Diritto internazionale dei diritti umani e dei conflitti armati: guerra e pace
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ultimo aggiornamento: 12.03.2008
   
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La filosofia teoretica e la guerra Prof. Mario Miegge
Sulla guerra
Conferenza

Intervento alla conferenza
Diritti umani e ordine internazionale
26 maggio 1999, Biblioteca Comunale Ariostea, Ferrar Pubblicazioni
Centro italiano Studi per la pace
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Documento aggiornato al: 1999

 
Sommario

Il cammino della Ragione è complicato e incerto, proprio perché non può ridursi alle scorciatoie delle razionalità settoriali ed avulse dalla comunicazione pubblica.

 
Abstract
 

R ispettando i confini delle Facoltà universitarie, non entrerò nel campo del diritto e mi atterrò piuttosto all'esame dei modelli di razionalità, che non è certo un compito riservato ai soli filosofi , i quali da lungo tempo se ne occupano.



1. Vorrei fare una premessa, che non è soltanto "di bandiera", ricordando che il più grande filosofo dell'età moderna, Immanuel Kant, ha dedicato molta attenzione al problema della pace a partire dal 1784, quando, all'età di sessant'anni, scrisse il breve saggio Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, che non era destinato ai soli filosofi ma al "pubblico illuminato" ; e continuò ad occuparsene fino agli ultimi anni della sua vita, per esempio nel Rinnovato quesito se il genere umano sia in costante progresso verso il meglio (nella raccolta Il conflitto delle Facoltà,1798). Il più ampio e sistematico trattato kantiano sulla pace è del 1795 e si intitola Per la pace perpetua. Un progetto filosofico.

Questi scritti non avevano carattere utopistico. Kant non si proponeva di descrivere uno stato di perfezione ma di delineare una teoria dello sviluppo morale, giuridico e politico. La "pace perpetua " non era vista come una condizione extra-mondana ma come una possibilità del futuro storico, che è oggetto di speranza . Non "utopia", dunque, ma piuttosto - secondo le parole di Kant - un "millenarismo filosofico" , che si differenzia da quello della tradizione religiosa perché è fondato su di una considerazione razionale della storia del genere umano. Kant pensava che l'umanità, nel suo insieme, è chiamata (dalla Natura o, meglio, dalla Provvidenza divina) a sviluppare tutte le sue capacità e i suoi talenti. Analogamente agli economisti liberali del suo tempo, riteneva che lo sviluppo fosse favorito dalla competizione, che manifesta la "insocievole socievolezza" degli uomini, a condizione che questa competizione sia contenuta in un quadro di legalità. Poiché l'umanità, nella sua storia, è passata dallo "stato selvaggio" allo "stato civile", si può ragionevolmente supporre che anche lo "stato selvaggio" tuttora presente nei rapporti tra gli Stati (la guerra) possa essere superato. La guerra era vista da Kant essenzialmente come spreco e distruzione delle risorse umane. Non dimentichiamo che egli si riferiva alle guerre del Settecento: il secolo in cui i conflitti armati hanno prodotto i minor numero di vittime non soltanto tra i civili ma anche tra i militari! L'argomentazione kantiana è dunque tanto più pertinente e plausibile, quanto più si accresce ila distruttività della guerra, che è giunta al culmine nel secolo XX.

Ultima annotazione. Secondo Kant, il quadro politico istituzionale che avrebbe reso possibile la pace doveva corrispondere ad una "costituzione repubblicana" instaurata a livello internazionale: non già, dunque, una forma di impero mondiale, inevitabilmente incline al dispotismo, bensì una libera e consensuale federazione di Stati. In vista di questa estensione del principio repubblicano, Kant poneva in evidenza la svolta storica prodotta dalla Rivoluzione francese, che egli salutava (ancora nel 1798) come "un avvenimento del nostro tempo che dimostra la tendenza morale del genere umano". La Rivoluzione aveva infatti provato che un popolo può liberamente darsi una costituzione e, pertanto, questo processo costituzionale poteva aprirsi anche nel quadro internazionale. La fiducia di Kant doveva essere smentita dai fatti, poiché la rivoluzione fu anche la matrice dell'imperialismo napoleonico. La storia non segue necessariamente il cammino della Ragione.



2. La sociologia classica del secolo XX ha elaborato diversi modelli di razionalità. Evocherò, molto sommariamente quello proposto da Max Weber. Nella sua classificazione delle forme dell'agire sociale Weber distingue due tipi di condotta razionale: l'agire "razionale rispetto allo scopo" (zweckrational ) e l'agire "razionale rispetto al valore" (wertrational ). Il primo consiste nel commisurare razionalmente i mezzi ai fini e risponde all'imperativo (condizionale e non categorico) dell'efficienza. Secondo Weber questo tipo di razionalità caratterizza eminentemente la condotta imprenditoriale moderna, nel quadro dell'economia di mercato capitalistica. L'altro tipo è definito invece da un rapporto incondizionato a "valori": l'agire in questo caso non è commisurato alle regole dell'efficienza ma consiste nella applicazione coerente di principi ritenuti assoluti, non vincolata agli esiti fattuali.

Jürgen Habermas (più volte menzionato nel nostro dibattito, a proposito dell'intervento militare della NATO in Kosovo, che egli ha legittimato in termini di "guerra giusta") ha rielaborato il concetto weberiano dell'agire "razionale rispetto al valore", riferendolo più precisamente alla interazione sociale mediata dal linguaggio. I valori - secondo Habermas - definiscono il "quadro istituzionale" dell'agire comunicativo. E' la comunicazione tra gli attori sociali che produce adesione ai valori e convinzioni e pratiche comuni. Ma la comunicazione stessa non sarebbe possibile senza un consenso riguardo ad un minimo di principi regolativi. L'agire comunicativo, riferito al quadro istituzionale e ai suoi valori, si distingue dall'agire tecnico e dall'agire economico-strategico, retti dagli imperativi di efficienza, secondo il modello weberiano della "razionalità rispetto allo scopo" (che viene talora denominata, più semplicemente, razionalità "formale" o "strumentale") .

In un noto saggio del 1968 (intitolato Tecnica e scienza come ideologia e dedicato al filosofo Herbert Marcuse, in occasione del suo settantesimo compleanno), Habermas sostiene che, nel mondo moderno, le condotte e i modelli dell'agire razionale rispetto allo scopo si sono progressivamente ampliati, differenziati ed emancipati dal "quadro istituzionale" (religioso, morale e culturale) e tendono addirittura a sostituirlo.

Qui si addensano problemi. Da una parte le forme dell'agire razional-strumentale si autolegittimano in base ai soli criteri del successo, sottraendosi ai procedimenti della discussione pubblica e della formazione di consenso. D'altra parte, poiché implicano non soltanto una pluralità di attori, in competizione tra di loro, ma anche una moltiplicazione di comparti (tecnico-professionali, economici e politico-strategici) spesso reciprocamente impermeabili e incongruenti, esse producono situazioni di conflitto e di crisi, tanto più pericolose quanto più si riducono le capacità di controllo istituzionale e si restringe il campo della comunicazione reciproca e "libera da dominio".



3. Queste considerazioni "modellistiche", apparentemente astratte, hanno qualche rilevanza in ordine ai fatti di cui stiamo discutendo.

L'agire bellico è indubbiamente uno dei comparti specifici della razionalità tecnica e "strategica" e (come diceva - nel suo intervento - la collega Letizia Gianformaggio) esso si sta sempre più indirizzando a prestazioni di alta professionalità (si pensi agli apparati della odierna guerra aerea). Ora, anche a prescindere da giudizi di valore e, dunque, in base ai soli criteri della "razionalità rispetto allo scopo", le azioni belliche dovrebbero essere commisurate alla congruenza tra i loro fini dichiarati, i mezzi utilizzati e il risultato conseguito.

Da questo punto di vista, l'intervento della NATO nella crisi serbo-kosovara non corrisponde al modello di efficienza. Si proponeva di porre freno alla virulenza del nazionalismo serbo e di arrestare le operazioni di "pulizia etnica". Il risultato è stato quello di riconfermare la separazione violenta dei gruppi etnici, portata a compimento con le stragi e la espulsione manu militari della popolazione albanese del Kosovo, già programmata dai dirigenti di Belgrado. Si proponeva di mettere alle corde il potere di Slobodan Milosevic , sicuramente antidemocratico e corresponsabile di molte azioni belliche criminali (nel corso della guerra civile jugoslava, iniziata nel 1991) . Il risultato è stato il rafforzamento del regime (in chiave di difesa della patria) e la drastica restrizione degli spazi della opposizione interna. Alla fine, si apre una alternativa tra la prosecuzione dell'azione distruttiva (per mezzo della guerra aerea) e la ripresa della trattativa con gli attori che dovevano essere messi fuori gioco.

Si può rispondere che i fini principali dell'intervento non sono quelli ufficialmente dichiarati ma altri - niente affatto occulti, poiché sono stati espressi pubblicamente, per esempio, da autorevoli ex-dirigenti della politica estera degli USA, come Henry Kissinger. Questi "secondi fini" riguardano l'egemonia della massima potenza mondiale, la "tenuta" e la credibilità dell'Alleanza atlantica e così via. Ora, le considerazioni geopolitiche sono sicuramente fondate e plausibili ma rischiano di semplificare eccessivamente uno scenario complesso, riducendolo ai soli "giochi strategici" della politica di potenza, e sottovalutano, pertanto, il problema e l'esigenza di interventi di "polizia internazionale", atti ad affrontare (nel quadro istituzionale della Organizzazione delle Nazioni Unite) i conflitti locali e le conseguenti (e crescenti) violazioni dei diritti umani basilari.



4. Ma, prima di parlare di "polizia", dovremmo dare maggior precisione ai lineamenti attuali del "disordine" mondiale.

Il principale comparto dell'"agire razionale rispetto allo scopo" non è oggi quello militare e bellico ma quello della economia di mercato. La "razionalità" dell'economia è però, anch'essa, parziale ed esposta a forti deficit, sia nel suo funzionamento interno sia nella interazione con le istituzioni politiche. Si pensi, da un lato, alla inarrestabile espansione del capitale finanziario privato e dei suoi giochi puramente speculativi, dall'altro alla strategia delle agenzie internazionali di credito pubblico, come il FMI . L'egemonia del capitale finanziario, nel sistema degli scambi mondiali, accresce a dismisura le disuguaglianze, tra gli agenti forti e quelli più deboli, e impone squilibri e torsioni alla economia reale (produzione e consumo di beni e di servizi). Gli interventi del FMI sono, per parte loro, finalizzati all'ampliamento e consolidamento del Libero Mercato. La concessione dei crediti è subordinata ai programmi di "riaggiustamento strutturale" , che colpiscono principalmente la spesa degli Stati debitori. Nei paesi in via di sviluppo queste misure hanno il risultato di paralizzare i servizi pubblici, innanzi tutto nel campo dell'assistenza sanitaria e dell'istruzione.

Torniamo alla crisi balcanica. All'inizio degli anni 80, la Jugoslavia, per far fronte alla grave situazione di indebitamento, ottenne crediti dal FMI, alle condizioni suddette. Quando incominciò a diffondersi l'infezione nazionalistica (principalmente in Serbia e in Croazia) erano ancora numerosi i difensori della Repubblica federativa jugoslava. Ma le misure di "riaggiustamento strutturale" stavano ormai sopprimendo le risorse che assicuravano la sopravvivenza delle istituzioni federali e il loro ruolo essenziale di riequilibrio delle disuguaglianze economiche tra le diverse Repubbliche e regioni.

Insomma, la "razionalità" del Mercato e delle politiche creditizie ha esiti frequentemente caotici, che aggravano le crisi politiche. Quando le crisi non sono più controllabili entra in campo un'altra e ancor più parziale razionalità, cioè quella bellica - come è avvenuto nel caso jugoslavo. Ma gli interventi militari (e in particolare quelli che avvengono fuori dal quadro istituzionale dell'ONU) possono arginare il "disordine" o invece lo consolidano e lo ingrandiscono?


5. Torniamo ora al problema della "polizia internazionale" .

Devo premettere che non sono particolarmente incline alla nonviolenza. Essendo nato nel 1932, nella mia adolescenza ho visto in azione i reparti delle SS naziste e le Brigate Nere della Repubblica di Salò. Ho mantenuto la certezza che a quel nemico si poteva opporre soltanto la lotta armata. Penso anche che, per porre termine all'assedio di Sarajevo (durato dal 1992 al 1996), si dovevano bombardare le posizioni degli assedianti serbi e che, in questo caso, l'intervento internazionale è avvenuto con grave ritardo.

A maggior ragione, sono convinto che l'azione di polizia è indispensabile all'interno degli Stati e che dovrebbe anche essere estesa a livello internazionale (beninteso, sotto l'egida dell'ONU), per far fronte a conflitti locali, che si configurano sempre di più come "guerre private" (v., a questo proposito, il recente libro di Mary Kaldor), colpiscono la popolazione civile e risparmiano i combattenti, e si intrecciano ormai costantemente con i traffici delle organizzazioni criminali (commercio di armi, droga ecc.).

Ma occorre distinguere, con estrema chiarezza, il ruolo della polizia dal ruolo degli eserciti. L'"agire razionale" di questi ultimi è settoriale e finalizzato alla guerra. Quanto più si accresce l'efficienza "professionale" degli eserciti tanto più la loro azione sfugge al controllo pubblico. Completamente diversi sono i compiti e i criteri di efficienza dell'azione di polizia. Questa si svolge normalmente in un quadro sociale complesso, il cui controllo non può ridursi alla "tutela dell'ordine pubblico" , e nel quale l'efficienza dell'azione di polizia deve commisurarsi a precise alternative strategiche.

Facciamo un esempio. Le grandi città degli Stati Uniti d'America sono — come tutti sanno — un ambiente segnato da elevati tassi di criminalità. Negli ultimi anni, sulla costa orientale degli USA , sono stati elaborati due diversi modelli di controllo del disordine urbano. Nella città di New York il sindaco Giuliani si è attenuto a un modello di tipo militare, accrescendo la forza d'urto e il rigore dell'intervento poliziesco. Dopo i successi iniziali, questa strategia incontra ora impreviste difficoltà; tra l'altro per il fatto che i frequenti abusi della forza pubblica vengono perseguiti in sede giudiziaria e il budget municipale è sbilanciato dalle richieste di indennizzo, oltre che dal costo esorbitante dell'apparato repressivo (carcerazioni ecc.). Esiti di gran lunga migliori ha avuto invece la strategia messa in opera nella città di Boston. Qui lo sforzo di arginare e ridurre la criminalità urbana si è sviluppato per mezzo della cooperazione continua - orientata alla prevenzione piuttosto che alla repressione - tra la polizia municipale e la rete delle istituzioni e agenzie della società civile operanti nelle aree più disagiate e maggiormente "a rischio": scuole, chiese (in particolare quelle delle comunità afroamericane), gruppi sportivi e così via. Possiamo dire che, in questo caso, la "professionalità" è strettamente associata ad un agire comunicativo, consensuale e multilaterale, che risulta anche più efficace in vista dell'"ordine" .

In conclusione: a nessuna persona dotata di buon senso verrebbe in mente che, per vincere le mafie e le camorre, si debbano radere al suolo (eventualmente a colpi di cannone) i quartieri inquinati di alcune città mediterranee. Il cammino della Ragione è complicato e incerto, proprio perché non può ridursi alle scorciatoie delle razionalità settoriali ed avulse dalla comunicazione pubblica.

 
Bibliografia
 

KANT, Immanuel, Stato di diritto e societè civile, Editori riuniti, Roma 1982 (in questa raccolta, a cura di Nicolao Merker, si trovano le traduzioni italiane degli scritti kantiani menzionati nell'intervento).

WEBER, Max, Alcune categorie della sociologia comprendente , in ID., Il metodo delle scienze storico-socialii , trad. di Pietro Rossi, Einaudi, Torino 1958.

HABERMAS, Jurgen, Tecnica e scienza come ideologia , in ID., Teoria e prassi nella società tecnologica, trad. di Carlo Donolo, Laterza, Bari 1974: ID., La crisi della razionalità nel capitalismo maturo, trad. di Giorgio Backhaus, Laterza, Bari 1975.

KALDOR, Mary, Le nuove guerre. La violenza organizzata nell'età globale, trad. di Gianluca Foglia, Carocci, Roma 1999.