a Belgrado, le vetrine dei negozi albanesi vennero fracassate, mentre nel novembre successivo la Corte Costituzionale della Serbia dichiarò illegittima la prassi, inaugurata negli ultimi anni dal governo di Pristina, d'introdurre nel pubblico impiego la politica delle quote nazionali.

Dopo l'arresto di 150 albanesi accusati di appartenere a un'organizzazione clandestina d'ispirazione irredentista, 2000 tra serbi e montenegrini del Kosovo firmarono una petizione, con cui chiedevano di essere protetti dai vicini albanesi. Alle loro si aggiunsero più tardi altre 60.000 firme, mentre 200 fra i più eminenti intellettuali di Belgrado[25] pubblicarono, insieme con alcuni illustri veterani, una petizione di sostegno, nella quale si chiedeva l'abolizione dell'autonomia del Kosovo, e la sua occupazione militare.

Con l'ascesa, nel 1987, di Slobodan Milosevic al vertice della Lega dei comunisti serbi, la situazione, già carica di tensione, ridiventa esplosiva. Attraverso l'uso strumentale delle adunate di massa, i così detti "mitinsi", e dopo aver conquistato la presidenza della Repubblica Serba(nel 1988), attuò una spregiudicata politica mirata alla conquista delle leve del potere in tutti gli organismi amministrativi delle provincie autonome, nell'ottica di una riforma costituzionale[26] che restituisse alla Serbia i poteri decisionali su tutta la Repubblica.

Affiancato dalle organizzazioni del partito, dalla polizia e dall'esercito, nell'estate e nell'autunno del 1988 si liberò dei suoi avversari politici nella Voivodina. Di seguito, nel gennaio del 1989, organizzò una mobilitazione delle masse e riuscì a destituire la dirigenza del partito e il governo del Montenegro. Il Kosovo rimase esposto agli attacchi della dirigenza serba che puntava all'allontanamento dei funzionari albanesi della Lega dei comunisti che continuavano ad opporsi all'annullamento dell'autonomia della propria provincia.

Nella primavera del 1989 furono destituiti i dirigenti albanesi del partito con grande disappunto della popolazione che aveva manifestato la propria contrarietà con una serie di clamorose iniziative[27].

Il 28 marzo 1989, in una solenne riunione plenaria del parlamento serbo , furono promulgate le modifiche costituzionali. Il presidente del parlamento constatò che con quell'atto veniva restituita alla Serbia la sovranità statale e costituzionale. Due mesi dopo il parlamento provinciale, con 126 voti sui 190 membri dell'assemblea, accettò le modifiche della costituzione. Era presente un cospicuo numero di "ospiti", in realtà tutti membri della polizia di stato presenti in funzione di controllo per impedire un libero dibattito[28]. Lo scrutinio di voti scontò brogli e manipolazioni. Un parlamento regionale , a stragrande maggioranza albanese, aveva tolto a se stesso quasi tutte le competenze legislative. Un colpo di mano serbo impensabile senza le gravissime pressioni e le intimidazioni rivolte ai deputati.

Nei giorni successivi all'approvazione delle modifiche costituzionali, 110.000 albanesi scesero in piazza. Ci furono scontri aspri, soprattutto nel nord, a Podujeva. La rivolta durò due giorni e il bilancio finale fu di 24 morti, centinaia di feriti e di arresti. Negli giorni di marzo e nei primi di aprile si verificarono arresti di massa. Con procedure lampo migliaia di imputati vennero condannati a pene da 20 a 60 giorni di carcere[29].

Il 28 giugno del 1989,in occasione del seicentesimo anniversario della battaglia della "Piana dei merli", Slonbodan Milosevic organizzò una gigantesca manifestazione nel "nome del ritorno dei serbi nel Kosovo", dove invitò a dare l'"assalto alle stelle", non escludendo, meno poeticamente, "neppure la possibilità di conflitti armati nel prossimo futuro"[30].

Dopo l'uscita delle unità slovene e croate , la polizia federale rimase composta quasi esclusivamente da serbi che si accanirono ulteriormente contro la popolazione albanese. Intanto, nel giugno del'90, il governo di Belgrado perfezionò l'operazione togliendo ogni potere al Parlamento provinciale del Kosovo. Una mattina i deputati arrivarono e trovarono il Parlamento di Pristhina sbarrato dalla polizia. Fu impedito loro l'ingresso. Si riunirono allora in assemblea sui gradini del parlamento e il 2 luglio 1990 proclamarono la "Repubblica del Kosova"[31] nel quadro della Jugoslavia e la sua immediata secessione della federazione jugoslava. Le autorità serbe sciolsero immediatamente l'assemblea provinciale. Anche il governo provinciale venne deposto in base ad una legge speciale emessa dal parlamento serbo. Il potere esecutivo passò ad una sorte di direttorio composto da funzionari serbi sotto la presidenza del vicepresidente del parlamento serbo Momcilo Trajlovc. Il Kosovo da quel momento venne sottoposto ad un regime di occupazione[32].

In questo stesso anno, la secessione di quattro delle sei Repubbliche jugoslave aiuta i kosovari a determinarsi politicamente: tra le rivendicazioni di una repubblica jugoslava, oramai inopportuna, e l'unione all'Albania, che la comunità internazionale avrebbe potuto non ammettere e che, d'altra parte, appare poco seducente, essi scelgono di reclamare l'indipendenza.

Il presidente della "Repubblica del Kosovo", Ibrhaim Rugova[33] , e il suo partito, la Lega democratica del Kosovo, sapendo che Milosevic non si sarebbe lasciato sfuggire il Kosovo come aveva fatto per quanto riguarda la Macedonia[34] e stimando che un insurrezione armata non avrebbe avuto possibilità di riuscita, optarono per una resistenza non violenta, associata ad intense iniziative diplomatiche presso le varie potenze[35].

La politica di Rugova, che risparmia agli albanesi del Kosovo la guerra e il genocidio, nello stesso tempo garantisce a Milosevic durante la guerra in Croazia e in Bosnia la sicurezza alle spalle. L'apartheid imposta dal potere serbo, d'altra parte, costringe gli albanesi ad autorganizzarsi, fornendo loro un nuovo spazio di autonomia politica che Belgrado non cerca di distruggere, benché il separatismo possa essere perseguitato a norma di legge, producendo una sorta di equilibrio o di ingannevole calma[36].

Dopo Dayton, dove la questione del Kosovo non viene presa neanche in considerazione, la situazione all'interno della maggioranza albanese non fa che peggiorare; senza alcun progresso politico e senza alcun sostegno esterno la povertà e l'insicurezza della popolazione albanese crece quotidianamente, causando una notevole emigrazione, che la maggioranza degli albanesi considera come una pulizia etnica. E' allora , nel 1996-1997, che avvengono i primi attentati[37] rivendicati dall'Esercito di Liberazione del Kosovo(Uck, Ushtria climtare e Kosoves) fino ad allora ignoto. Ibrahim Rugova e il suo gruppo hanno finto in un primo momento di non conoscerne l'esistenza , suggerendo addirittura che potesse trattarsi di provocazioni dei servizi segreti serbi[38]; ma questa posizione diventa insostenibile quando l'Uck intensifica la sua attività e utilizza i suoi portavoce per rendere noti i suoi intenti: poiché la linea politica di Rugova ha fallito, è giunta l'ora di prendere le armi. Alla fine del 1997 appare chiaro che alcune zone rurali del Kosovo popolate esclusivamente da albanesi, sono passate sotto il controllo dell'Uck. Questa organizzazione, in realtà, non le ha conquistate; ha semplicemente approfittato del fatto che la polizia serba non si arrischiava più ad entrarvi e che l'amministrazione serba le aveva il più delle volte abbandonate[39].

L'Uck trova terreno fertile nella regione occidentale della Macedonia; la zona abitata da una grande maggioranza di albanesi(tra il 30 e il 40% della popolazione) è in rapido fermento dato che la popolazione stessa è anch'essa discriminata dal governo di Skopje e le molte armi che circolavano in Albania dopo ,il saccheggio delle caserme all'inizio del 1997, sono finite sul mercato nero macedone[40].

L'ultima fase degli avvenimenti comincia il 28 febbraio del 1998, allo stato attuale non ancora conclusa, quando le forze speciali della polizia serba lanciano un'offensiva con mezzi pesanti contro numerosi villaggi della Drenica, nel centro del Kosovo. L'offensiva produce un duplice effetto . Da una parte, le potenze occidentali reagiscono rapidamente: il Gruppo di contatto(Germania, Francia, Italia , Usa, e Russia) dà a Milosevic dieci giorni di tempo per ritirare le forze speciali e impegnarsi a intraprendere negoziati in base con i leader albanesi locali, sotto pena di sanzioni e impegnarsi a intraprendere negoziati con i leader albanesi locali, sotto pena di sanzioni e, poco più tardi, la Nato comincia a studiare le varianti di un possibile intervento militare. D'altra parte, la forza dell'Uck cresce molto rapidamente: aumentano i suoi mezzi finanziari grazie alla solidarietà della diaspora[41], affluiscono volontari dall'esterno e dalla popolazione locale, si organizza una rete di rifornimento di armi e si estende il territorio controllato dai ribelli.

In queste condizioni, la comunità internazionale affretta i suoi sforzi per avviare un processo negoziale: Rugova d'altronde, è sconfessato dal suo partito[42] e sembra meno credibile o meno rappresentativo[43] a dispetto della sua recente rielezione alla presidenza della "Repubblica del Kosova"(22 marzo 1998)., l'interlocutore principale diventa l'esercito dell'Uck il quale, però, partendo da posizioni secessioniste non agevolano il tentativi dei mediatori internazionali[44].

Durante l'estate l'avanzata delle forze speciali serbe è continuata con la riconquista di gran parte del territorio sotto il controllo(con il formarsi di un ingente numero, 40.000, di profughi, il più concentrati nella vicina Repubblica del Montenegro) dell'Uck, il quale incapace di assicurarsi un corridoio permanente attraverso la frontiera, condizione necessaria per un rifornimento di armi abbondante, e per l'insufficiente coordinamento tra i gruppi armati operanti nella regione centrale del Kosovo ha dovuto gradualmente ritirarsi. Il 4 settembre Milosevic ha proposto un accordo temporaneo, che prevedeva un autonomia da definire nella sua estensione e un referendum da svolgersi al termine di cinque anni, ma la disponibilità espressa da Rugova non ha fermato le azioni militari che anzi sono riesplose in maniera massiccia tanto che all'inizio è stato paventato un intervento armato della Nato scongiurato poi dall'accordo stipulato da Milosevic con il mediatore americano Holbrooke[45].

Nonostante il cessate il fuoco stipulato alla fine di ottobre, tuttora le azioni militari da una parte e dall'altra continuano a provocare morti in entrambi i campi mentre una soluzione pacifica rimane ancora lontana.

Il Kosovo è una realtà binazionale e come tale rimane uno dei problemi residui dei Balcani; l'incapacità di superare il concetto di stato-nazione e di accettare l'idea di integrazione sovranazionale, unica risposta al nazionalismo "grande-serbo" e "panalbanese", costituisce ostacolo maggiore per l'inizio di un processo di pace basato sul rispetto del diritto all'autodeterminazione e alla convivenza fra serbi e albanesi, processo che comunque dovrà essere garantito dalla massiccia pressione delle potenze estere ancora una volta esitanti di fronte all'ennesima tragedia balcanica.



3.2 I PROGETTI DI REVISIONE COSTITUZIONALE

La questione del Kosovo, oltre all'aspetto umanitario e delle vite umane, rappresenta un punto cruciale per la sopravvivenza stessa della Federazione della Jugoslavia; la soluzione delle sue problematiche rappresenterebbe, in ogni caso lo spunto per una riforma dell'assetto costituzionale dell'intera regione.

In questi anni sono state formulate una serie di ipotesi di soluzione del conflitto e l'internazionalizzazione della questione stessa ha aggiunto altri spunti di soluzione (proposta Hill).

Ma quali sono, oggi, le possibili prospettive? Comincia a farsi strada, tra ci pretende il mantenimento dello status quo, oramai impossibile, e chi si batte per una Repubblica indipendente, una serie di ipotesi intermedie che vanno dalla spartizione del territorio, con quindi una modifica sostanziale dei confini della Federazione, al ripristino dell'autonomia.

Una prima ipotesi potrebbe consistere nel tornare alla situazione vigente fino all'89[46], quando il Kosovo, assieme alla Vojvodina, godeva dello status di provincia autonoma all'interno della Repubblica serba: Significherebbe riconoscere il carattere anticostituzionale dell'abrogazione dell'autonomia e ristabilire integralmente, almeno per il Kosovo, ma chiaramente la cosa si estenderebbe anche alla Vojvodina, lo status quo ante 1989. Su questa base partirebbero le trattative per un allargamento dell'autonomia a condizione che gli albanesi rinuncino alla completa indipendenza[47].

Una seconda ipotesi propone uno scenario che cambierebbe nel profondo gli equilibri etnici oggi esistenti in Serbia -Montenegro, lasciando però invariati i confini esterni. L'ipotesi[48] consiste nella creazione di una nuova confederazione sul territorio jugoslavo denominata Balkania, un unione delle "tre libere, secolari e stati sovrani, Kosovo, Montenegro, Serbia, che non solo offrirebbe vantaggi agli albanesi del Kosovo, ma anche ai musulmani del Sangiaccato(regione all'interno della Serbia e al confine tra il Kosovo il Montenegro), al Montenegro e agli ungheresi della Vojvodina. Questa confederazione non avrebbe bisogno di una nuova costituzione ma di una semplice dichiarazione sottoscritta, dalle tre parti, nella quale si dichiari la volontà di superare le difficoltà e i problemi del passato e di iniziare una nuova era di relazioni amichevoli tra stati sovrani all'interno della nuova Confederazione[49] Ogni membro, la cui costituzione rimarrebbe autonoma dalla confederazione stessa, avrebbe la possibilità di secessione, mantenendo un'unica rappresentanza internazionale all'interno delle Nazioni Unite e delle altre organizzazioni internazionali. I cittadini di ogni Repubblica dovrebbero esprimere, attraverso un referendum, la volontà di far parte di questa nuova confederazione[50], condizionando la possibilità di accesso di altri Stati con il voto preventivo di tutti gli stati costitutivi.

Una terza ipotesi, è quella auspicata dal 96.4%( secondo i sondaggi condotti dall'Istituto di scienze sociali dell'Università di Pristina nel 1997) della popolazione albanese: la "Repubblica Kosova[51]", stato indipendente sganciato dalla Jugoslavia, smilitarizzato, sotto la protezione della comunità internazionale, aperto a tutti gli stati vicini. Ma al momento ogni secessione , realmente compiuta, non avrebbe il riconoscimento della comunità internazionale[52]. A differenza delle guerre in Croazia nel'91 e in Bosnia- Erzegovina dal '92 al '95, stavolta la Serbia pretenderebbe, trattandosi di territorio serbo e jugoslavo, di conservare l'integrità del territorio nazionale appellandosi al diritto internazionale

Una quarta ipotesi è costituita da due tesi di regionalizzazione: una per la Serbia, l'altra per tutta la Jugoslavia.

Il primo progetto[53] divide il Kosovo in due regioni(Kosovo e Metohjia), la Serbia ne comprenderebbe altre 12, ognuna con 500.000-un milione di abitanti: Le regioni costituirebbero un gradino intermedio sul tipo delle soluzioni italiane e spagnole. Esse non avrebbero gli elementi di sovranità propri alle entità federative, ma disporrebbero di elementi standar in materia di autonomia regionale. Organi direttivi misti, serbo albanesi, verrebbero istituiti nelle città maggiori al fine di impedire l'omogeneizzazione etnica nelle grandi zone urbane. La Camera bassa dell'Assemblea regionale verrebbe eletta a suffragio universale con un sistema proporzionale, la Camera alta sarebbe composta per metà da serbi e per metà da albanesi: Il veto della minoranza eviterebbe fenomeni di egemonizzazione consentiti dalla costituzione del 1974.

La Serbia trasferirebbe parte delle proprie competenze alle regioni albanesi(l'istruzione , la cultura, la sanità, la protezione sociale, le comunicazioni, i mezzi di trasporto e la rete stradale, l'industria, la tutela dei beni culturali, i tribunali locali); allo Stato sarebbero assegnati le Corti di Appello, gli Affari esteri, le dogane, la polizia e l'esercito. I cantoni serbi potrebbero delegare parte delle loro competenze alle autorità centrali di Belgrado L'adozione da parte dell'assemblea costituente di una costituzione che instauri la regionalizzazione permetterebbe di impedire che una questione concernente una minoranza divenga una questione territoriale[54].

La proposta di regionalizzazione dell'intera Jugoslavia[55] è stata elaborata da Miodrag Jovicic, membro dell'accademia serba delle Scienze e delle Arti[56]; questo propone la suddivisione della Repubblica federale di Jugoslavia in 13 regioni in cui il Kosovo e la Metohija costituiscono due regioni separate

La configurazione costituzionale delle regioni rimane praticamente uguale a quella della proposta precedente(sistema bicamerale), e in cui la Camera alta, delle due regioni prima menzionate, è costituita da una parte dai rappresentanti della comunità albanese e dall'altra dai rappresentanti di tutte le altre minoranze etniche(serbi, musulmani, turchi, e rom). Le decisioni prese dall'Assemblea regionale dovrebbero avere l'approvazione di entrambe le camere, e , per alcune questioni specificate dalla legge o dai loro statuti, con una maggioranza dei due terzi per entrambe le camere[57]

Un'altra ipotesi di soluzione è stata formulata da Evangelos Kofos, esperto greco dei Balcani, sulla base di una divisione etnica della regione, che soddisferebbe le aspirazioni delle due parti e porrebbe fine al conflitto[58].

Secondo questo progetto , in una prima fase il Kosovo verrebbe diviso in cantoni albanesi e cantoni serbi. I serbi avrebbero circa il 30% del territorio e deterrebbero il potere sulle zone a forte valore simbolico, mentre sul 70% del territorio verrebbero costituiti dei cantoni per gli albanesi, soggetti alla loro autorità: Tale soluzione, che comporterebbe degli spostamenti volontari di popolazione, creerebbe le condizioni necessarie alla fase successiva nella quale il Kosovo verrebbe organizzato come una regione autonoma all'interno della Repubblica serba, con tre livelli amministrativi: cantonali, regionali e repubblicano, rimanendo di competenza dello Stato la politica estera e la difesa. In una terza fase, verrebbe concessa alla regione autonoma una dilazione di dieci anni per decidere la propria adesione alla Federazione Jugoslava quale repubblica provvista di pieni diritti, ad eccezione del diritto di secessione. Durante una quarta fase, nei successivi quindici anni, i cantoni serbi e albanesi deciderebbero con un plebiscito se il Kosovo debba divenire una Repubblica indipendente con il diritto per i cantoni di annettersi alla Jugoslavia o ad un altro Stato[59]

L'ultima ipotesi è determinata dalla situazione internazionale della questione del Kosovo, e rappresenta la proposta di mediazione adottata dal Gruppo di contatto internazionale il 7/10/98 e presentato dal mediatore americano Cristhofer Hill, proposta che per inciso al dicembre'98 è stata respinta sia dalla parte albanese che da quella serba.

L'ipotesi di accordo prevede che il Kosovo rimanga all'interno della Federazione jugoslava quale, però, regione autonoma indipendente costituita da una serie di organi che garantirebbero una sorta di "autonomia aumentata" rispetto alla precedente della Costituzione del 1974.

Fornita di una propria Costituzione , il Kosovo avrebbe diritto a tutta una serie di organi parlamentari e di governo che in modo quasi simmetrico rispecchiano quelli che erano presenti fino al 1989(l'Assemblea sarebbe formata da due camere, di cui una rappresentativa delle varie nazionalità[60]), insieme anche all'istituzione delle autonomie locali che dovrebbero essere secondo questo accordo la garanzia per il rispetto e l'autonomia delle minoranze nazionali le quali saranno garantite anche da il diritto di veto nel parlamento sulle questioni riguardanti la mpropria comunità.

Secondo l'accordo le autorità della Repubblica di Serbia e quelle Federali, non potranno modificare la Costituzione e le decisioni del Parlamento del Kosovo, nella misura in cui esse saranno conformi con il presente accordo e inoltre nella misura in cui rimarranno nell'ambito delle competenze stabilite dal presente accordo[61].

L'accordo determina un arco di tre anni nei quali verranno controllati dall'autorità internazionale che le procedure di costituzione della nuova forma regionale prendano forma senza problemi di sorta.


3.3 BREVI CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE SULLA QUESTIONE DEL KOSOVO

La questione del Kosovo rappresenta un punto fondamentale per la stabilità di tutta l'area balcanica, la sua soluzione, quindi, rappresenterebbe un cardine fondamentale per il tentativo di "pacificazione" dei rapporti tra gli Stati sorti dopo la dissoluzione della Jugoslavia.

La presenza della minoranza albanese all'interno di tre Stati separati(Serbia, Montenegro, Macedonia) rappresenta un serio ostacolo alla possibilità di indipendenza per il Kosovo, poiché una sua eventuale indipendenza provocherebbe inevitabili focolai di tensione all'interno degli Stati limitrofi e pericolose spinte separatiste all'interno sia di questi Stati sia nella zona appena "pacificata" della Bosnia-Erzegovina dove la già fragile convivenza fra la comunità serba e quella bosniaca sarebbe minata da spinte secessioniste poste a riportare la Repubblica Serba di Bosnia nella giurisdizione della Serbia con inevitabili rotture tra gli Stati firmatari degli accordi di Dayton.

La pressante emergenza umanitaria(allo stato dei fatti si contano più di 2.000 morti e 250.000 profughi) e la paura di ripetere gli stessi errori della guerra di Bosnia ha spinto la Comunità internazionale ha costringere le parti interessate(serbi e albanesi) a sedersi allo stesso tavolo delle trattative[62] per trovare una soluzione che possa garantire da una parte, le giuste rivendicazioni di autonomia da parte della fazione albanese(il Kosovo è abitato per il 90% da popolazione di etnia albanese) e dall'altra che questa rimanga comunque all'interno del territorio della Serbia evitando "mutilazioni" pericolose.

Le violenze perpetrate dalle due parti in conflitto(esercito jugoslavo e milizie autonome da una parte, Uck dall'altra), il coinvolgimento "indiretto" del territorio dell' Albania del nord, all'interno del quale sono state costituite, con l'aiuto dei potentati locali(l'Albania del nord è praticamente in mano a gruppi paramilitari con grosse infiltrazioni mafiose) , le basi di addestramento dei guerriglieri kosovari, l'instabilità delle frontiere degli Stati intorno al Kosovo e la perenne presenza di Milosevic e dei suoi uomini all'interno degli organi di governo della Federazione jugoslava, costituiscono gli elementi di instabilità, che più di altri, devono essere risolti al più presto perché si possa costruire le basi di un processo di democratizzazione dell'intera area perennemente infiammata da focolai di violenza.

Nata dalle ceneri della vecchia Jugoslavia, la Repubblica Federale della Jugoslavia potrebbe costituire la prima forma di governo capace di poter far convivere all'interno di una stessa forma statale le diverse anime che compongono il territorio balcanico, ma il perdurare di condizioni involutive e di potere "personale" all'interno della stessa ne fanno, per ora, un vuoto contenitore di singole istanze in contrasto tra loro, rendendo impraticabile qualsiasi soluzione di convivenza se non quella determinata con la forza dall'esterno.



NOTE

1. Il nome Kosovo designava precedentemente un'entità geografica( e non politica) più ristretta, la pianura posta all'interno della sua attuale parte orientale. Nell'impero ottomano, invece, esisteva un vilajet(provincia) del Kosovo, assai più vasto, di cui Skopje era il capoluogo. Questi utilizzava gli albanesi, musulmani, per imporre il suo ordine, tollerando le loro numerose violenze contro i cristiani. Cfr MICHEL ROUX, Di chi è il Kosovo? Cento anni di conflitti, Limes,Roma, 1998, n°3/98, p.33
2. La provincia del Kosovo copre un area di 10.887kmq, il 10,6% della superficie della Jugoslavia, con una popolazione di 1.956.000 abitanti,
3. La composizione etnica della popolazione del Kosovo è così distribuita(stima del 30/4/93)
4. Albanesi 1.845.000(87.8%), Serbi 140.000(6.6%), Musulmani 50.000(2.4%), Montenegrini 10.000(0.4%), Turchi 10.000(0.4%) altri 45.000(2.1%). Cfr H. ISLAMI, Demographic reality in Kosova, Kosova Information Center, Pristhina, 1995.
5. La battaglia del "Kosovo polje"(combattuta il 28 giugno del 1389 tra il regno dei Serbi e i turchi con la conseguente sconfitta delle armate serbe e la dissoluzione del loro regno), il ricordo del nucleo dell'antico regno e l'eredità culturale di quell'epoca fanno parte di uno straordinario patrimonio di tradizioni e di storie che oggi spinge i serbi a considerare il Kosovo la loro "terra santa". Cfr Kosovo. Conflitto e riconciliazione in un crocevia balcanico, da Religione e Società, Roma, 1997, n°9. p.15
6. Il 10 giugno 1878, appena tre giorni prima dell'inizio del Congresso di Berlino, gli albanesi fondarono a Prizen la Lega per la difesa dei diritti degli albanesi, questi proposero al Congresso che, i quattro vilajet a maggioranza albanese venissero unificati in un unico vilajet all'interno dell'impero ottomano. Questo doveva usufruire di una sua autonomia nell'amministrazione, nella scuola e nella polizia e avere un parlamento inteso come istanza legislativa Cfr THOMAS BENEDIKTER, Il dramma del Kosovo, Roma, 1998, p.30
7. Questo è il solo periodo in tutta la storia del Kosovo in cui la componente serbo-montenegrina della popolazione aumenta, passando dal 21% del 1921 al 27%del 1931, al 34% del 1939. Cfr MICHEL ROUX, Dichi è......op. cit., p.35
8. Vasa Cubrilovic rinfacciò al governo serbo di affrontare la questione albanese con metodi troppo occidentali:" Ma la colonizzazione graduale non paga: Non c'è traccia dell'assimilazione degli albanesi. L'unica possibilità e l'unico mezzo è la violenza bruta di un potere statale organizzato. Se non saldiamo subito il conto con loro, fra 20 o 30 anni ci troveremo di fronte ad un irredentismo terribile che metterà in questione l'intero sud del paese. Cfr. M. GRMEK, M. GJIDARA, N. SIMAC, Le nettoyage ethnique. Documents historiques sur une ideologie serbe, Parigi, 1993, pp.161-185
9. Cfr. BOGDAN KRIZMAN, Elaborat Ivo Andrica o Albanii iz 1939 godine, in Casopis za suvremenu povijest, Zagabria, 1977, IX, 2, pp.77-89
10. Per gli albanesi del Kosovo la creazione della "Grande Albania" non solo significò la realizzazione del sogno nazionale, ma soprattutto la liberazione immediata dell'opposizione serba. Ottennero amministrazione, polizia e giurisdizione autonoma, proprie scuole ed istituzioni politiche . Inoltre il movimento dei partigiani di Tito stentò a prendere piede nel Kosovo, anche a causa della linea poco chiara del partito comunista jugoslavo sulla questione delle nazionalità. Tanto che il locale Partito comunista locale contava appena 320 membri, di cui solo 20 erano albanesi. Cfr THOMAS BENEDIKTER, Il dramma......op .cit., p.41
11. Nell'agosto del 1943 questi nazionalisti avevano stretto un accordo con il" Movimento di liberazione nazionale" guidato dai comunisti albanesi, dando vita ad "Comitato per la salvezza dell'Albania". L'obiettivo era quello di lottare contro gli occupanti e di creare una "Grande Albania" ristabilendo i confini del 1941. Ma il comitato centrale del Partito comunista jugoslavo intervenne subito costringendo i comunisti albanesi ad annullare la decisione ed ad abbandonare il Comitato. Cfr. Ibidem, p.43
12. Nel settembre del 1945 il parlamento della Repubblica Serba approva una legge per costituire due regioni autonome all'interno del suo territorio: la Voivodina e il Kosovo-Methoija o Kosmet(dal greco "metoh" che significa bene ecclesiastico). La Voivodina, con la sua forte minoranza ungherese, ottiene un autonomia più ampia rispetto a quella del Kosovo. Ufficialmente viene denominata "Provincia autonoma", mentre la seconda solo un "Territorio autonomo". Cfr MARCO DOGO, Kosovo, Cosenza, 1992, p.121
13. Alexander Rankovic, membro della direzione del Pcj, ministro degli interni e della sicurezza per tutta la Jugoslavia, avvia una vera e propria campagna di terrorismo di Stato, che raggiunge il suo apice attorno alla metà degli anni '50 con le cosidette "operazioni di disarmo"(rastrellamenti e perquisizioni di tutte le case degli albanesi) Cfr THOMAS BENEDIKTER, Il dramma......, p.48.
14. Ai nazionalisti serbi, il potenziamento dell'autonomia delle Repubbliche e delle provincie non piacque affatto, perché, contribuendo a rafforzare gli steccati fra le varie componenti del loro popolo, ne indeboliva il ruolo nell'intera Jugoslavia. Nel maggio del 1968, Dobrica Cosic, membro del comitato centrale serbo, protestò contro le "concezioni ideologiche prevalenti nella politica nazionale. In quest'occasione egli contestò, con particolare riguardo alla situazione del Kosovo, i "nazionalismi burocratici" sorti un po' dappertutto fra le etnie minoritarie, per elevare un inno al "socialismo democratico", universalista e sovranazionale, libero dal peso della storia e dei particolarismi etnici. La sua dichiarazione fu censurata e non fu più eletto nel comitato centrale. Cfr J. PIRJEVEC, Il giorno di.......op. cit., p.370
15. Sul piano ufficiale il rifiuto veniva motivato con i seguenti argomenti: 1) solo le nazioni costitutive della Jugoslavia(Serbia, Croazia, Slovenia, Bosnia, Montenegro e Macedonia) avevano il diritto ad una propria Repubblica. Gli albanesi avevano già realizzato il diritto ad essere una nazione nel proprio stato, l'Albania. In Jugoslavia erano solo una minoranza nazionale; 2) una Repubblica degli albanesi, costituita in base al diritto all'autodeterminazione e alla secessione, avrebbe comportato a lungo termine la separazione del Kosovo dalla Jugoslavia e l'aggregazione allo stato madre, l'Albania; 3) se avessero ottenuto una propria repubblica avrebbero immediatamente incluso anche i 380.00 albanesi della Macedonia mettendo in discussione i confini tra le Repubbliche; 4) il Kosovo, ottenuto lo status di Provincia autonoma che era di fatto già equiparato alle Repubbliche. Cfr. T. BENEDIKTER, op. cit., p.53
16. Fu invece respinta la richiesta di integrare nel Kosovo anche le zone albanesi del Montenegro e della Macedonia. Cfr M. DOGO, op. cit., p 189
17. I consigli provinciali potevano approvare proprie leggi, istituire una magistratura autonoma e le stesse strutture politiche delle Repubbliche. Cfr
18. A Belgrado si cominciò a lamentare che la Serbia non era sullo stesso piano delle altre Repubbliche, essendo divenuta una federazione nella federazione, e che l'autonomia delle sue provincie era stata potenziata apposta per indebolirla. Si rispolverò la vecchia tesi che i comunisti volevano la Serbia debole, per avere una Jugoslavia forte, e si dichiarò che i figli non avrebbero pagato per i "peccati dei nostri padri grandeserbi". Si sostenne che la costituzione aveva di fatto trasformato la Jugoslavia in uno stato confederale, e si auspicò il ripristino di un forte governo centrale, capace di prendere decisioni e imporsi a quelli periferici. Cfr. J. PIRJEVEC, op. cit., p.449
19. Si trattava di un fenomeno circoscritto, visto che, su mille abitanti, ad avere un impiego pubblico 228 erano serbi, 258 montenegrini e solo 109 albanesi. Cfr. The Economist,n°11, IV, 1987, p.62
20. Nel 1979 il Pil pro capite del Kosovo raggiungeva appena il 29% della media jugoslava.Cfr Vjetori Statistikor i Ksa tè Kosoves, Pristina, 1989
21. La difficoltà di trovare lavoro spinse molti giovani a iscriversi all'università di Pristina, che divenne ben presto, con 61.000 studenti, il terzo ateneo della Jugoslavia. Si trattava di una soluzione provvisoria, che non offriva ai giovani sbocchi professionali a casa, e neppure nel resto della Jugoslavia, dato lo scarso apprezzamento di cui godevano i diplomi conseguiti a Pristina. Si creò dunque una massa di disoccupati intellettuali pieni di frustrazioni, che divenne terreno fertile per lo sviluppo di sentimenti nazionalisti, da sempre esasperati, tanto in campo albanese che in quello serbo. Cfr. J. PIRJEVEC, op. cit., p.470
22. La dura repressione attuata nella provincia, voleva essere un monito anche agli sloveni e ai croati, le cui tendenze nazionalistiche, antiserbe e perciò antijugoslave, suscitavano da tempo serie preoccupazioni a Belgrado. Cfr J. PIRJEVEC, op. cit., p.471
23. Il governo di Belgrado, preso alla sprovvista cercò in un primo momento di nascondere la drammaticità della situazione all'opinione pubblica interna e internazionale e, quando ciò non fu più possibile, tento di minimizzarla. Stane Dolanc, allora membro della presidenza del partito, all'indomani della rivolta, assicurò ai giornalisti stranieri che il problema della minoranza albanese del Kosovo non esisteva essendo stato risolto durante la guerra. Quando però la reale gravità degli avvenimenti venne alla luce, le autorità cambiarono tattica gridando alla "controrivoluzione", e accusando d'averla fomentata i "nemici interni ed esterni della Jugoslavia" Cfr. M. DOGO, op. cit., p.258
24. In base agli articoli 133 del codice penale(delitto di opinione) e 144(associazione controrivoluzionaria), 2.300 manifestanti furono condannati. Cfr. T: BENEDIKTER, op. cit., p.60
25. Nel partito si procedette alla cosidetta "differenzazione", voluta dal comitato centrale del Pc serbo in una "Risoluzione sugli sviluppi del Kosovo": il primo colpo di scena furono le dimissioni del capo del partito comunista del Kosovo, Mahmut Bakalli; le epurazioni successive non colpirono solo alcuni dirigenti ma centinaia di semplici iscritti al partito. Cfr. Ibidem, p.60
26. In realtà la causa principale di tale migrazione era il processo di industrializzazione della Jugoslavia e il Kosovo regione sottosviluppata e ad alta densità demografica non poteva che produrre emigrazione.Cfr. M. ROUX, op. cit., p.41
27. Nel settembre del 1986 il giornale di Belgrado, "Vecernji novosti", pubblicò dei passi di un memorandum dell'Accademia serba delle scienze e delle belle arti. Partendo dalla struttura della Federazione jugoslava secondo la costituzione del 1974, gli autori tiravano la conclusione che le repubbliche jugoslave e le nazioni di cui, queste erano espressione non avrebbero goduto di pari diritti perché ai serbi non era stato concesso un proprio stato. La Serbia era, a loro avviso, l'unica Repubblica che doveva sopportare due provincie autonome al suo interno, quasi assimilabili a due Repubbliche, perciò la stessa statualità della Serbia ne risultava gravemente limitata. Nel Kosovo, regione nella quale si affermava che dall'81 era in corso una guerra aperta e totale contro i serbi e i montenegrini, i serbi sarebbero stati esposti ad un genocidio strisciante da parte della maggioranza albanese. Dal destino del Kosovo derivava la sopravvivenza di tutto il popolo serbo, affermavano gli autori, perche lì si era organizzata una coalizione antiserba degli sloveni e croati sulla spinta del motto" Una Serbia debole significa una Jugoslavia forte". Per garantire gli interessi legittimi della Serbia e per risolvere la questione della sua piena statualità, secondo gli autori bisognava rivedere la costituzione del 1974. Cfr M. ROUX, op. cit., p.40
28. Secondo la Costituzione del 1974 perché fosse possibile una revisione della Costituzione serba era necessario l'approvazione delle Assemblee delle due Provincie autonome( Kosovo, Voivodina) Cfr......,op. cit., p.74...
29. Il 17 novembre 3.000 minatori della miniera di Trepca organizzarono una marcia su Pristina contro l'ingerenza serba negli affari kosovari, i due giorni seguenti videro la più grande manifestazione di albanesi mai vista in Jugoslavia, 250.000 persone si radunano nello stadio di Pristina per protestare contro la politica antialbanese di Belgrado. Cfr T. BENEDIKTER, op. cit., p.73
30. Ai delegati dell'assemblea provinciale, i servizi segreti, schieratesi apertamente con Milosevic, fecero sapere che avrebbero pagato di persona, con le loro famiglie, qualsiasi tentativo di resistenza. Cfr. J. PIRJEVEC, op. cit., p.515
31. Nella provincia, in una atmosfera di terrore da regime razzista, fu introdotta la legge marziale, giustificata dai serbi con la scusa che la rivolta era stata organizzata dall'Albania, e con la singolare tesi che nel Kosovo, come 600 anni prima, era in corso una lotta in difesa della cristianità e della civiltà. Cfr. Ibidem, p.515
32. Cfr. Vreme, Belgrado, 8/4/91 p.35
33. Il 7 settembre 1990, a Kakanic, proclamarono la Costituzione della "Repubblica del Kosova"in cui all'art.1 si recitava:"La Repubblica del Kosova è uno stato democratico della nazione albanese e delle nazionalità, delle minoranze e dei cittadini: dei serbi, musulmani, montenegrini, croati, turchi, rom, e altri che vivono nel Kosova", nell'art.2 si legge che la "Repubblica del Kosova è uno stato sovrano e indipendente". Cfr. G. ZAJMI, Dimension of the question of Kosova, Pristhina, 1993 p.79
34. In base a leggi eccezionali, vengono allontanati dai posti di direzione e licenziati in massa, i mezzi d'informazione in lingua albanese sono sospesi e l'insegnamento di questa lingua è interrotto. Posti di fronte a questo apartheid de facto, gli albanesi si separano nettamente da uno Stato di cui oramai boicottano le elezioni, le imposte, il servizio militare, i censimenti. E si autorganizzano, ricostruendo il sistema scolastico, sanitario, di assistenza agli indigenti e istituendo un ente per la raccolta di fondi, che sollecita i contributi volontari degli albanesi locali, ma soprattutto di quelli della diaspora, che esprimono in massa la loro solidarietà. Cfr. M. ROUX, op. cit., p. 40
35. Leader della Lega Democratica del Kosovo(Ldk), fondata nel natale del 1989 e partito di maggioranza del Kosovo, è stato eletto presidente della non riconosciuta "Repubblica del Kosova" nel maggio del 1992 con il 95% dei voti
36. Nel settembre del 1991 un plebiscito indetto sulla questione della sovranità rilevò una schiacciante maggioranza favorevole all'indipendenza, ovviamente proclamata subito dopo. A differenza di Slovenia e Croazia, l'esercito jugoslavo si è ritirato dalla Macedonia senza sparare un colpo all'inizio del 1992. Cfr. C. CVIIC,op. cit., p.123
37. Le potenze, pur manifestandogli la propria simpatia non fecero alcunchè in suo favore. La loro scelta è in realtà quella di limitarsi ad avallare la divisione della Jugoslavia in base alle frontiere delle sei repubbliche: se avessero appoggiato il separatismo albanese in Serbia, avrebbero offerto argomenti ai separatisti serbi della Krajna e avrebbero compromesso i costosi sforzi occidentali tesi a mantenere in piedi lo Stato bosniaco. Cfr. M. ROUX, op. cit., p.41
38. A questo proposito si veda M. ROUX, Le calme trompeur du Kosovo, in J. RUPNIK, Le Balcans. Payage apres la bataille, Bruxelles, 1996, pp. 107-121
39. L'Uck fa la sua prima comparsa il 17 febbraio 1996, assumendosi la paternità degli attacchi contro cinque campi di profughi fuggiti dalla Croazia. Cfr. T. BENEDIKTER. Op. cit., p.113
40. E' solo nel febbraio del 1998 che Ldk prende atto della sua esistenza considerandola un effetto dell'esasperazione degli albanesi, dovuta alla occupazione serba e alla passività internazionale
41. Cfr. Liberation, Parigi, 15/6/1998, p.10
42. I traffici di armi fra Macedonia e Kosovo, sono più facili che non fra Albania e Kosovo, rigidamente controllata dall'esercito serbo . Cfr, M. NAVA, Il Kosovo alza il prezzo, in Il Corriere della Sera, Milano, 12/3/98, p.9
43. La rete di collettori è molto sviluppata soprattutto in Svizzera, ma ci sono anche legami che portano a Washington, all'influente Albian American Civil League, l'organizzazione degli albanesi emigrati in America, questi smentiscono che l'Uck sia un organizzazione terrorista e invita i suoi membri a riconoscere la giurisdizione del Ministero della difesa del governo in esilio della Repubblica Kosova, capeggiato da Bujar Bukoshi, che ha sede a Bonn. Cfr, Kosovo, odio e sangue nel suk di Tito, in Il Corriere della Sera Milano, 5/3/98 p.10
44. Col passare del tempo, e con l'assenza di risultati, la sua linea morbida è stata messa sempre più in questione sia all'interno dell'Ldk che dalle forze più radicali del Kosovo albanese. Inizialmente da Adem Demaqi, che con il suo "Partito parlamentare" chiedeva azioni dirette sul modello dell'Intiufada, poi anche dal vicepresidente dell'Ldk, Hydajet Hyseni, che all'inizio del 1998 lascia il partito per fondare la Nldk, la Nuova Lega Democratica. Cfr. T. BENEDIKTER, op.cit., p.103
45. L'incontro con Milosevic(15/5/98), avrebbe dovuto segnare una svolta o quantomeno l'inizio di un dialogo serio. Non è andata così, non c'è stato neanche un temporaneo cessate il fuoco, e ora Rugova viene tacciato quasi di tradimento. Cfr. La Repubblica, Milano, 30/5/98
46. In una dichiarazione su Der Spigel i portavoce dell'esercito dell'Uck hanno dichiarato "Noi non vogliamo più l'indipendenza, vogliamo la riunione di tutti gli albanesi dei Balcani". Un tale obiettivo, che implica anche lo smembramento della Macedonia, è abbastanza inquietante da indurre le potenze peraltro divise tra loro, a temporeggiare. Cfr.Le Monde, Parigi, 8/6/98
47. Al centro del pacchetto portato da Holbrooke a Belgrado c'era la proposta di statuto internazionale di autonomia per il Kosovo; il ritiro delle truppe speciali inviate dopo il marzo 98 e l'accettazione di una forza internazionale di osservatori sul ritiro di tali forze e sul ritorno dei profughi nelle loro case(2.000 verificatori dell'OSCE) e l'inizio d negoziati con la parte in causa. Cfr. La Repubblica, Milano, 14/5/98, p.8
48. Questa proposta è stata portata avanti dallo stesso Rugova e dal suo partito fino all'inizio del 1998, quando sotto la pressione dei guerriglieri dell'Uck e nel timore di perdere la leadership all'interno della comunità albanese, hanno alzato il livello delle richieste chiedendo l'indipendenza completa del Kosovo. Cfr.La Repubblica, Milano, 20/4/98, p.8
49. Le riserve maggiori vengono dall'opposizione democratica serba, orientatta verso progetti di "Grande Serbia". Inoltre il ripristino dell'autonomia del Kosovo significherebbe per Milosevic l'ammissione di un grave errore politico. Sarebbe immediatamente scavalcato dalla destra, e cioè dai partiti politici ultranazionalisti come Seselj e Draskovic. Cfr. T. BENEDIKTER, op. cit., p. 123
50. Questa ipotesi è stata presentata da Adem Demaqi, presidente del Partito parlamentare del Kosovo, che rappresenta la seconda forza politica del Kosovo, il più prestigioso prigioniero politico di etnia albanese dell'ex Jugoslavia, è attualmemte il portavoce ufficiale dell'esercito dell'Uck
51. Cfr. A. DEMAQI, Balkania-A Transitional Country"in Nedeljna Nata borba, Belgrado, 22-23 Marzo 1997, p.IV
52. In questo assettio il Kosovo entrerebbe come entità statale federata, alla pari degl altri soggetti della confederazione. Questo ovviamente presuppone la rinuncia della Serbia al controllo diretto e totoale di tutto lo stato federale. C'è più di un ragionevole dubbio che la classe politica serba, profondamente radicata nel nazionalismo, sia disponibile ad un'ipotesi basata essenzialmente sulla raison d'etat. Ed inoltre i sondaggi di opinione dicono che anche nel Kosovo la proposta di "terza repubblica federale" è sostenuta da meno del 4% della popolazione. Cfr T. BENEDIKTER, op. cit., p.123
53. Nella "Dichiarazione Politica" formulata dal "Comitato per il coordinamento dei partiti politici albanesi della Jugoslavia" dell'ottobre del 1991, si descrivevano tre soluzioni della Questione albanese attraverso l'istituzione della "Repubblica Kosova": nella prima ipotesi, in cui si mantenevano le frontiere interne ed esterne attuali, la Repubblica Kosova sarebbe esistita come uno stato sovrano e indipendente con il diritto di associazione nella confederazione di una nuova Jugoslavia di stati sovrani. La seconda, con il cambiamento delle frontiere interne, descriveva la Repubblica Kosova come una entità statale formata attraverso gli stessi principi etnici validi per i serbi e per le altre nazioni della Jugoslavia, La terza, che prevedeva il cambiamento delle frontiere esterne, era basata sull'esito di un referendum che avrebbe dovuto decidere l'annessione del Kosovo alla vicina Albania. Cfr.Z.LUTOVAC, The Minorites-CSCE and the Yugoslav Crisis Belgrado, 1995, pp. 115-116
54. In un articolo comparso sul giornale La Repubblica del 22/4 /98 l'allora Ministro degli Esteri italiano Lamberto Dini dichiarò, portandola come posizione dell'Alleanza atlantica, che l'unica soluzione del problema del Kosovo stava nel riconoscimento di una forte autonomia all'interno comunque della Federazione della Jugoslavia.
55. Su richiesta del vescovo di Raska-Prizen, Artemio, e del Movimento serbo di resistenza, un gruppo di esperti(il professoreM. Jovic, Z. Lutovac, C. Ocic, K. Cavoski, D. Popovic, D. Batakovic) ha elaborato questo progetto che esclude uno Stato centralizzato e utilizza le esperienze europee in materia di regionalizzazione. Cfr D. BATAKOVIC, Progetti serbi di spartizione, in Limes,Roma, 3/98, p.153
56. Tale progetto di regionalizzazione dell'insieme della Serbia con l'assemblee bicamerali ha parzialmente perso di attrativa con l'aggravarsi del conflitto anche se i maggiori partiti di opposizione in Serbia lo hanno accolto: Questa iniziale offerta proposta dai serbi alla popolazione albanese è divenuta meno accettabile per i leader degli albanesi del Kosovo, i cui rappresentanti rifiutano qualsiasi modello di maggiore integrazione nella Serbia, dopo che l'Uck ha espresso la volontà di riunire tutti gli albanesi in uno stato etnico. Cfr. Ibidem, p.164
57. Cfr M. JOVICIC, A Regional State- A Study Of Costitutional Law,in Vajat, Belgrado 1996, p.15
58. Dalla stessa Accademia, nel 1986, uscì un documento che prospettava un ipotesi di spartizione del Kosovo tra la Serbia e l'Albania,che mirava a trasferire all'Albania i 4/5 della regione. La nuova frontiera avrebbe lasciato alla Serbia i territori del nord, abitati prevalentemente dai serbi, ricchi di luoghi simbolici ma anche delle miniere di Kosova Mitrovica, mentre al Montenegrosarebbe andata la regione di Pec. La città di Pristina sarebbe stata divisa in due: l'ovest ai serbi con Kosovo polje, l'est agli albanesi. Cfr Limes, Roma, 1993, 1-2/93, p.275
59. Il problema maggiore di questa ipotesi di soluzione è costituito dalle difficoltà poste dal Montenegro, nel quale l'opinione pubblica e i suoi partiti politici si sono fortemente identificati con il Montenegro quale entità statle autonoma. Cfr. Z. LUTOVAC,Option for solution of the Problem of Kosovo in Reviw of International Affairs, Belgrado, 1997, IV, p 11.
60. Cfr.D. BATAKOVIC, op. cit., p.166
61. Cfr. E. KOFOS-T. VEREMIS, Kosovo: Efforts to Solve the Impasse, in The International Spectator, vol XXXIII, Atene, 1998, pp.131-141
62. Secondo l'accordo competenza del Parlamento sarebbero, il sistema fiscale e di bilancio, la regolamentazione degli organi amministrativi e di governo, il sistema doganale, i rapporti con l'estero, l'organizzazione dell'autonomie locali le comunità nazionali sarebberoCfr. American Draft Document, in KOHA ditore Washington, 1988 p.4
63. Secondo il presente accordo le competenze della Provincia autonoma del Kosovo ricalcano quelle elencate nella Costituzione del 1974, lasciando alla Repubblica Serba e alla Federazione jugoslava la facoltà di decidere sulle questioni militari(ma solo di difesa repubblicana o federale, dato che la polizia e l'esercito interno sarebbe formato dagli organi competenti della Provincia),sulla politica estera sul cambiamento dei confini e sulle norme doganali che riguardino l'intera federazione, e sulla conformità della Costituzione del Kosovo con le costituzioni della Repubblica e della Federazione, Cfr. ibidem, p.5.
64. Il 6 febbraio del 1999 sono iniziati in Francia i colloqui di pace tra serbi e kossovari sotto l'egida della comunità internazionale. Il tentativo delle potenze occidentali è quello di far accettare, con le dovute modifiche, il piano di pace messo a punto dal Gruppo di contatto. Questi sono alcuni punti del testo pubblicato da Politika : Necessità di un'immediata cessazione della violenza e rispetto del cessate il fuoco. Accordo ad interim: una soluzione definitiva sarà raggiunta dopo un periodo transitorio di tre anni, integrità territoriale della Repubblica federale di Jugoslava e dei suoi vicini, elezioni libere ed eque in Kosovo(municipali e provinciali) sotto la supervisione dell'Osce, un alto livello di autonomia sarà garantito da organi legislativi, esecutivi e giudiziari indipendenti(con competenze tra l'altro, su tasse, finanze, polizia, sviluppo economico, sistema giudiziario, salute, istruzione e cultura nel rispetto dei diritti delle comunità etniche, comunicazioni, strada traffico e ambiente la polizia locale deve riflettere la composizione etnica, con un coordinamento a livello locale. Cfr. S. CINGOLANI, Kosovo, i serbi vanno al negoziato, in, Il Corriere della Sera, Milano, 5/2/99, p.13

 
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