Diritto internazionale dei diritti umani e dei conflitti armati: guerra e pace
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Libro Bianco 2002
Normativa

Curatore: Generale Pietro Giannattasio
www.difesa.it
20 dicembre 2001


N.B.: La pubblicazione costituisce risultato dell'assemblamento dei documenti scaricati dal sito www.difesa.it. Sono omesse tabelle, tavole esplicative et similia.
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Sommario

Il Libro Bianco 2002 nasce dalla volontà del Governo di fare il punto sulla situazione delle Forze Armate e, più in generale, dell'intero settore della Difesa in funzione del nuovo quadro geo-politico delineatosi dopo gli assassinii di massa perpetrati l'11 Settembre contro gli Stati Uniti d'America.

 
Indice dei contenuti
 
INDICE

PREMESSA

PARTE I
LA SITUAZIONE: DALLA MINACCIA AL RISCHIO


1.1 EVOLUZIONE DEL QUADRO GEOSTRATEGICO E DELLE MISSIONI DELLE FORZE ARMATE

1.2 IL QUADRO MONDIALE ED I SOGGETTI DELLA POLITICA INTERNAZIONALE: ONU, UEO, UE, NATO, OSCE
1.2.1 Generalità
1.2.2 L'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU)
1.2.3 L'Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO)
1.2.3.1 Il Nuovo Concetto Strategico della NATO
1.2.3.2 La "nuova" NATO
- Il processo di "adattamento esterno"
- Il processo di "adattamento interno"
l Revisione della Struttura di Comando
l Revisione della struttura delle Forze
l DCI - Defence Capabilities Iniziative
1.2.4 L'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE)
1.2.5 L'Unione Europea Occidentale (UEO)
1.2.6 L'Unione Europea
1.2.6.1 Il processo evolutivo della Difesa Europea
1.2.6.2 Gli sviluppi futuri della Difesa Europea

1.3 IL PROCESSO INNOVATIVO DELLA DIFESA NAZIONALE
1.3.1 Relazioni Politiche Militari
1.3.2 I regimi di disarmo e non proliferazione
- Generalità
- Il Trattato CFE
- Il Documento di Vienna
- Gli Accordi di Dayton
- Il Patto di Stabilità
- La convenzione di Ottawa sul bando delle mine antiuomo
- La Convenzione sulla Proibizione delle Armi Chimiche
- Small Arms And Light Weapons (SALW)
- Il Trattato Open Skies
- L' High Level Group della NATO
- Il NATO Senior Defence Group on Proliferation (DGP)
- La Convenzione per il Bando delle Armi Biologiche (BIOLOGICAL
WEAPON CONVENTION - BWC)

PARTE II
LA DIFESA

2.1 LA LINEA DI COMANDO

2.1.1 Il Capo dello Stato
2.1.2 Il Consiglio Supremo di Difesa
2.1.3 Il Parlamento
2.1.4 Il Presidente del Consiglio dei Ministri
2.1.5 Il Ministro della Difesa
2.1.5.1 I Sottosegretari di Stato

2.2 LA RISTRUTTURAZIONE DELLE FORZE ARMATE
2.2.1 La normativa legislativa
2.2.2 La successione dei decreti legislativi
2.2.3 Il Capo di Stato Maggiore della Difesa
2.2.4 Il Segretario Generale della Difesa e Direttore Nazionale degli Armamenti
2.2.5 I Capi di Stato Maggiore di Forza Armata
2.2.6 Il Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri
2.2.7 Il Comitato dei Capi di Stato Maggiore
2.2.8 La sicurezza:
2.2.8.1 Il SISMI
2.2.8.2 Il RIS (Reparto Informazione e Sicurezza)

2.3 L'ORDINAMENTO DELLA DIFESA
2.3.1 Lo Stato Maggiore della Difesa
2.3.2 Il Segretariato Generale della Difesa
2.3.2.1 Direzione Generale per il Personale Militare (PERSOMIL)
2.3.2.2 Direzione Generale per il Personale Civile (PERSOCIV)
2.3.2.3 Direzione Generale della Leva, del Reclutamento Obbligatorio,
della Militarizzazione, della Mobilitazione Civile e dei Corpi
Ausiliari (LEVADIFE)
2.3.2.4 Direzione Generale degli Armamenti Terrestri (TERRARM)
2.3.2.5 Direzione Generale degli Armamenti Navali (NAVARM)
2.3.2.6 Direzione Generale degli Armamenti Aeronautici (ARMAEREO)
2.3.2.7 Direzione Generale delle Telecomunicazioni, dell'Informatica
e delle Tecnologie Avanzate (TELEDIFE)
2.3.2.8 Direzione Generale del Commissariato e dei Servizi Generali
(COMMISERVIZI)
2.3.2.9 Direzione Generale dei Lavori e del Demanio (GENIODIFE)
2.3.2.10 Direzione Generale della Sanità Militare (DIFESAN)
2.3.3 Gli Uffici Centrali
2.3.3.1 Ufficio Centrale del Bilancio e degli Affari Finanziari (BILANDIFE)
2.3.3.2 Ufficio Centrale per le Ispezioni Amministrative (ISPEDIFE)
2.3.4 L'Esercito
2.3.4.1 Stato Maggiore dell'Esercito
2.3.4.2 L'Organizzazione Operativa
2.3.4.3 L'Organizzazione Scolastica e Addestrativa
2.3.4.4 L'Organizzazione Logistica
2.3.4.5 L'Organizzazione Territoriale
2.3.4.6 L'Ispettorato delle Infrastrutture
2.3.4.7 L'Ispettorato per il Reclutamento e le Forze di completamento
2.3.5 La Marina Militare
2.3.5.1 L'Organizzazione Generale e lo Stato Maggiore
2.3.5.2 L'Organizzazione delle Forze Operative
2.3.5.3 L'Organizzazione Periferica/Territoriale
2.3.6 L'Aeronautica Militare
2.3.6.1 La nuova Aeronautica Militare
2.3.6.2 Lo Stato Maggiore dell'Aeronautica
2.3.6.3 Aspetti Strutturali
2.3.7 L'Arma dei Carabinieri
2.3.7.1 La ristrutturazione
2.3.7.2 I compiti militari
2.3.7.3 La struttura
2.3.7.4 Il Comando Generale
2.3.7.5 Raggrppamenti Tecnico e Logistico Amministrativi (R.T.L.A.)
2.3.7.6 Le Caserme
2.3.7.7 L'Organizzazione addestrativa
2.3.7.8 L'Organizzazione Territoriale
2.3.7.9 L'Organizzazione Mobile e Speciale
2.3.7.10 Reparti per esigenze specifiche
2.3.7.11 Reparti per gli organi centrali
2.3.7.12 Personale per i compiti militari

2.4 LA DEFINIZIONE DELLE "MISSIONI"
2.4.1 Premessa
2.4.2 Le missioni
2.4.2.1 Gestioni delle crisi internazionali
2.4.2.2 Le formazioni multinazionali a partecipazione italiana
2.4.2.3 Partecipazione italiana alla nuova struttura delle forze NATO
2.4.2.4 Il contributo italiano alla difesa europea

PARTE III
L'ECONOMIA

3.1 ARTICOLAZIONE DELLE SPESE DELLA DIFESA
3.2 FORMAZIONE DEL BILANCIO
3.3 LE SERIE STORICHE
3.4 COSTI
3.5 CONCLUSIONI/CONSIDERAZIONI

PARTE IV
L'APPARATO INDUSTRIALE

4.1 COMPITI - ORGANIZZAZIONE
4.2 LE DIREZIONI GENERALI
4.3 IL SETTORE INDUSTRIALE DELLA DIFESA

4.3.1 Struttura ordinativa
4.3.1.1 Ante-riforma
4.3.1.2 La riforma
4.3.1.3 Dopo la riforma
4.3.2 Agenzia Industria Difesa

4.4 APPARATO INDUSTRIALE NAZIONALE

4.5 COPRODUZIONE INTERNAZIONALE NEL PANORAMA
INDUSTRIALE NAZIONALE
4.5.1 Weag (Gruppo Europeo degli Armamenti)
4.5.2 OCCAR (Organismo congiunto per la collaborazione degli armamenti)
4.5.3 LOI (Lettera di intenti)
4.5.4 Considerazioni

4.6 PANORAMA INDUSTRIALE NAZIONALE

4.7 POLITICA DEGLI APPROVVIGIONAMENTI
4.7.1 Sviluppo ed attuazione dei programmi
4.7.2 La trattativa privata
4.7.3 Comitato consultivo
4.7.4 Peculiarità relative al mercato degli armamenti
4.7.5 Informatizzazione delle procedure contrattuali ed "e-procurement"

4.8 COMMERCIALIZZAZIONE DELLE ARMI

4.9 RICERCA, SVILUPPO E ACQUISIZIONE

4.9.1 Componente interforze
4.9.1.1 Funzione C4I
4.9.1.2 Funzione riconoscimento, sorveglianza e acquisizione bersagli
4.9.1.3 Funzione intelligence
4.9.1.4 Funzioni mobilità
4.9.1.5 Funzioni difesa/reazione
4.9.1.6 Funzioni protezione delle forze
4.9.2 Componente terrestre
4.9.2.1 Funzione C4I
4.9.2.2 Funzione difesa/reazione
4.9.3 Componente marittima
4.9.3.1 Funzione C4I
4.9.3.2 Funzione difesa/reazione
4.9.3.3 Funzione protezione delle forze
4.9.4 Componente aerea
4.9.4.1 Funzione C4I
4.9.4.2 Funzione difesa/reazione
4.9.4.3 Funzione mobilità
4.9.4.4 Funzione sostenibilità/logistica/addestramento
4.9.5 La ricerca tecnologica
4.9.5.1 NATO RTO (Research &Technology Organisation)
4.9.5.2 Programma ETAP (European Technology Acquisition Program)
4.9.5.3 Test Facilities
4.9.5.4 Fondi per la ricerca
4.9.5.5 Tecnologie "dual use"

4.10 CONCLUSIONI/CONSIDERAZIONI

PARTE V
IL PERSONALE MILITARE

5.1 LA CONDIZIONE MILITARE

5.1.1 L'indagine conoscitiva sulla condizione militare

5.2 IL RECLUTAMENTO
5.2.1 Il reclutamento dei militari di truppa
5.2.2 Il reclutamento dei sottufficiali
5.2.3 Il reclutamento degli ufficiali in spe
5.2.4 Il reclutamento degli ufficiali ausiliari
5.2.5 Le forze di completamento
5.2.6 Richiami in servizio dall'ausiliaria
5.2.7 Arma dei Carabinieri
5.2.8 Il servizio militare femminile
5.2.9 I Cappellani militari in Italia
5.2.10 Obiezione di coscienza
5.2.11 La forza bilanciata del 2001

5.3 ITER DI CARRIERA (selezione, valutazione e criteri)
5.3.1 Ufficiali
5.3.2 Sottufficiali
5.3.3 Truppa
5.3.4 Dimissioni (esclusi i Carabinieri)

5.4 TRATTAMENTO ECONOMICO
5.4.1 Adeguamento periodico della retribuzione
5.4.2 Trattamento di quiescenza
5.4.3 Sviluppi futuri
5.4.4 Trattamento del personale militare impegnato in operazioni di pace
e di carattere umanitario
5.4.5 La differenza del trattamento economico delle forze armate italiane
rispetto agli Alleati della NATO

5.5 IL PROBLEMA DEGLI ALLOGGI
5.6 LA RAPPRESENTANZA MILITARE
5.7 BENESSERE DEL PERSONALE
5.8 IL FENOMENO DEL NONNISMO

PARTE VI
LA FORMAZIONE

6.1 GENERALITA' - EUROFORMAZIONE
6.1.1 ESERCITO

6.1.1.1 Ufficiali
6.1.1.2 Sottufficiali
6.1.1.3 Truppa
6.1.1.4 Approntamento per cicli operativi
6.1.2 MARINA
6.1.2.1 Ufficiali
6.1.2.2 Sottufficiali
6.1.2.3 Truppa
6.1.2.4 Le attività addestrative
6.1.3 AERONAUTICA
6.1.3.1 Ufficiali
6.1.3.2 Sottufficiali
6.1.4 CARABINIERI
6.1.4.1 Ufficiali
6.1.4.2 Sottufficiali
6.1.4.3 Truppa
6.1.4.4 Attività addestrativa per i reparti destinati a compiti militari
6.1.5 POLIGONI, AREE ADDESTRATIVE E SIMULATORI.
6.1.5.1 Gestiti dall'Esercito
6.1.5.2 Gestiti dalla Marina Militare

PARTE VII
IL PERSONALE CIVILE

7.1 PERSONALE CIVILE
7.2 ORGANICO
7.3 IMPIEGO DEL PERSONALE CIVILE
7.4 RICORSO A STRUTTURE ESTERNE (OUTSOURCING)
7.5 PERSONALE CIVILE: UNA NUOVA CONCEZIONE. PROSPETTIVE
7.6 RUOLO DELLE RAPPRESENTANZE DEL PERSONALE

PARTE VIII
LA GIUSTIZIA MILITARE

8.1 GENERALITA'
8.2 CONSIGLIO DELLA MAGISTRATURA MILITARE
8.3 ORGANIZZAZIONE GIUDIZIARIA MILITARE
8.4 ATTIVITA' GIUDIZIARIA: DATI STATISTICI
8.5 PERSONALE DI MAGISTRATURA
8.6 PERSONALE NON DI MAGISTRATURA
8.7 ASSEGNAZIONE DI PERSONALE MILITARE
8.8 ISTITUZIONE DI SEZIONI DI POLIZIA GIUDIZIARIA MILITARE
8.9 L'ORGANIZZAZIONE PENITENZIARIA MILITARE
(OPM - ORGANI ESECUTIVI)
8.10 CONSIDERAZIONI
8.11 APPLICAZIONE DEL CODICE PENALE MILITARE DI PACE
(E NON DI GUERRA) DURANTE LE MISSIONI MILITARI
ALL'ESTERO - ASPETTI PROBLEMATICI

PARTE IX
I MATERIALI

9.1 LA LOGISTICA - GENERALITA'

9.2 SITUAZIONE ATTUALE E PROSPETTIVE FUTURE

9.2.1 La Politica degli approvvigionamenti
9.2.2 Programmi di ammodernamento nel campo dei materiali
9.2.3 Programmi di ammodernamento nel settore del Comando Controllo
Comunicazioni ed Informazioni (C3I)
9.2.3.1 Sistema SICRAL
9.2.3.2 Rete numerica interforze
9.2.3.3 Sistema C4I Difesa
9.2.3.4 La rete telematica della Difesa (DIFENET)
9.2.4 Programmi di ammodernamento nel settore dei materiali terrestri
9.2.4.1 Il blocco delle forze pesanti
9.2.4.2 Il blocco delle forze medie
9.2.4.3 Il blocco delle forze leggere
9.2.4.4 Nuovo equipaggiamento per il soldato
9.2.4.5 Componente aeromobile
9.2.4.6 Difesa controaerea
9.2.4.7 Nel settore del Comando e Controllo/Comunicazioni/Computer (C4)
9.2.5 Programmi di ammodernamento nel settore dei materiali navali
9.2.5.1 Di seguito la situazione attuale dei principali programmi di
ammodernamento dello strumento navale
9.2.5.2 Principali programmi da avviare per il rinnovamento
e l'ammodernamento dello strumento aeronavale secondo
i requisiti "minimi" stabiliti
9.2.6 Programmi di ammodernamento nel settore dei materiali aeronautici
9.2.7 Programmi di innovazione tecnologica nell'Arma dei Carabinieri

9.3 POLITICA DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE NEL CAMPO DELLA CESSIONE DEI MATERIALI

9.4 POLITICA DEL FUNZIONAMENTO

9.4.1 Segmento terrestre
9.4.2 Segmento navale
9.4.2.1 Viveri
9.4.2.2 Vestiario
9.4.2.3 Casermaggio
9.4.2.4 Combustibili e lubrificanti
9.4.2.5 Automezzi
9.4.2.6 Servizi "esternalizzati"
9.4.2.7 Situazione in atto-munizionamento
9.4.2.8 Situazione in atto-materiali
9.4.2.9 Catena logistica delle riparazioni/manutenzioni
9.4.3 Segmento aeronautico
9.4.3.1 Le procedure burocratiche
9.4.4 Segmento Arma dei Carabinieri
9.4.4.1 La politica degli approvvigionamenti nell'Arma dei Carabinieri
9.4.4.2 Organizzazione logistica dell'Arma dei Carabinieri

9.5 POLITICA DEL SOSTEGNO LOGISTICO

9.6 POLITICA DELLE SCORTE

9.6.1 Segmento terrestre
9.6.1.1 Parti di ricambio
9.6.1.2 Munizioni
9.6.2 Segmento navale
9.6.3 Segmento aeronautico
9.6.3.1 Scorte munizioni e carbolubrificanti
9.6.3.2 Commissariato
9.6.3.3 Il Reparto Mobile di Supporto

9.7 POLITICA DELLA SANITÀ MILITARE
9.8 POLITICA DEI MOVIMENTI E TRASPORTI
9.9 POLITICA DEL VETTOVAGLIAMENTO
9.10 POLITICA DEL VESTIARIO ED EQUIPAGGIAMENTO

PARTE X
LE INFRASTRUTTURE

10.1 ASPETTI GENERALI
10.2 REALIZZAZIONE DI ALLOGGI CON SISTEMA
"PROJECT FINANCING"
10.3 POLICY PER LE INFRASTRUTTURE PER IL VOLONTARIATO
FEMMINILE

10.3.1 Esercito
10.3.2 Marina
10.3.3 Aeronautica

10.4 PROGRAMMA ALIENAZIONE/PERMUTA
10.4.1 Programma dismissioni
10.4.2 Casi particolari

10.5 PROGRAMMI INFRASTRUTTURALI NATO
10.5.1 Le risorse NATO
10.5.2 Comando AFSOUTH
10.5.3 Joint Command SOUTH di Verona

10.6 PROBLEMATICHE INFRASTRUTTURALI DELL'ARMA DEI CARABINIERI
10.6.1 Premessa
10.6.1.1 Caserme del demanio militare
10.6.1.2 Caserme del demanio civile
10.6.1.3 Caserme in immobili di proprietà privata
10.6.1.4 Acquisizione di immobili dismessi dalle FF.AA.

10.7 CONCESSIONE DI LOCALI DEMANIALI MILITARI
ALLE ASSOCIAZIONI D'ARMA E COMBATTENTISTICHE

PARTE XI
FORZE ARMATE E PAESE

11.1 GLI INTERVENTI A FAVORE DELLA COMUNITA'.

11.1.1 Generalità
11.1.2 Autorità decisionale
11.1.3 Vincoli
11.1.4 Il contributo delle singole FF.AA. e dei Carabinieri
11.1.4.1 Esercito
- Calamità naturali
- Salvaguardia libere Istituzioni
- Pubblica utilità
- Scioperi
- Gittamento di ponti Bailey
- Bonifica ordigni esplosivi
- Abbattimento edifici abusivi
- Campagna antincendi boschivi
- Servizio Meteomont
11.1.4.2 Marina Militare
11.1.4.3 Aeronautica Militare
11.1.4.4 Arma dei Carabinieri

11.2 ATTIVITA' DELLA DIFESA PER LA TUTELA AMBIENTALE
11.2.1 Precedenti
11.2.2 La politica e i programmi
11.2.2.1 Ufficio Antinfortunistica e Ambiente
11.2.2.2 Gruppo di lavoro Interforze
11.2.2.3 Le "Linee guida" del Ministero della Difesa
11.2.2.4 La Direttiva Ambientale Interforze
11.2.2.5 La formazione e l'addestramento del personale
11.2.2.6 La determinazione dell'organizzazione
11.2.3 La cooperazione militare Italia - USA
11.2.4 Contributo alla tutela ambientale NATO
11.2.5 Recente attività di tutela ambientale
11.2.5.1 Attività dell'area tecnico-industriale
11.2.5.2 Attività dell'Esercito
11.2.5.3 Attività della Marina
11.2.5.4 Attività dell'Aeronautica
11.2.5.5 Attività dell'Arma dei Carabinieri

PARTE XII
LA PUBBLICISTICA MILITARE, L'ATTIVITA' SPORTIVA NELLE
FORZE ARMATE, LE ASSOCIAZIONI COMBATTENTISTICHE
E D'ARMA, I MUSEI MILITARI, IL COMMISSARIATO GENERALE,
ONORANZE AI CADUTI IN GUERRA

12.1 LA PUBBLICISTICA MILITARE

12.1.1 Generalità
12.1.2 Scopi
12.1.3 La pubblicistica nell'area interforze
12.1.4 La pubblicistica nell'area Forze Armate
12.1.4.1 Esercito
12.1.4.2 Marina
12.1.4.3 Aeronautica
12.1.4.4 Carabinieri
12.1.5 La comunicazione
12.1.5.1 Premessa
12.1.5.2 La struttura di comunicazione attuale delle Forze Armate
12.1.5.3 L'attività di informazione e comunicazione delle Pubbliche Amministrazioni

12.2 L'ATTIVITA' SPORTIVA NELLE FORZE ARMATE
12.2.1 Generalità
12.2.2 L'attività fisica di massa
12.2.3 L'attività conservativa per l'agonismo
12.2.4 L'attività conservativa per i Quadri
12.2.5 I centri sportivi delle FF.AA.
12.2.5.1 Centri sportivi Esercito
12.2.5.2 Centri sportivi Marina Militare
12.2.5.3 Centri sportivi Aeronautica Militare
12.2.5.4 Centri sportivi dell'Arma dei Carabinieri
12.2.6 Gli oneri di bilancio
12.2.7 Convenzioni Forze Armate-Coni

12.3 LE ASSOCIAZIONI COMBATTENTISTICHE D'ARMA

12.4 I MUSEI MILITARI

12.4.1 Generalità
a. Sacrario delle bandiere al Vittoriano
12.4.2 Musei dell'Esercito
12.4.2.1 Museo storico della Fanteria
12.4.2.2 Museo storico dei Granatieri di Sardegna
12.4.2.3 Museo storico dei Bersaglieri
12.4.2.4 Museo storico Nazionale degli Alpini
12.4.2.5 Museo storico della Cavalleria
12.4.2.6 Museo storico dell'Artiglieria
12.4.2.7 Museo storico dell'Arma del Genio
12.4.2.8 Museo storico della Motorizzazione
12.4.3 Musei della Marina Militare:
12.4.3.1 Museo storico navale
12.4.3.2 Museo tecnico navale
12.4.4 Museo storico dell'Aeronautica Militare
12.4.5 Museo storico dell'Arma dei Carabinieri

12.5 COMMISSARIATO GENERALE ONORANZE AI CADUTI IN GUERRA
12.5.1 Cenni storici e compiti d'istituto
12.5.2 Ricerca, traslazione e definitiva sistemazione dei Caduti Italiani
12.5.3 Le Infrastrutture
12.5.4 Questioni demaniali
12.5.5 Varie
12.5.5.1 Rapporti con le Associazioni
12.5.5.2 Musei
12.5.5.3 Pubblicazioni e audio visivi

APPENDICE: Possibili linee evolutive
Riferimenti Legislativi



 
Abstract
 

PREMESSA

Il Libro Bianco 2002 nasce dalla volontà del Governo di fare il punto sulla situazione delle Forze Armate e, più in generale, dell'intero settore della Difesa in funzione del nuovo quadro geo-politico delineatosi dopo gli assassinii di massa perpetrati l'11 Settembre contro gli Stati Uniti d'America.

Sedici anni ci separano dal precedente Libro Bianco, realizzato nel 1985 dall'allora Ministro Spadolini. In quegli anni era vivo il confronto Est - Ovest, con la questione degli euromissili, ma già si affacciavano impegni nuovi, anticipati dalle missioni in Libano dal 1982 al 1984, quasi ad annunciare quella stagione di radicali mutamenti negli scenari internazionali che si sarebbe poi aperta nel 1989, con la caduta del Muro di Berlino.

La fine della guerra fredda e la disgregazione dell'URSS hanno fatto esplodere tensioni etniche, nazionaliste, religiose, economiche, lungo l'"arco delle crisi", come gli esperti di strategia chiamano la vasta area del pianeta che parte, a Ovest, dal Nordafrica, attraversa il Medioriente e il Caucaso, si estende verso Est al Golfo, all'Asia centrale, al Kashmir fino a toccare il Sud-Est asiatico ove si manifestano conflitti di natura etnico-religiosa (basti pensare al caso di Timor Est). A Nord questo "arco delle crisi" ha l'appendice balcanica, contigua ai nostri confini terrestri e marittimi, attraverso la quale una complessa conflittualità, dalle antiche radici storiche, si è incuneata nel cuore stesso dell'Europa.

Gli attentati dell'11 Settembre hanno definitivamente marcato la nuova realtà della sicurezza planetaria ed hanno confermato che le minacce da affrontare nel futuro hanno una natura ben diversa da quelle che abbiamo combattuto e sconfitto nel passato, grazie alla coesione atlantica che ha unito in un comune sforzo a difesa della libertà le democrazie europee e nordamericane. Oggi, un'identica coesione - possibilmente con una più ampia partecipazione di Stati - deve contrastare la minaccia oscura di un terrorismo, che potrebbe arrivare a disporre di armi di distruzione di massa e dimostra capacità di organizzazione globale, di penetrazione e proselitismo non solo nelle aree interessate da crisi ma addirittura nelle società occidentali.

Al tempo stesso, l'altra novità che segna una radicale rottura rispetto al contesto in cui maturò il precedente Libro Bianco, è il diverso approccio dell'opinione pubblica verso il tema della sicurezza nazionale. Le ampie maggioranze registrate in Parlamento a sostegno delle missioni in Albania ed in Kosovo, nella passata Legislatura, ed a sostegno della nostra partecipazione ad "Enduring Freedom" comprovano che l'Italia ha maturato sulle responsabilità internazionali una piena consapevolezza nazionale, che prescinde dai contingenti ruoli di maggioranza ed opposizione.

Le tematiche della sicurezza militare, della geopolitica e della geoeconomia sono divenute, anche in Italia, argomenti di interesse collettivo assumendo, sui media, una rilevanza non immaginabile fino ad un passato recente. Il Libro Bianco intende rappresentare anche questa nuova coscienza dei problemi.

L'Italia e gli Italiani hanno seguito da vicino i nostri militari nelle tante operazioni fuori dei confini nazionali dall'Africa ai Balcani a Timor; ne hanno apprezzato l'operato, la dedizione al dovere, la professionalità. Nel contempo, l'opinione pubblica è stata spettatrice attiva dell'evoluzione dello strumento militare, in particolar modo dell'ingresso delle donne e dell'avvio del modello professionale: veri e incisivi mutamenti del costume e delle tradizioni nazionali.

Il Libro Bianco non serve soltanto ad ammonire il Paese sulla centralità della Difesa, ampliando e consolidando l'attenzione e il consenso intorno alle Forze Armate ed alle loro necessità, ma anche a fotografare l'esistente al fine di valutare gli effetti del processo di cambiamento sullo strumento militare nazionale, rispetto agli strumenti militari di altri Paesi del mondo, nel quadro di un'Alleanza Atlantica che sta ripensandosi e di un'Europa protesa a dotarsi di una struttura politica anche nel campo militare.

L'Alleanza Atlantica, dopo aver confermato il suo ruolo nella gestione delle crisi nei Balcani, è divenuta un meccanismo caratterizzato anche da logiche "inclusive", non più solo di opposizione alla minaccia. Le aperture alla Federazione russa, seguenti alle decise prese di posizione di Mosca contro il terrorismo internazionale, segnano sicuramente la fine di un'epoca e conferiscono all'Alleanza una maggiore flessibilità, al servizio sia del ruolo politico sia della funzione militare, nella cornice di valori comuni che uniscono i Paesi di più recente democrazia a quelli che l'hanno già consolidata.

Il progresso della politica comune di sicurezza e difesa della UE è un altro dei cardini della sicurezza dell'Italia e - più in generale - dell'Europa e dell'intero pianeta. L'Italia partecipa agli sforzi volti a creare un primo, ampio nucleo di forze europee, come deciso ad Helsinki; sappiamo che le difficoltà non sono poche come ci testimonia il lungo, decennale percorso verso la moneta unica. Sulla strada della politica comune di sicurezza e difesa occorre comunque proseguire, in parallelo con la riforma delle istituzioni dell'Unione, ormai ineludibile soprattutto alla luce del prossimo allargamento dell'Unione ad Est e verso l'area baltica e mediterranea.

Anche le Forze Armate nazionali sono profondamente mutate rispetto alla configurazione che avevano in corrispondenza del precedente Libro Bianco, nel 1985. La riforma dei vertici è una realtà con tutte le sue benefiche conseguenze in termini di unitarietà di comando e visione interforze dell'intero strumento militare; i Carabinieri sono divenuti la quarta Forza Armata; l'area tecnico-operativa è tuttora in fase di semplificazione e snellimento al pari delle aree tecnico-amministrativa e tecnico-industriale. L'obiettivo della qualità viene perseguito con maggiore determinazione anche se molte aspettative di ammodernamento e di professionalizzazione sono risultate frustrate dalla limitatezza delle risorse a disposizione: vera "spada di Damocle" per la Difesa nazionale e di cui solo ora - sotto l'incalzare della terribile minaccia del terrorismo internazionale - si percepisce chiaramente e diffusamente l'effetto negativo sulla sicurezza nazionale.

In termini concreti, l'eredità che ha ricevuto il 2° Governo Berlusconi consiste essenzialmente nella larga partecipazione alle operazioni di peace-keeping, egregiamente svolte dai nostri militari, che però, in termini di presenza, alternanza e turn-over, si riduce a 9.000 uomini moltiplicati per 3: cioè 27.000 militari o, al massimo, 30.000. Un numero esiguo a fronte dei 112.000 uomini dell'Esercito e dei circa 200.000 militari delle tre Forze Armate" tradizionali" (Carabinieri esclusi, pari ad altre 116.000 unità), al termine della fase di "professionalizzazione".

La numerosa serie di provvedimenti legislativi varati dai Governi della passata 13^ legislatura, pur nell'apprezzabile intenzione di ammodernare lo strumento difensivo, può essere vista come una dose d'urto inoculata in un corpo non in perfetta salute perché da lungo tempo denutrito o curato con il minimo indispensabile. La cura improvvisa e massiccia non sembra tuttavia ancora in grado di fronteggiare esigenze operative che oggi si avvicinano alle massime possibilità sostenibili dal nostro strumento militare e, per giunta, in una fase di transizione dalla coscrizione obbligatoria al servizio volontario e con obblighi internazionali sempre più pressanti a causa degli sviluppi dell'attività terroristica del fondamentalismo islamico.

E' vero che oggi gli Eserciti non sono più valutati in termini quantitativi, tanto meno come sommatorie di uomini. Ma è sintomatico il rapporto fra Reparti Operativi e Stati Maggiori, dal quale si ricavano taluni sbilanciamenti di presenze, preponderanti fra i Comandi di Vertice, Comandi Intermedi ed Enti Scolastici, rispetto agli "operativi". Né questa disarmonia si attenua passando alla Marina e all'Aeronautica dove prevale la funzione della macchina rispetto all'uomo, eppure le strutture intermedie di Comando non sono perfettamente dimensionate al complesso delle Navi e dei Reparti di Volo.

Disequilibri nell'utilizzo del personale, sottocapitalizzazione complessiva delle forze, livello qualitativo dello strumento militare inferiore a quello medio dei nostri principali alleati: questi appaiono i principali handicap della nostra Difesa che possono pesare, e non poco, anche sul ruolo e sull'autorevolezza dell'Italia nei fori internazionali.

Occorrono delle risposte.

In primo luogo, tutto il settore del personale ha bisogno di un'opera di bilanciamento e questo sarà il primo obiettivo del nuovo Governo che si è prefisso anche di ridurre la fase di transizione dalla "leva" al "professionismo" militare in modo da poter concludere entro il 2004, prima della fine della legislatura, la formazione di Forze Armate interamente professionalizzate in numero di 190.000 uomini.

Questa riformulazione della struttura dovrà estendersi, naturalmente, anche al complesso degli Organi di Vertice che assommano - nonostante le riforme attuate - a 5 Stati Maggiori, 10 Direzioni Generali e 2 Uffici Centrali oltre ai Comandi Intermedi, Ispettorati ed Enti vari.

In secondo luogo, altro settore da considerare è quello dei mezzi e dei materiali dove appare necessario definire le priorità con maggiore oculatezza. D'altro canto il settore non è più concepibile come espressione della produttività nazionale, ma come frutto di collaborazione e cooperazione internazionale sia per gli elevati costi raggiunti dai nuovi sistemi d'arma sia per la necessità della cosiddetta "interoperabilità" nel quadro delle nostre alleanze.

L'Aeronautica e la Marina sono attualmente le Forze Armate più in sofferenza; specialmente l'Aeronautica, che non è valutabile solo in termini di velivoli, ma anche in termini di controllo elettronico dello spazio aereo. Il recente attacco terroristico agli Stati Uniti ha posto drammaticamente in luce la necessità impellente di garantire la sicurezza da offese provenienti dal cielo. Purtroppo le falle italiane in questo settore sono molto consistenti ed enfatizzate dalla carenza di intercettori pilotati, missili e radar. Per cui il controllo dello spazio aereo, facente parte del primo compito delle Forze Armate nel quadro della difesa del territorio, come recita, nella sua più completa accezione di difesa dello Stato, l'articolo 1 della legge n. 331 sulla sospensione della coscrizione obbligatoria, costituirà una delle priorità urgenti per il prossimo futuro.

La Marina non vive tempi migliori, anche perché il prolungato uso del naviglio nei compiti di blocco navale e di interventi attuati in quest'ultimo decennio ha logorato oltre misura le navi accorciandone la durata media calcolata in base ai tassi di impiego dell'epoca della guerra fredda.

Infine, l'attenzione deve inevitabilmente appuntarsi sul bilancio della Difesa, che non può essere disgiunto dal modello di Difesa. Il bilancio della Difesa del 2002 impostato dal passato Governo assomma a 36.837 miliardi, pari all'1,48% del PIL. Ma l'aliquota destinata alla "funzione difesa" è di 26.460 miliardi, pari all'1,06% del PIL. Se confrontiamo questi dati con quelli omogenei di altri Paesi della NATO, riscontriamo delle differenze in negativo. Infatti la Francia destina alla funzione difesa l'1,75%, l'Inghilterra il 2,48%, la Germania l'1,18% ma a fronte di un PIL del 70% superiore a quello italiano.

Approfondendo l'analisi delle risorse che l'Italia destina alla "funzione difesa" si rileva che circa la metà delle risorse (48%) è destinata al personale, il 26% alle spese d'esercizio ed il 26% agli investimenti.

E' vero che, rispetto al bilancio del 2001, c'é stato un incremento dell'8,2%, ma é anche vero che nella ripartizione di spese per il personale, per l'esercizio e per l'investimento si riscontra un incremento per il personale di gran lunga superiore (+11,6%) a quelle dell'esercizio (+3,0%) e dell'investimento (+8,0%). Le ragioni portate a giustificazione di queste differenze sono basate tutte sul passaggio dalla "leva" al "professionismo" che provoca inevitabilmente un aumento dei costi in questo settore.

Tuttavia è innegabile che ci troviamo di fronte ad un "bilancio sbilanciato" e l'ideale suddivisione di 2/3 al personale e all'esercizio e di 1/3 agli investimenti è un traguardo ancora lontano.

La soluzione razionale del problema difensivo italiano può venire solo dalla adozione di un modello di difesa ben definito a priori e basato sulle reali disponibilità di bilancio. Sarà perciò necessario rivedere l'attuale architettura delle Forze Armate in tutte le sue componenti militari e civili, eliminare tutte quelle strutture intermedie fra il vertice e la base a vantaggio delle forze operative, riducendo inoltre i tempi della transizione fra la "leva" ed il "professionismo"; occorre eliminare tutto ciò che non collima con l'assolvimento degli obblighi che ci provengono dalle nostre principali alleanze: NATO, UE ed ONU, stabilendo le priorità da soddisfare con apposite poste di bilancio.

In conclusione, con questo Libro Bianco, la Difesa intende configurare la situazione attuale per ridefinire il "modello di Difesa" e poi adeguarvi la realtà della "funzione Difesa", con un oculato impiego delle risorse disponibili, puntando ad avere uomini motivati e addestrati, mezzi efficienti, scorte al 100%. Dal bilancio del 2003 questi saranno i nostri principi guida. Il Parlamento ed il Paese saranno coinvolti nelle decisioni ed informati sulle azioni necessarie per raggiungere i risultati sperati.

Il fine ultimo resta dotare l'Italia di Forze Armate moderne ed efficienti, un braccio operativo delle politiche dell'Italia, per contribuire al meglio delle nostre possibilità alla costruzione di un mondo dove imperi dappertutto la libertà, il diritto, la giustizia.


Roma, lì 20 Dicembre 2001
Antonio Martino
Ministro della Difesa

***


PARTE I
LA SITUAZIONE: DALLA MINACCIA AL RISCHIO


1.1 EVOLUZIONE DEL QUADRO GEOSTRATEGICO E DELLE MISSIONI DELLE FORZE ARMATE

1.2 IL QUADRO MONDIALE ED I SOGGETTI DELLA POLITICA INTERNAZIONALE: ONU , UEO, UE, NATO, OSCE
1.2.1 Generalità
1.2.2 L'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU)
1.2.3 L'Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO)
1.2.3.1 Il Nuovo Concetto Strategico della NATO
1.2.3.2 La "nuova" NATO
- Il processo di "adattamento esterno"
- Il processo di "adattamento interno"
l Revisione della Struttura di Comando
l Revisione della struttura delle Forze
l DCI - Defence Capabilities Iniziative
1.2.4 L'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE)
1.2.5 L'Unione Europea Occidentale (UEO)
1.2.6 L'Unione Europea
1.2.6.1 Il processo evolutivo della Difesa Europea
1.2.6.2 Gli sviluppi futuri della Difesa Europea

1.3 IL PROCESSO INNOVATIVO DELLA DIFESA NAZIONALE
1.3.1 Relazioni Politiche Militari
1.3.2 I regimi di disarmo e non proliferazione
- Generalità
- Il Trattato CFE
- Il Documento di Vienna
- Il Patto di Stabilità
- La convenzione di Ottawa sul bando delle mine antiuomo
- La Convenzione sulla Proibizione delle Armi Chimiche
- Small Arms And Light Weapons (SALW)
- Il Trattato Open Skies
- L' High Level Group della NATO
- Il NATO Senior Defence Group on Proliferation (DGP)
- La Convenzione per il Bando delle Armi Biologiche (BIOLOGICAL
WEAPON CONVENTION - BWC)




1.1 Evoluzione del quadro geostrategico e delle missioni delle Forze Armate

La caduta del muro di Berlino ed il crollo delle Twin Towers hanno completamente mutato i parametri fondamentali dello scenario strategico globale. Il primo di quegli eventi, a dodici anni di distanza, può già essere inquadrato in un minimo di prospettiva storica. Il secondo annuncia una attualità dalle conseguenze di straordinaria portata evolutiva.

Prima del 1989 la contrapposizione Est/Ovest presentava una minaccia di chiara provenienza e di portata quantitativa e qualitativa definibile con apprezzabile esattezza. Era una minaccia limitata nelle sue estreme conseguenze dalla deterrenza della risposta nucleare, possibile ad entrambi i contendenti.

La fine del bipolarismo, e della Guerra Fredda, non ha creato i presupposti per l'attesa stabilità, dando invece luogo a nuovi tipi di crisi.

Dopo l'eclissi dell'ordine bipolare, si sono smorzati gli entusiami e le giuste e comprensibili speranze della prima ora, mentre sono emerse con forza tutte le difficoltà insite nel tentativo di costruire un ordine internazionale diverso, più libero, più democratico, più rispettoso dei diritti umani.

Sono apparsi sullo scenario internazionale molteplici fattori di insicurezza, che hanno imposto un radicale ripensamento dei modelli di Difesa delle società occidentali, precedentemente incentrati sulla disponibilità di arsenali calibrati sulla vecchia minaccia-tipo.

All'immobilismo dello scenario europeo durante la guerra fredda è subentrato un quadro di instabilità e di nuovi rischi alla sicurezza che ha spinto l'Italia, insieme ai suoi alleati europei ed atlantici, a ripensare e ridisegnare in maniera sostanziale la propria azione di politica militare.

E' così che, nell'ultimo decennio dello scorso millennio, l'Alleanza Atlantica è stata interessata da un profondo processo di riforme. Gli Stati Uniti d'America hanno rivisto le loro priorità strategiche, i loro strumenti operativi, i loro impegni internazionali. L'Unione Europea si è impegnata a sviluppare una propria politica estera, di sicurezza e di difesa comune. Il Mediterraneo, con i suoi forti squilibri economici tra nord e sud, i suoi molteplici conflitti e tensioni, la sua centralità come via di comunicazione economica, civile e militare, ha assunto una valenza strategica sempre più alta. I Paesi dell'Est sono alla ricerca di una collocazione in Europa e nel mondo, con un forte ancoraggio all'Occidente e al suo sistema di valori.

La fase attuale del quadro di sicurezza euroatlantica è erede delle trasformazioni intervenute in ambito NATO e UE nell'ultimo decennio del secolo scorso, processo in cui l'Italia ha avuto un ruolo di rilievo, contribuendo al superamento delle vecchie barriere che dividevano l'Europa e all'aggiornamento del legame transatlantico, coniugando, altresì, in maniera qualificata gli obiettivi strategici dell'integrazione europea con quelli del consolidamento degli spazi euro-atlantici.

Contestualmente, uno straordinario sforzo di adattamento delle organizzazioni difensive nazionali ed internazionali ha comportato la revisione dei concetti e delle dottrine strategiche, per far fronte alle nuove minacce divenute multiformi, diffuse e multidirezionali, e tali da richiedere risposte multidimensionali e multinazionali.

Gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 hanno ulteriormente sconvolto i precedenti assetti geostrategici, proiettando sulla scena internazionale nuovi rischi derivanti da possibili azioni terroristiche e del crimine organizzato.

La minaccia tradizionale non esiste più, sorgono dei rischi areali che basano le proprie capacità non solo sugli armamenti, ma anche su strumenti più diversificati e sofisticati, quali la movimentazione del denaro o di generi commerciali leciti ed illeciti, che consentono grandi guadagni, che possono essere utilizzati per fini criminali.

Si tratta di una molteplicità di attività asimmetriche che, variamente combinate ed articolate tra loro, vanno a configurare quei rischi con cui la Comunità Internazionale dovrà confrontarsi nel futuro. Di tali rischi il terrorismo rappresenta fattore catalizzatore e moltiplicatore.

Le politiche di sicurezza e della difesa si trovano, oggi, a non potersi più limitare alla sfera tradizionale delle capacità propriamente belliche, ma a doversi confrontare anche con un nemico trasversale, spesso subdolo e talora immateriale.

L'evoluzione da quella minaccia a questi rischi rappresenta una vera e propria differenza tra ciò che era e che oggi è una condizione di crisi sistemica, che influenza negativamente il perseguimento degli interessi vitali del Paese.

Ma i rischi trascendono i confini nazionali. In un ambiente sempre più interconnesso, la "quantità di rischio" accettata da una Nazione inserita in coalizioni internazionali rappresenta il rischio condiviso da tutti.

Rispetto alla vecchia minaccia, i rischi attuali, ma anche le sfide e le opportunità, sono di natura più complessa e richiedono risposte più ampie e diversificate. L' azione internazionale, oltre ai tradizionali strumenti politici, diplomatici, economici, culturali e di cooperazione fa sempre più ricorso attivo allo strumento militare, divenuto uno degli indicatori essenziali della credibilità ed affidabilità del sistema-Paese nell'ambito delle relazioni internazionali.

Questa nuova fase geostrategica pone gli strumenti militari europei ed alleati di fronte ad esigenze operative nuove ed alla necessità di acquisire quella flessibilità di impiego necessaria per affrontare nuove missioni a geometria continuamente variabile.

Le "missioni" delle nostre Forze Armate oggi si definiscono nell'ambito di un vasto spettro di azioni operative volte, nel rispetto dei principi costituzionali, alla tutela della sicurezza nazionale, dell'integrità politico-territoriale, dei valori della nostra civiltà e del benessere e dello sviluppo economico e sociale.

Ma la tutela della sicurezza nazionale assume oggi un'accezione più ampia che include, oltre alla difesa della sovranità nazionale, il concorso alla stabilità ed alla sicurezza internazionale, la legittima salvaguardia e tutela dei nostri interessi nonché la prevenzione dei rischi vecchi e nuovi, ed il contrasto alle violazioni del diritto e della pace.

Naturalmente, tale concetto si incardina sempre più nell'azione delle grandi organizzazioni internazionali di cui siamo parte attiva e responsabile, in particolare l'Unione Europea, l'Alleanza Atlantica e le Nazioni Unite.

Di conseguenza, il supporto alle missioni operative della comunità internazionale è diventato, in particolare nel corso di questi ultimi anni, elemento caratterizzante l'impiego delle nostre Forze Armate.

La nuova configurazione del quadro mondiale impone perciò una continua ed attenta rivalutazione, prima politica e poi strategica, delle priorità di difesa finalizzata anche all'allestimento di nuove capacità militari e nuovi sistemi di forze, in grado di affrontare una molteplicità diversificata di nuovi rischi.

Le Forze Armate Italiane non si sottraggono a questa sfida, evolvendo dalla dimensione prevalentemente statica della difesa della sovranità, verso il sostegno dinamico all'azione della Comunità Internazionale per la prevenzione e la gestione delle crisi, ed arricchendo la propria professionalità, da diffondere a tutti i livelli, in quanto garanzia irrinunciabile per fronteggiare la molteplicità dei compiti.

Questo impegno si è sviluppato in un quadro in cui il Paese ha dato prova, recentemente, di saper individuare con chiarezza i propri interessi di sicurezza, rafforzando l'identità nazionale.

Le linee della Politica nazionale ed internazionale di Sicurezza e Difesa hanno manifestato, infatti, una significativa condivisione di scelte di carattere "bipartisan" e, quindi, più autorevoli e credibili nel contesto internazionale.



1.2 Il quadro mondiale ed i soggetti della politica internazionale: ONU, UEO, UE, NATO, OSCE



1.2.1 Generalità

In questo difficile decennio animato da conflitti armati, guerre e crisi internazionali che hanno interessato in modo tragico tutti i continenti, inclusa l'Europa, nella Comunità Internazionale sono andati lentamente affermandosi principi nuovi con modalità impensabili nel vecchio sistema, anche se ancora insufficienti a definire un nuovo sistema di relazione tra gli Stati.

La sovranità statale ha cessato di essere un valore assoluto ed incontestabile nell'ordinamento internazionale. Si è andata gradualmente affermando la convinzione che la comunità internazionale abbia il diritto ed il dovere di intervenire negli affari interni di un singolo Stato qualora questi si renda responsabile di gravi e ripetute violazioni dei diritti umani, ai danni dei propri cittadini. In tali casi, la condotta degli Stati appare di per sé idonea a realizzare un vulnus alla pace ed alla sicurezza internazionale e non può lasciare indifferenti.

D'altra parte l'esperienza di questi anni ha chiaramente dimostrato che la violazione dei diritti umani è di frequente connessa con la violazione del diritto dei popoli all'identità ed all'autodeterminazione.

In un quadro geopolitico così mutevole, le grandi Istituzioni Internazionali hanno acquisito crescente consapevolezza del proprio ruolo e responsabilità a sostegno della pace, in un quadro di complementarietà e sinergia dei contributi dei singoli paesi membri. Al tempo stesso, le istituzioni internazionali hanno dimostrato di essere solo parzialmente in grado di gestire nuove crisi e conflitti.

L'Italia si caratterizza, nel contesto internazionale, per una forte presenza nelle Organizzazioni Internazionali di Sicurezza e Difesa.

Grazie a tale rilevante partecipazione alle iniziative internazionali, nonché ad una forte capacità propositiva, l'Italia ha acquisito un crescente "peso" politico mondiale e, da Paese "consumatore" di sicurezza, è divenuto Paese "produttore" di sicurezza.

Tale politica è coerente e sostanzia gli impegni assunti ed il ruolo svolto nell'ambito delle Nazioni Unite, dell'Unione Europea, dell'Alleanza Atlantica e dell'OSCE, le grandi organizzazioni internazionali sulle quali si incardina, in maniera attiva e responsabile, la sicurezza, fondamento del benessere e della coesione nazionale.

In sintesi, i principi che governano l'approccio nazionale nei confronti dei vari soggetti internazionali sono:

" partecipazione alla NATO, organizzazione che resta il fondamento della difesa collettiva del continente e garanzia primaria per la sicurezza del Paese;

" partecipazione all'Unione Europea nel suo ruolo di organismo regionale per la cooperazione, sviluppo e sicurezza in e per l'Europa, quale pilastro europeo della collaborazione transatlantica nel campo della sicurezza;

" riconoscimento dell'ONU e dell'OSCE quali organismi rappresentativi di una volontà globale e quindi fonti di legittimità delle iniziative promosse a livello regionale;

" sviluppo delle relazioni bilaterali per la sicurezza comune, sia all'interno degli organismi detti sopra, ma anche con quei Paesi che non ne sono parte, in particolare nell'area mediterranea.



1.2.2 L'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU)

L'ONU è la prima istituzione internazionale di riferimento per il ruolo preminente nella prevenzione e nella gestione politica delle crisi e nell'affrontare globalmente le nuove sfide e l'accresciuto rischio di instabilità nelle varie regioni del mondo.

Tale principio di preminenza del mandato ONU deriva dal suo universalismo che le conferisce la necessaria legittimità ed autorità politica.

Ma, a fronte di questa indiscussa preminenza istituzionale e morale, l'ONU non appare disporre di una struttura ancora sufficientemente efficace per la gestione diretta di crisi complesse che implichino l'utilizzo della forza militare.



1.2.3 L'Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO)

L'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), bastione della nostra difesa nazionale durante la guerra fredda, rimane anche oggi perno della nostra sicurezza, ma nelle nuove forme verso le quali l'Alleanza Atlantica sta evolvendo, sia in termini di missioni che di assetti interni.

Da organizzazione di difesa contro la minaccia da Est, dunque "esclusiva", l'Alleanza si è trasformata, con una serie di riforme interne ed esterne, in costruttrice di sicurezza euro-atlantica, capace di proiettare, ad Est e a Sud, stabilità e sicurezza, dunque "inclusiva".

Il legame transatlantico rimane, così, fondamento della sicurezza occidentale, in un contesto di accelerata trasformazione verso un più bilanciato ed equo rapporto di responsabilità e doveri tra gli europei e gli Stati Uniti.



1.2.3.1 Il Nuovo Concetto Strategico della NATO

Il processo evolutivo che ha portato alla definizione del Nuovo Concetto Strategico della NATO, finalizzatosi da ultimo nel Vertice di Washington (1999), ha preso le mosse fin dai primi anni '90 con la "Dichiarazione di Londra", che avviò un progetto per adattare le strutture dell'organizzazione al nuovo contesto di sicurezza derivante dalla scomparsa del confronto Est-Ovest.

Al binomio dialogo-deterrenza, si aggiungeva un terzo elemento fondamentale, cioè la cooperazione con gli avversari di un tempo, potenziali futuri partner, alla ricerca di un nuovo tipo di rapporto che garantisse il livello maggiore possibile di pace e stabilità nell'area euro-atlantica.

Il successivo Vertice di Roma (1991) ha creato le basi per un sistema di relazioni più istituzionale con i paesi dell'Europa centrale ed orientale, con la costituzione di un foro, il Consiglio di Cooperazione Nord Atlantico (NACC), che coinvolgeva inizialmente 9 nazioni.

Al vertice di Bruxelles, del gennaio 1994, fu inaugurata l'iniziativa di Partenariato per la Pace (PfP), nella sua doppia funzione di strumento di cooperazione, ma anche di preparazione e vaglio dei Paesi candidati all'allargamento verso est dell'Alleanza.

Questa iniziativa consisteva nell'invito, aperto agli Stati che partecipavano al Consiglio di Cooperazione Nord-Atlantico-NACC (poi sostituito, nel 1997, dal Consiglio di Partenariato Euro-Atlantico-EAPC), e ad altri paesi membri della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa-CSCE (successivamente ribattezzata OSCE), di unirsi ai paesi della NATO in un programma di cooperazione pratica, teso ad implementare la capacità di operare insieme in compiti di mantenimento della pace, di gestione delle crisi e generalmente umanitari.

Allo stato, tale forma cooperativa, che si avvale della partecipazione di 27 paesi partner, oltre a quelli dell'Alleanza, può a ragione essere considerata una componente fondamentale della sicurezza nell'area euro-atlantica, vero e proprio momento centrale della policy NATO.

Il "Nuovo Concetto Strategico", riconoscendo il fattore sicurezza come intimamente connesso a considerazioni di ordine politico, economico e sociale, fondava sul dialogo e la cooperazione l'esistenza di una capacità di difesa collettiva, da realizzarsi tramite la collaborazione con i nuovi partner dell'Europa centrale e orientale.

Il concetto di sicurezza doveva essere inteso in maniera ancora più globale rispetto al passato, comprendendovi rischi di diversa natura come la proliferazione delle armi di distruzione di massa e dei loro vettori, l'interruzione di flussi di risorse vitali, gli atti di terrorismo e di sabotaggio.

L'aspetto più significativo del Nuovo Concetto Strategico è consistito nella rielaborazione dei compiti (fundamental security tasks): con la conferma di quelli relativi alla sicurezza, alla consultazione ed alla deterrenza e difesa, ma con la eliminazione di quello del mantenimento degli equilibri strategici in Europa, ritenuto non più attuale.

Sono stati invece inseriti due nuovi compiti: quello della gestione delle crisi (crisis management), da effettuare "caso per caso e per consenso delle singole nazioni", e quello della cooperazione con gli altri Paesi dell'area euro-atlantica, (partnership).

L'Alleanza, inoltre, nell'adoperarsi per raggiungere il proprio scopo ed assolvere i fondamentali compiti di sicurezza:

" riconosce l'"autorità del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e la responsabilità dell'OSCE per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale";

" riafferma la disponibilità a intervenire con procedure proprie, pur nel rispetto delle autonome decisioni degli Stati membri ed in accordo con le rispettive costituzioni.

All'indomani della definizione del Nuovo Concetto Strategico, sono state tracciate le linee guida per:

" la revisione delle strutture e delle procedure politiche e militari dell'Alleanza;

" la riduzione delle forze dell'Alleanza e dei loro livelli di reazione, con una ristrutturazione in funzione delle nuove missioni di gestione delle crisi e di mantenimento della pace.

Si arriva così a Washington (1999), dove, in sostanza, la NATO ridefinisce sé stessa come Organizzazione per il XXI secolo.

In tale occasione, infatti, vede la luce la "nuova" NATO.



1.2.3.2 La "nuova" NATO

Il processo di "adattamento esterno"


Il passaggio chiave per la riconfigurazione dell'Alleanza nei confronti di Paesi esterni si è avuta con il vertice di Madrid (luglio 1997), vero e proprio turning point per la policy della NATO.

Durante tale Vertice viene formalmente avviato l'allargamento dell'Organizzazione Atlantica a nuovi paesi dell'Europa centrale ed orientale (Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia),viene inoltre firmata la Carta per un Partenariato specifico con l'Ucraina.

Si tratta, in sostanza, di due significative "mosse" di "adattamento esterno" che danno avvio ad un processo non ancora concluso. Infatti il principio dell'"open door", sottolinea che l'Alleanza potrebbe estendere futuri inviti alle Nazioni capaci di assumersi le responsabilità e gli obblighi della membership.

A questo fine la NATO ha stabilito un programma di attività per assistere i Paesi aspiranti, il Membership Action Plan (MAP), che offre ai Paesi aspiranti una lista di attività che possono essere utilizzate come supporto alla loro preparazione per un possibile ingresso nella Alleanza.

L'Italia ha impostato la propria policy su un pieno appoggio all' "open door", in particolare, sostenendo l'ingresso di quei paesi la cui appartenenza alla NATO potrebbe rappresentare l'elemento di spinta per raggiungere migliori traguardi in campo sociale ed economico, ma nello stesso tempo contribuire all'aumento della sicurezza generale.



Il processo di "adattamento interno"

Parallelamente all'"adattamento esterno" della NATO, si è sviluppato un processo di "adattamento interno", per rendere l'Alleanza maggiormente efficace nei confronti dei nuovi tipi di minaccia.

Una prima risposta all'esigenza di un adattamento funzionale della struttura militare dell'Alleanza si era già avuta con la creazione, nel 1993, delle Combined Joint Task Forces (CJTF), Unità Operativa (Task Force) Multinazionale (Combined) e Interforze (Joint) organizzata e costituita per fronteggiare Operazioni Contingenti che richiedano un Comando e Controllo Multinazionale.

Tale idea, ancora in via di sviluppo, è stata inglobata in un processo di revisione più generale che ha interessato la struttura di comando e quella delle forze.

l Revisione della Struttura di Comando

A seguito delle iniziative concernenti l'adattamento interno dell'Alleanza, avviate con il Concetto Strategico del 1991 e concretizzatesi nel "Long Term Study", è emersa la necessità di nuovi ed aggiornati strumenti operativi, per assolvere con efficacia e credibilità sia le tradizionali missioni di difesa dei Paesi membri (operazioni in ambito art. 5) sia i nuovi compiti, con particolare riferimento a missioni non art. 5 - "Fuori Area".

Sono stati, quindi, ridefiniti missione, numero, tipo e dislocazione dei Comandi NATO, passando da una struttura su quattro livelli di comando (per un totale di 65 Quartieri Generali, di cui otto sul territorio italiano) ad una organizzazione più snella incentrata su 20 Comandi .

Per quanto concerne la Regione Sud sono stati mantenuti sul territorio italiano il Comando Regionale di CINCSOUTH ed i Comandi Sub-Regionali per gli assetti aerei e navali di Napoli (COMAIRSOUTH e COMNAVSOUTH) e un Comando Interforze Sub-Regionale a Verona (JHQSOUTH) a prevalenza terrestre.





Articolazione dei Comandi NATO

" 2 Comandi Strategici (Strategic Command, SCs), SACLANT in Atlantico (NORFOLK) e SHAPE (MONS) in Europa;

" 3 Comandi Regionali (Regional Commands, RCs) in Atlantico (NORFOLK, NORTHWOOD e LISBONA);

" 2 Comandi Regionali (RCs) in Europa (BRUNSSUM e NAPOLI);

" 7 Comandi Subregionali joint in Europa di cui 3 nella Regione Nord (HEIDELBERG, KARUP e STAVANGER) e 4 nella Regione Sud (VERONA, MADRID, LARISSA ed IZMIR);

" 2 Component Commands (CCs), uno navale ed uno aereo, nella Regione Nord europea (NORTHWOOD e RAMSTEIN);

" 2 Component Commands, uno navale ed uno aereo, nella Regione Sud europea, entrambi a Napoli;

" 2 Comandi immediatamente subordinati a SACLANT ed ubicati a NORFOLK:

n Comando della Flotta Strategica Atlantica (Strikfltlant);

n Comando dei sottomarini in Atlantico (Subaclant).





ARTICOLAZIONE DEI COMANDI NATO




l Revisione della struttura delle Forze

Il processo di Revisione della struttura delle Forze (NATO Force Structure Review - NFSR) è stato avviato dopo il Vertice NATO di Washington del 1999, con l'obiettivo di assicurare sia un'adeguata riduzione delle dimensioni dello strumento militare dell'Alleanza, sia il soddisfacimento delle nuove esigenze strategiche. In tale ottica è stato deciso di abbandonare la tradizionale struttura "mission oriented" (orientata alla missione) per passare ad un dispositivo "capability oriented" (orientato alle capacità).

Quartieri Generali necessari per le Forze di Reazione della NATO

" tre High Readiness Forces (L) HQs (HRF (L) HQs) (Comandi ad elevata prontezza operativa), a prevalenza terrestre, con prontezza compresa tra 0 - 90 giorni;

" sei Forces at Lower Readiness HQs (FLR (L) HQs) (Comandi a bassa prontezza operativa), a prevalenza terrestre, con prontezza compresa tra 90 - 180 giorni;

" un certo numero di Longer Term Build-up Forces (LTBF) con prontezza superiore ai 365 giorni, necessarie in caso di una "aggressione di grande proporzione" (operazione Art.5);

" tre MCC (Maritime Component Command) o meglio HRF (M) HQs.


Il progetto sulla revisione della struttura delle Forze è impostato su 4 fasi. Dopo aver superato la 1^ (quella di studio) e la 2^ (quella di analisi delle offerte, completata con l'emissione del "Phase 2 Final Report", marzo 2001, con l'accettazione di tutte le proposte valide di HRF/FRL (L) HQs, l'HRF (M) HQs sotto la nuova formula di HQ a Prontezza Graduata), è entrato ora nella 3^ fase. Seguirà infine l'implementazione vera e propria delle nuove strutture (4^ed ultima fase).

l DCI - Defence Capabilities Iniziative

La Defence Capabilities Initiative della NATO, lanciata in occasione del Vertice di Washington, consiste in un iniziativa di ampio respiro, stimolata dalle vistose carenze evidenziate dalle Forze Armate dei Partners europei in occasione delle recenti crisi balcaniche. Essa è intesa a rafforzare il "pilastro europeo" dell'Alleanza attraverso una netta accelerazione del processo di ammodernamento delle capacità operative.

Facendo leva sul supporto espresso ai massimi livelli politici, la NATO ha quindi avviato un'attività collettiva di stimolo ed impulso, capace di coagulare le sinergie e guidare l'oneroso processo di adeguamento che gli europei, in diversa misura, avevano già individualmente intrapreso.

E' stato istituito un gruppo di lavoro politico-militare ad alto livello, High Level Steering Group - HLSG, guidato dal Segretario Generale con il compito di coordinare le attività e presentare concreti risultati. Sono state identificate cinque aree riguardanti i "settori prioritari di intervento", di seguito elencate:
- mobilità e rischierabilità;
- sostenibilità logistica;
- capacità di ingaggio efficace;
- sopravvivenza delle forze e delle infrastrutture;
- comando e controllo.

Tali settori generali sono stati quindi parcellizzati in 59 specifiche misure attuative, per ciascuna delle quali si studiano le soluzioni, si valutano gli oneri, si monitorizza lo stato di avanzamento.

Giova l'auspicio che la forte determinazione politica alla base dell'iniziativa, l'unione degli sforzi e, non ultimo, il raffronto con i Partner, possano aiutare a superare le secche finanziarie e burocratiche che ovunque ostacolano il rinnovamento.

I settori di capacità in cui le carenze appaiono più vistose a livello strategico sono il Comando e Controllo delle Forze (inclusa la carenza di radar aeroportuali), l'Intelligence ed il Trasporto Strategico (sia aereo che marittimo).

L'Italia, considerando che l'iniziativa sia di prioritaria importanza, ha avviato il processo di modernizzazione delle Forze Armate verso gli obiettivi della DCI, privilegiando l'incremento della proiettabilità e della interoperabilità.

Nel Comando e Controllo è stato recentemente lanciato il satellite di comunicazioni militari protette, SICRAL, che costituisce una componente essenziale per ogni reale ed accresciuta capacità nel settore delle forze in teatri esterni.

Quanto al Trasporto aereo e marittimo, l'acquisizione dei velivoli dedicati e la costruzione di una unità navale maggiore polifunzionale con capacità per operazioni aeree, anfibie e di trasporto di uomini e mezzi, costituiscono esempi importanti del nostro crescente impegno in questo settore.


1.2.4 L'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE)

L'OSCE, che discende direttamente dall' Atto Finale della Conferenza sulla Cooperazione e Sicurezza in Europa tenutasi ad Helsinki nel 1975, è l'organizzazione che include, in un nuovo quadro di collaborazione paneuropea, l'insieme dei 55 Paesi prima avversari durante la Guerra Fredda. Essa è la garante del Trattato CFE (Conventional Forces in Europe), firmato nel 1990 dai Paesi appartenenti alla NATO e da quelli del Patto di Varsavia, che rappresenta l'architrave del disarmo convenzionale del Continente.

L'OSCE svolge da vent'anni un ruolo rilevante nella diplomazia preventiva e nella risoluzione in profondità delle cause conflittuali, operando in prevalenza nei settori attinenti alla convivenza civile, quali il controllo della democraticità dei processi elettorali e politico-istituzionali, umanitari e sociali, la prevenzione dei conflitti o il ristabilimento delle condizioni di normalità post-conflittuale.

Il Trattato CFE, il Codice di Condotta, il Documento di Vienna 1999, la carta per la Sicurezza Europea, la gestione degli accordi di disarmo nell'ex-Jugoslavia, lo studio di nuove misure di fiducia e sicurezza (CSBM) sono alcuni degli strumenti concreti con i quali l'OSCE sviluppa la sua attività.

L'Italia partecipa alle operazioni dell'OSCE con l'invio di numerosi esperti e con un contributo finanziario a favore delle missioni di lunga durata, superiore al 10 % del totale.



1.2.5 L'Unione Europea Occidentale (UEO)

Il processo evolutivo dell'Europa nel settore della sicurezza e della difesa ha visto, innanzitutto, interessata l'Unione Europea Occidentale, la più antica istituzione difensiva europea del dopoguerra.

La definizione del ruolo dell' UEO ebbe una significativa evoluzione nel giugno 1992, quando fu elaborata la cosiddetta "Dichiarazione di Petersberg", che le affidava l'impiego delle Forze Armate delle Nazioni europee per i compiti, noti come "missioni di Petersberg", comprendenti attività umanitarie, di mantenimento della pace e di gestione delle crisi.

La creazione dell'Unione Europea nel novembre 1993 e l'entrata in vigore del Trattato di Maastricht, hanno successivamente portato alla elaborazione della "Politica Estera e di Sicurezza Comune" (P.E.S.C.). Essa è stata definita come la "difesa dei valori comuni, degli interessi fondamentali e dell'indipendenza dell'Unione; nel mantenimento della pace e rafforzamento della sicurezza internazionale secondo i principi della Carta delle Nazioni Unite; nello sviluppo e consolidamento della democrazia e dello stato di diritto e nella definizione di una politica di difesa comune, che potrebbe successivamente condurre ad una difesa comune".

Ciò ha comportato una ridefinizione dell'U.E.O., prevedendone lo sviluppo "come componente di difesa dell'Unione Europea e come strumento per rafforzare il pilastro europeo dell'Alleanza Atlantica". In definitiva, si configurava, per l'UEO, un vero e proprio ruolo di "cerniera" tra la NATO e l'UE.

Anche se il ruolo operativo dell' organizzazione non è stato considerato "decisivo", va ascritto all'UEO il raggiungimento di importanti traguardi come la creazione di strutture comuni nell'analisi dell'intelligence satellitare, lo sviluppo di un concetto di sicurezza europeo, la gestione delle prime operazioni con forze di polizia internazionale e la creazione di "forze multinazionali europee".

Tali progressi hanno spianato la strada allo sviluppo dell'UE nel campo della Difesa e Sicurezza, secondo un criterio di prosecuzione ereditaria tra le due istituzioni.

Nel 1997, l'Unione Europea, nel frattempo affermatasi nella dimensione economica e rafforzatasi in quella politica, ha infatti cominciato ad affermarsi come nuovo attore della sicurezza del Continente anche grazie all'avvio del Partenariato Euromediterraneo (Barcellona, 1995).

L'inclusione delle missioni di Petersberg nel Trattato di Amsterdam ha creato i presupposti per la decisione del Vertice europeo di Colonia del 1999 di far confluire elementi dell'UEO nell'Unione Europea. Parallelamente, l'evoluzione del rapporto transatlantico ha favorito l'emergere dell' Identità Europea di Sicurezza e Difesa (ESDI).

Entrambi questi passaggi richiedono ai paesi europei di affrontare un percorso di rinnovamento e di adeguamento che impone di assimilare e di sviluppare una cultura della sicurezza indispensabile per gestire i nuovi scenari.



1.2.6. L'Unione Europea

1.2.6.1 Il processo evolutivo della Difesa Europea


Dall'iniziale Trattato di Roma (25 marzo 1957) ad oggi, l'Unione Europea ha saputo realizzare una comunità economica e di valori. Ora, procedendo verso una progressiva integrazione politica, la Dimensione di Sicurezza e Difesa riveste un ruolo essenziale e costituisce motore potentissimo di integrazione e volano in grado di sostenere una politica estera comune della futura Europa.

Tale obiettivo richiede la disponibilità di capacità operative adeguate a sostenere le politiche di ampliamento del quadro di sicurezza, democrazia e stabilità, oltre gli attuali confini dell'Unione. Un ampliamento, che rientra pienamente negli interessi di un Paese come l'Italia, ad alta industrializzazione, per cui la libertà e la sicurezza degli scambi commerciali ed economici costituiscono un interesse vitale.



La Difesa Europea si inquadra sia nel contesto della Alleanza Atlantica sia in quello dell'Unione Europea. Per il primo ambito, il quadro di riferimento è costituito dalle decisioni assunte al Consiglio Atlantico di Berlino (3 Giugno 1996) ove è stato concordato il sostegno allo sviluppo di una Identità Europea di Sicurezza e Difesa (ESDI) all'interno dell'Alleanza mediante il rafforzamento di un pilastro Europeo (European pillar) della NATO e lo sviluppo di "capacità militari separabili ma non separate".

Per il secondo, la cornice di riferimento è rappresentata dal Trattato di Amsterdam (2 Ottobre 1997) che ha stabilito che la dimensione di difesa è parte integrante dell'azione dell'Unione e della sua Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC).



Al Summit di Washington, nel 50° anniversario della NATO, (24 aprile 1999) è stato ribadito che lo sviluppo della PESC è compatibile con il concetto comune di "Security and Defence Policy" ed è stato convenuto di definire e adottare le necessarie disposizioni, nel rispetto delle esigenze delle operazioni della NATO e della coesione della sua struttura di comando, per:

" garantire l'accesso della UE alle capacità di pianificazione della NATO che possano contribuire alla pianificazione di operazioni a guida UE;

" prevedere la disponibilità per la UE di capacità e mezzi comuni della NATO precedentemente individuati per essere utilizzati in operazioni a guida UE;

" individuare una gamma di opzioni di comando europeo per operazioni dirette dalla UE;

" adattare ulteriormente il sistema di pianificazione della difesa della NATO per incorporarvi più completamente la disponibilità di forze per le operazioni a guida UE.



Sulla medesima linea, nel Consiglio Ministeriale UEO di Brema (10-11 maggio 1999), sono stati riconfermati:

" la volontà delle nazioni europee di rafforzare le loro capacità operative ad assolvere missioni di tipo Petersberg, basandosi su appropriate strutture decisionali ed avvalendosi di efficaci mezzi militari in ambito NATO o di mezzi nazionali o multinazionali al di fuori della struttura della NATO;

" il desiderio di sviluppare ulteriormente queste strutture e capacità in complementarietà con l'Alleanza Atlantica, evitando duplicazioni inutili;

" la necessità per la UEO di essere operativamente efficace mediante il coinvolgimento e la partecipazione di tutti i paesi UEO, a seconda del loro "status" e di continuare la cooperazione con l'UE e la NATO.



Le decisioni del Consiglio Europeo di Colonia (3-4 giugno 1999) in materia di difesa europea, hanno fissato, nel giugno1999, le linee per rendere possibile all'Unione Europea di svolgere pienamente il suo ruolo internazionale, dandole capacità militari a sostegno della PESC nel quadro delle missioni di pace (c.d. missioni di Petersberg) e sottolineando che l'azione dell'Unione in materia di difesa avviene "in accordo coi principi della carta dell'ONU".



Nel Consiglio Europeo di Helsinki (10-11 dicembre 1999) l'Unione si è posta l'obiettivo di avere una capacità di azione autonoma, sostenuta da forze militari credibili e da un processo decisionale adeguato. I suoi Stati Membri si sono impegnati a sviluppare ulteriormente una politica tale da consentire loro di dotarsi di un assetto istituzionale efficiente per dirigerla, di capacità militari efficaci per gestirla, di adeguate risorse finanziarie per attuarla e di una base industriale per la Difesa competitiva e tecnologicamente avanzata per sostenerla.



L'Italia, tra i Paesi fondatori del processo di costruzione europea, deve svolgere un ruolo all'altezza delle sue potenzialità politiche ed economiche. Alla partecipazione, sempre più incisiva, negli organismi europei ed atlantici deve, quindi, affiancarsi una politica nazionale coerente, per dare concreta attuazione alle scelte che via via verranno assunte in sede UE.

In particolare a Helsinki è stato convenuto quanto segue:

"Sarà definito un obiettivo primario europeo comune (Helsinki Headline Goal) per le capacità militari prontamente schierabili e saranno rapidamente elaborati obiettivi per capacità collettive nei settori del comando e del controllo, delle informazioni e del trasporto strategico, da conseguire attraverso l'impegno coordinato nazionale e multinazionale, su base volontaria, per svolgere l'intera gamma dei compiti di Petersberg.

Nell'ambito del Consiglio saranno istituiti nuovi organi politici e militari per consentire all'Unione di prendere decisioni sulle operazioni di Petersberg dirette dall'UE e per garantire, sotto l'autorità del Consiglio, il necessario controllo politico e la necessaria direzione strategica di tali operazioni.

Saranno convenuti i principi per la cooperazione con i paesi terzi europei membri della NATO e gli altri partner europei nella gestione militare delle crisi sotto la guida dell'UE, fatta salva l'autonomia dei processi decisionali dell'UE.

La determinazione a svolgere i compiti di Petersberg esigerà dagli Stati membri il miglioramento delle capacità militari nazionali e multinazionali, che contemporaneamente rafforzeranno, all'occorrenza,le capacità della NATO e aumenteranno l'efficacia del Partenariato per la Pace (PfP) nel promuovere la sicurezza europea."



L'obiettivo primario, "Headline Goal", formulato nel vertice di Helsinki, necessario per sviluppare le capacità europee può essere cosi enunciato:

"entro il 2003, grazie ad una cooperazione volontaria, l'Unione Europea, dovrà essere in grado di schierare rapidamente e mantenere forze capaci di svolgere l'insieme dei compiti di Petersberg conformemente al trattato di Amsterdam,compresi i più ambiziosi, in operazioni a livello di corpi d'armata (fino a 15 brigate, ossia 50.000-60.000 uomini).Tali forze dovranno essere militarmente autonome e provviste delle opportune capacità di comando, controllo e informazione, nonchè della logistica, di altre unità di supporto bellico e, all'occorrenza, anche di elementi di supporto aereo e navale. Gli Stati membri dovranno essere in grado di organizzare uno schieramento completo a questo livello nell'arco di 60 giorni, e in tale contesto dovranno poter fornire formazioni più ridotte, disposte a mobilitarsi in tempi brevissimi per situazioni di rapido intervento. Gli Stati membri devono poter sostenere questo schieramento per almeno un anno, il che richiederà un ulteriore fondo comune di unità schierabili (e di elementi di sostegno) con disponibilità in tempi meno rapidi per sostituire le forze iniziali".



Il successivo Consiglio Europeo di Lisbona (22 maggio 2000), ha istituito un Comitato con specifica competenza per gli aspetti civili della gestione delle crisi e per il relativo potenziamento ed impiego degli strumenti non militari. Coerentemente con tali determinazioni l'Italia - che attribuisce particolare rilevanza all'iniziativa dell'UE - ha offerto un qualificato contributo concettuale nei diversi settori d'intervento (polizia, protezione civile, aiuto umanitario, attività per la ricostruzione delle istituzioni, osservatori elettorali, esperti amministrativi, etc.).



Al Consiglio Europeo di S. Maria di Feira (19-20 giugno 2000) è stato deciso di organizzare una conferenza di impegno delle capacità, con l'intenzione di passare da un obiettivo politico alla precisa valutazione militare delle esigenze, sulla cui base ciascuno Stato possa determinare la propria partecipazione allo sforzo collettivo e a partire dalla quale i Quindici individueranno insieme le esigenze insoddisfatte e i relativi mezzi per soddisfarle.

Al vertice di Feira sono stati anche definiti principi e modalità degli accordi destinati a consentire ai membri europei della NATO, che non fanno parte dell'UE, e agli altri paesi candidati per l'adesione, di contribuire alla gestione militare delle crisi a guida dell'UE. Sono stati, inoltre, definiti i principi di consultazione con la NATO sulle questioni militari e individuati i seguenti quattro settori prioritari verso i quali l'UE svilupperà le proprie relazioni con la NATO:

" questioni relative alla sicurezza;

" obiettivi in termini di capacità;

" modalità che consentano all'UE di accedere ai mezzi della NATO;

" definizione di meccanismi di consultazione permanenti.

Inoltre, i Quindici hanno fissato l'obiettivo di disporre, entro il 2003, sulla base delle contribuzioni volontarie degli Stati membri, di 5000 unità di polizia da destinare a missioni internazionali con una capacità di schieramento rapido di 1000 uomini in trenta giorni. Con riferimento al possibile periodo di transizione tra un iniziale comando militare ed una successiva direzione civile, è stata approvata la linea di istituire Unità Integrate di Polizia dell'Unione Europea, robuste, a schieramento rapido, flessibili ed interoperabili, nonché la possibilità di una cooperazione in questo specifico campo tra un numero ridotto di Stati membri. A Feira è stato inoltre chiarito che il contributo europeo alla gestione civile delle crisi può essere espresso in risposta alle richieste di organizzazioni guida quali le Nazioni Unite o l'OSCE oppure per azioni condotte autonomamente dalla stessa Unione Europea.

Il catalogo tratta anche delle capacità collettive, dette "capacità chiave" che raggruppano i settori dell'intelligence, del trasporto strategico, del "comando e controllo".Queste capacità sono oggetto di partenariati bilaterali o multilaterali in seno all'UE e che vanno a completare le capacità terrestri, navali ed aeree alle quali i Quindici si sono impegnati a partecipare.



La Conferenza di impegno delle forze (20 e 21 novembre 2000) a Bruxelles ha rappresentato un ulteriore, significativo passo in avanti nella costruzione di una Dimensione Europea di Sicurezza e Difesa.



All'indomani della Conferenza di Impegno delle forze si è svolto il Consiglio Europeo di Nizza (7-8-9 dicembre 2000) che ha preso tutta una serie di importanti decisioni politiche per il prosieguo del disegno PESC. Queste decisioni riguardano:

" la formalizzazione delle strutture permanenti: Comitato Politico e di Sicurezza, comitato Militare e Stato Maggiore Militare;

" l'avvio di una dimensione civile della gestione delle crisi, mediante la realizzazione di una forza di intervento rapido di polizia di 5000 uomini di cui 1000 schierabili entro 30 giorni (a tal proposito l'Arma dei Carabinieri contribuisce con circa 800 uomini, ponendosi al primo posto tra tutte le nazioni europee);

" la definizione delle modalità permanenti di consultazione tra Unione e Europea e NATO;

" l'integrazione delle funzioni proprie della UEO nella UE;

" gli accordi sulle modalità di consultazione e partecipazione dei potenziali partner (paesi candidati all'adesione alla UE e i paesi europei che fanno parte della NATO ma non della UE).



E' stato, in particolare, dato il via alla costituzione di organi permanenti incaricati di svolgere, sotto l'impulso dell' Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza, un ruolo più attivo e responsabile nel campo della sicurezza e della gestione delle crisi. Essi sono:

il Comitato Politico e di Sicurezza (CPS) permanente, con sede a Bruxelles, composto di rappresentanti nazionali a livello di alti funzionari/ambasciatori. Esso è il foro in cui trattare tutte le questioni relative alla PESC. In caso di operazioni di gestione militare delle crisi, il CPS dovrà assicurare, sotto l'autorità del Consiglio, il controllo politico e la direzione strategica delle operazioni;

il Comitato Militare (CM), composto dai Capi di Stato Maggiore della Difesa, rappresentati dai loro delegati militari. Esso è foro per fornire consulenze militari e raccomandazioni al CPS, oltre che per assicurare la direzione militare dello Stato Maggiore. Il presidente del CM parteciperà alle riunioni del Consiglio quando si dovranno prendere decisioni con implicazioni in materia di Difesa;

lo Stato Maggiore (SM), che opera in seno al Consiglio, per fornire consulenza e sostegno in campo militare alla PESC, compresa l'esecuzione delle operazioni di gestione militare delle crisi sotto la guida dell'UE. Sarà lo Stato Maggiore ad assicurare il tempestivo allarme, la valutazione della situazione e la pianificazione strategica nell'ambito delle missioni di Petersberg, compresa l'identificazione delle forze europee nazionali e multinazionali



A Nizza è stato elaborato un concetto d'impiego delle forze di polizia europee, comprendente sia le polizie a statuto civile sia quelle a statuto militare, secondo due scenari: il primo, che punta al rafforzamento delle capacità di polizia locali con missioni di addestramento, di assistenza, di controllo e di consulenza; il secondo - che corrisponde a crisi complesse, - prevede l'impiego delle forze di polizia dell'UE in sostituzione delle polizie locali per l'esecuzione di missioni aventi per scopo il ristabilimento della sicurezza pubblica.



1.2.6.2 Gli sviluppi futuri della Difesa Europea



L'Unione, nel realizzare una Politica Europea di Sicurezza e Difesa, affronta una grande sfida d'integrazione, pari per complessità e portata a quella dell'euro. Come l'euro è pienamente inserito nell'economia globale, così la politica Europea di Sicurezza e Difesa deve essere saldamente interconnessa con la politica di sicurezza dell'Alleanza Atlantica: due facce della stessa moneta, distinte ma non separate, pena la perdita di efficacia e di valore della nostra stessa sicurezza e quindi del processo di integrazione politica europea.



La prima fra le componenti principali del processo di costruzione di una Comune Politica di Sicurezza e Difesa Europea è la direzione istituzionale.

L'assetto definitivo dei nuovi organismi istituzionali creati per gestire tale politica prevede un ruolo di rilievo per il Comitato Politico di Sicurezza (PSC). Sarà essenziale che tale Comitato abbia la capacità di divenire organo di direzione della gestione delle crisi e di stabilire efficaci interazioni con il North Atlantic Council, assicurando così un rapporto affidabile e trasparente tra l'Unione e l'Alleanza.

Con riferimento alle particolari implicazioni insite nelle decisioni relative all'utilizzo della forza militare, la direzione istituzionale per l'Europa dovrà riuscire a coniugare l'unitarietà del quadro complessivo dell'Unione con la specificità della politica di sicurezza e di difesa rispetto alle altre politiche comunitarie.



La seconda componente del processo riguarda la riforma degli strumenti militari. Per essi si pone l'esigenza di una trasformazione organizzativa, dottrinale e di impiego di uomini e mezzi. Una trasformazione che richiede un salto di qualità coerente con l' obiettivo ambizioso e tuttavia realistico di Helsinki, cioè il raggiungimento entro il 2003 di una adeguata capacità operativa.

Vi è un altissimo grado di condivisione politica, da parte di tutti, del progetto di realizzazione di efficaci capacità militari europee, raccordate e coerenti con quelle della NATO, anche di quei paesi tradizionalmente considerati per natura più prudenti. Con riferimento all'obiettivo iniziale fissato a Helsinki, è stato predisposto, un "Catalogo delle Capacità" necessarie per far fronte a tutte le tipologie delle missioni di gestione delle crisi, da quelle di tipo strettamente umanitario, a quelle più impegnative di mantenimento o di imposizione della pace.

Nel definire queste capacità - sotto l'aspetto sia quantitativo che qualitativo - il documento delinea una coerente saldatura con l'Iniziativa delle Capacità di Difesa (DCI), decisa dall'Alleanza al vertice di Washington del 1999.

Nella definizione dei contributi nazionali al comune obiettivo europeo, sono tuttavia emerse le carenze di capacità operative dei paesi europei.

Tale "gap", tra le capacità richieste, definite nel Catalogo di Helsinki, e quelle che gli europei sono in grado, oggi, di mettere a disposizione dell'Unione,costituisce la sfida per rendere più credibile l'azione esterna dell'Unione, dotandola di efficaci capacità decisionali ed operative.



Queste carenze si ripercuotono sia sul processo di costruzione della Difesa Europea sia sulle capacità europee a disposizione dell'Alleanza. Nel colmare tali carenze - come è necessario - ogni contributo nazionale assumerà quindi una doppia valenza: sul versante europeo e su quello atlantico, delineando così una saldatura fra i due ambiti, quello dell'Unione e quello dell'Alleanza.

La convergenza fra gli obiettivi operativi delineati nella Iniziativa di Difesa Europea e nella "Iniziativa della Capacità di Difesa" dell'Alleanza Atlantica, assicura l'integrazione dell'una nell'altra, secondo il concetto delle "forze separabili ma non separate".

I settori sui quali investire con maggiore determinazione sono stati individuati nell'interoperabilità, nella disponibilità di forze proiettabili su base professionale, nella mobilità strategica, nel Comando e Controllo, nella Comunicazione, nella Sorveglianza e nell'Intelligence, nell'ingaggio di precisione, nell'autoprotezione e nella capacità di operare in ambienti a rischio a causa del fenomeno della proliferazione delle armi di distruzione di massa.

La costruzione della Difesa Europea non può prescindere dal problema di adeguate risorse. Quella dell'efficacia della spesa militare rappresenta la terza componente del processo di costruzione della Politica Europea della Sicurezza e della Difesa.

I paesi Europei nel loro complesso destinano alla Difesa circa il 60% della spesa militare statunitense, mentre le capacità operative e di proiezione degli Europei sono ben lungi dall'avere un valore ad essa proporzionale. Esse non rappresentano che il 10 - 15% delle capacità statunitensi. E' facile vedere come il costo della mancanza di convergenza europea sia pari al 50% delle capacità mancanti. A questa valutazione si può aggiungere la stima fatta da autorità militari NATO, secondo le quali il costo del gap operativo tra Stati Uniti e paesi dell'UE ammonterebbe a circa 30 miliardi di dollari. Tali stime,seppure opinabili in termini assoluti, sono indicative di un fenomeno reale, "politico", oltreché operativo.

Il divario militare tra Europa e Stati Uniti è tale da riflettersi sulla reale capacità di decidere ed operare insieme; in sostanza la scissione delle capacità militari rischia di trasformarsi in una scissione operativa e politica tra gli Stati Uniti e l'Europa, che mette a rischio la sicurezza europea.

La semplice ristrutturazione riduttiva, pur se necessaria ed in atto, della quantità di forze dei Paesi europei, non è sufficiente ad ammodernare gli strumenti militari europei per ridurre il gap operativo di cui prima si è fatto cenno.

La spesa europea va certamente ottimizzata in tutti i settori, ma va anche incrementata negli investimenti e nelle tecnologie avanzate. Il processo di convergenza deve indirizzarci verso la riduzione dei costi a fattore comune presenti in ciascuno dei nostri strumenti militari, i cosiddetti "overheads", concentrando e razionalizzando le strutture di direzione a sostegno delle forze operative, ed integrando in maniera progressiva la domanda militare, sia in termini di requisiti operativi, sia dei processi di acquisizione.

In questo senso la convergenza delle politiche di difesa europee è una necessità per tener fede agli obbiettivi di ammodernamento sia in ambito NATO sia europeo. In questo contesto, dopo aver definito, a premessa, un quadro omogeneo della attuale spesa militare europea, potrebbe essere opportuno ed efficace indicare delle linee di progressivo avvicinamento da parte dei paesi europei ad alcuni standard qualitativi della spesa militare, individuando alcuni indicatori che delineino obiettivi di convergenza.

Fra questi, l'incidenza della spesa militare rispetto al PIL, il rapporto tra spese per investimenti e spese di funzionamento; la percentuale di spesa dedicata alla ricerca e sviluppo; i livelli di spesa militare pro-capite; la quantità di forze professionali disponibili rispetto alla entità della popolazione.

Sono tutti indicatori per i quali oggi esiste una forte disomogeneità tra gli europei, anche di uno a cinque, e per i quali andrebbero delineati percorsi di convergenza che faciliterebbero il contributo di ciascun Paese europeo al raggiungimento dell'obiettivo comune di una accresciuta capacità militare europea. Adottare criteri di convergenza della spesa militare, seppur in modo flessibile e non rigidamente prescrittivo, come fu nel caso della moneta unica, agevolerebbe enormemente il processo di realizzazione di una efficace Politica Europea di Sicurezza e Difesa.

È in quest'ottica che devono essere promossi, nelle sedi istituzionali europee, la discussione e gli opportuni processi decisionali sul concetto di criterio di convergenza della Difesa Europea.



1.3 Processo innovativo della Difesa Nazionale

1.3.1 Relazioni Politico Militari


Nel nuovo quadro internazionale, esposto a profonde trasformazioni geo-strategiche, le politiche della difesa sono divenute un fattore di importanza primaria, sempre più spesso chiamate a dare il loro contributo e comunque ad essere cruciali per la definizione di nuovi rapporti internazionali.

Il legame tra politica estera e politica di difesa è conseguentemente diventato strettissimo.



1.3.2. I regimi di disarmo e non proliferazione

Generalità.

La rete delle relazioni internazionali cui partecipa la Difesa è completata dall'attività di supporto qualificato al Ministero degli Affari Esteri nei differenti fori negoziali per il disarmo e la non proliferazione (ONU, OSCE, UE, NATO, Conferenza sul Disarmo di Ginevra) e dall'attiva e diretta attuazione dei Trattati e Convenzioni ratificate dall'Italia (CIVA).

L'abbassamento dei livelli di armamento e le misure di verifica che derivano dagli accordi sul controllo degli armamenti e sulla non proliferazione vanno a sostegno degli sforzi politici e militari della NATO, tesi a realizzare gli obiettivi strategici. Tra questi particolare rilevanza assumono il rafforzamento della stabilità nel continente europeo, reso possibile dal Trattato CFE, le sostanziali riduzioni delle armi nucleari rese possibili dai trattati START, la firma del Trattato di interdizione totale degli esperimenti (CTBT), il rinnovo automatico e incondizionato del Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari (NPT), l'entrata in vigore della Convenzione sulle armi chimiche (CWC), la già citata Convenzione di Ottawa sul bando delle mine anti-uomo ed altre misure di fiducia e sicurezza (CSBM) elaborate dall'OSCE che, pur essendo solo politicamente vincolanti, contribuiscono alla distensione nelle aree di crisi.

Ciò in ragione del fatto che, nonostante l'evoluzione positiva del contesto strategico e l'alta improbabilità di una aggressione convenzionale di ampia portata diretta contro l'Alleanza, la possibilità dell'emergere di una tale minaccia a lungo termine persiste.


Il Trattato CFE, sottoscritto nel 1990 dai Paesi NATO e del Patto di Varsavia, fissa il quantitativo massimo di armamenti di cinque categorie (carri, blindati, artiglierie, aerei da combattimento ed elicotteri d'attacco) che ciascun gruppo di Stati Parte può detenere.

Il 19 nov. 1999, nel Summit OSCE di ISTANBUL, gli Stati Parte CFE hanno firmato un nuovo testo di convenzione adattato alla nuova realtà geo-strategica, eliminando la struttura dei blocchi contrapposti e istituendo dei limiti specifici per ciascun Stato Parte.

A corollario del testo dell'accordo, diverse Nazioni hanno sottoscritto impegni politici di varia natura. Di rilievo sono gli Accordi bilaterali sul ritiro delle forze russe dalla Georgia e dalla Moldavia, la cui piena attuazione, onerosa in termini di risorse finanziarie e tecnologiche, richiede il supporto delle Nazioni occidentali.

La ratifica dell'Accordo adottato, al momento effettuata solo da Bielorussia e Ucraina, è stata subordinata da tutti i Paesi occidentali al pieno rispetto di Mosca dei limiti previsti dal trattato attuale, superati in conseguenza della crisi cecena, e degli impegni al ritiro da Georgia e Moldavia.

Il Documento di Vienna, sottoscritto dai 54 Paesi OSCE (55 con la riammissione della Repubblica Federale di Jugoslavia), introduce misure di fiducia e sicurezza comprendenti lo scambio di informazioni, la notifica di attività militari insolite, visite ispettive e di osservazione, contatti militari. La sua prima stesura è nel 1990. Ad essa sono seguite altre tre versioni di cui l'ultima nel 1999.

Gli Accordi di Dayton prevedevano le misure di stabilizzazione nell'area ex-Jugoslava in generale e bosniaca in particolare. Nell'Allegato I B, i due articoli, il Il ed il IV, di carattere prevalentemente militare, tendevano a riconciliare le varie componenti bosniache e a ricostruire la fiducia tra gli Stati interessati (Croazia, Serbia ed Entità della Bosnia-Herzegovina). L'articolo V, di carattere eminentemente politico, entrava a completare il processo di stabilizzazione coinvolgendo non solo tutti i Paesi dell'area ma, su base volontaria, anche Nazioni esterne.

Il Patto di Stabilità, per l'Europa del Sud-Est, sottoscritto dai Ministri degli Affari Esteri di numerosi Stati, tra cui I'ltalia, e rappresentanti di varie organizzazioni internazionali, persegue l'intento di definire la strategia degli interventi nell'Europa del Sud-Est, creare sinergie tra le iniziative da chiunque e in qualunque contesto avviate ed assicurare valore politico aggiunto alle azioni intraprese. Opera attraverso un tavolo di discussione regionale e tre tavoli tematici relativi, rispettivamente, alta Democratizzazione e Diritti Umani, alla Ricostruzione Economica, Sviluppo e Cooperazione ed alla Sicurezza. In quest'ultimo, la Difesa segue direttamente i progetti relativi al controllo armamenti, non proliferazione, contatti militari e controllo delle armi leggere. Due Ufficiali esperti nel controllo armamenti costituiscono il contributo nazionale ad un Centro Regionale di Assistenza alla Verifica e Attuazione del Controllo Armamenti (RACVIAC), costituito a Zagabria.

La convenzione di Ottawa sul bando delle mine antiuomo, del dicembre 1997, è stata di fatto anticipata dall'ltalia sia con la decisione del Consiglio dei Ministri del 13 giugno 1997 (divieto della produzione, esportazione, stoccaggio ed uso) sia con la successiva Legge n. 374 del 29 ottobre 1997.

La distruzione delle mine in deposito è tuttora in corso e se ne prevede la completa eliminazione entro il 2002. Inoltre, secondo quanto previsto dalla stessa Convenzione, la Difesa contribuisce, in concorso con il MAE, al supporto delle attività di sminamento e distruzione delle scorte nei paesi maggiormente a rischio. Un Ufficiale italiano è presente nella missione che la UEO, con finanziamenti UE, ha disposto per la Croazia (WEUDAM).



La convenzione sulla Proibizione delle Armi Chimiche, ratificata dal Parlamento italiano con la Legge n° 496 del 18 novembre 1995 ed entrata in vigore nell'aprile '97, estende la sua efficacia non solo alle strutture della Difesa, ma al più ampio contesto nazionale dell'industria civile. Nel proibire lo sviluppo, la produzione, l'acquisto, la conservazione, il possesso, il trasferimento e l'uso delle armi chimiche ed imponendo la distruzione delle stesse e degli eventuali impianti di produzione, rappresenta anche un Trattato di non proliferazione.

Il termine "armi chimiche", infatti, è riferito ai prodotti elencati nel testo della Convenzione in qualunque forma o confezione. Si tratta, quindi, non solo di armi nel senso tradizionale.

Per quanto attiene alla Difesa, gli obblighi derivanti dalla Convenzione riguardano:



" Le dichiarazioni periodiche relative alla distruzione delle vecchie armi chimiche (OCW) e delle armi chimiche abbandonate (ACW), le sole in possesso della Difesa;

" la dichiarazione di eventuali ritrovamenti di residuati in periodi successivi;

" la distruzione degli stock esistenti.



In merito alle Small Arms And Light WeaRons (SALW), l'interesse suscitato dalla Conferenza Generale delle Nazioni unite sul traffico illecito di armi in tutti i suoi aspetti, lascia intravedere una possibile evoluzione verso iniziative simili a quelle adottate per le mine antipersona. AI riguardo, per ciò che attiene alla normativa in materia di produzione, esportazione, importazione controllo delle SALW, è sicuramente all'avanguardia.

Il sostegno dell'ltalia alle iniziative regionali condotte dall'OSCE e dall'UE inoltre, ad accrescere le misure di trasparenza e coerenza che il nostro paese ha da lungo tempo adottato a proposito di armamenti.

In particolare la Difesa potrà fornire il proprio contributo di expertise, o nell'ambito delle Operazioni di Pace, nelle attività di confisca/sequestro, riduzione e nella sicurezza dei depositi.



Il Trattato Open Skies, teso a promuovere una maggiore apertura e trasparente mediante misure miranti a rafforzare la fiducia e la sicurezza nelle attività militari, prevede il sorvolo degli Stati Parte (da Vancouver a Vladivostok) con un velivolo dotato di sensori. Sottoscritto nel 1992 dagli stessi CFE (NATO ed ex-Patto di Varsavia), entrerà in vigore il1 ° gennaio 2002.

Il Trattato assegna a tutti i partecipanti il diritto di effettuare voli di osserva- territori di qualsiasi altro Stato membro ed il dovere di accettare voli di osservazione sui propri territori in accordo alle modalità fissate dal trattato stesso.

Allo scopo di contenere i costi ed ottimizzare le risorse disponibili, dieci nazioni tra cui l'Italia, si sono consociate sviluppando un sistema comune di osservazione denominato "Pod System". Tale sistema è formato da un contenitore esterno amovibile contenente i sensori e da alcune consols da montare a bordo del velivolo C130 H.

In attesa dell'entrata in vigore del Trattato l'ltalia come altri paesi, ha condotto una serie di voli di prova (bilaterali e multilaterali) sia con Paesi occidentali sia con Paesi dell'Est europeo.



La Convenzione per il Bando delle Armi Biologiche (BIOLOGICAL WEAPON CONVENTION - BWC), dell'aprile 1972, conta oggi 138 Stati Parte, inclusa l'ltalia. A questi se ne aggiungeranno 18 che hanno in corso la procedura di ratifica. Nell'ambito della Convenzione biologica sono previsti anche programmi per il monitoraggio ed il controllo di un certo numero di agenti biologici e tossine (ed attività ad essi correlate), che hanno potenzialmente la capacità di essere usati nell'ambito della guerra biologica, ma che allo stesso tempo hanno legittimo uso commerciale (dual use).

Detta Convenzione non dispone di un sistema di verifica e controllo delle proibizioni imposte. Un Protocollo per il rafforzamento della Convenzione, in discussione presso la Conferenza sul Disarmo di Ginevra, non è stato approvato.



Inoltre I'ltalia partecipa ai lavori del: -High Level Group della NATO, in cui si trattano le problematiche relative alla politica e alla pianificazione della NATO nel settore nucleare ed alle questioni legate alla salvaguardia ed alla sicurezza delle armi nucleari.

In risposta al mandato ministeriale del Summit di Washington del 1999, sono state elaborate specifiche misure per l'accrescimento della fiducia, della sicurezza e trasparenza con la Russia, attualmente in discussione nel Consiglio Permanente Congiunto NATO-Russia.



NATO Senior Defence Group on Proliferation DGP che definisce le linee di policy NATO riguardanti la difesa e la dimensione militare della proliferazione delle armi di distruzione di massa (weapon of mass destruction - WMD).

Con decisione assunta dal summit NATO di Washington, il 1 maggio 2000, è stato costituito, presso il Segretariato Internazionale, il Centro sulle Armi di Distruzione di Massa (WMDC) per focalizzare l'attenzione sui rischi emergenti e coordinare le attività dei vari organismi della NATO interessati alla proliferazione, rafforzando in tal modo le consultazioni politiche relative alle attività contro la proliferazione ed aumentando la capacità di difesa e preparazione delle forze alleate volte anche a proteggere le popolazioni civili.

In tale ottica il WMDC tra l'altro:

" funge da raccolta di informazioni sui programmi esistenti nelle nazioni alleate di risposta civile riguardo alle WMD;

" migliora i programmi esistenti volti ad elevare la capacità di reazione militare per operare in un contesto WMD e per contrastare le minacce costituite da queste.



Gli Accordi di Dayton prevedevano le misure di stabilizzazione nell'area ex- Jugoslava in generale e bosniaca in particolare. Nell'Allegato l B, i due arti- coli, il Il ed il IV, di carattere prevalentemente militare. tendevano a riconci- liare le varie componenti bosniache e a ricostruire la fiducia tra gli Stati inte- ressati (Croazia, Serbia ed Entità della Bosnia-Herzegovina). L'articolo V, di carattere eminentemente poJitico, entrava a compJetare il processo di stabilizzazione coinvolgendo non solo tutti i Paesi dell'area ma, su base volontaria, anche Nazioni esterne.

Il Patto di Stabilità. per l'Europa del Sud-Est, sottoscritto dai Ministri degli Affari Esteri di numerosi Stati, tra cui I'ltalia, e rappresentanti di varie organizzazioni internazionali, persegue l'intento di definire la strategia degli interventi nell'Europa del Sud ~ Est, creare. sinergie tra le iniziative da chiunque e in qualunque contesto avviate ed assicurare valore politico aggiunto alle azioni intraprese. Opera attraverso un tavolo di discussione regionale e tre tavoli tematici relativi, rispettivamente, alta Democratizzazione e Diritti Umani, alla Ricostruzione Economica, Sviluppo e Cooperazione ed alla Sicurezza, In quest'ultimo, la Difesa segue diretta- mente i progetti relativi al controllo armamenti, non proliferazione, contatti militari e controllo delte armi leggere. Due Ufficiali esperti nel controlto armamenti costituiscono il contributo nazionate ad un Centro Regionale di Assistenza alla Verifica e Attuazione del Controllo Armamenti (RACVIAC), costituito a Zagabria.

-La convenzione di Ottawa sul bando delle mine antiuomo, del dicembre 1997, è stata di fatto anticipata dall'ltalia sia con la decisione del Consiglio dei Ministri del 13 giugno 1997 (divieto delta produzione, esportazione, stoccaggio ed uso) sia con la successiva Legge n. 374 de1 29 ottobre 1997.

La distruzione delle mine in deposito è tuttora in corso e se ne prevede la comp1eta eliminazione entro il 2002. l noltre, secondo quanto previsto dalta stessa Convenzione, la Difesa contribuisce, in concorso con il MAE, al supporto delle attività di sminamento e distruzione delte scorte nei paesi maggiormente a rischio. Un Uffrciale italiano è presente nelta missione che la UEO, con finanziamenti UE, ha disposto per la Croazia (WEU- DAM).

La convenzione sulla Proibizione delle Armi Chimiche, ratificata dal Parlamento italiano con la Legge n° 496 del 18 novembre 1995 ed entrata in vigore nell'aprile '97, estende la sua efficacia non solo alle strutture della Difesa, ma al più ampio contesto nazionale dell'industria civile. Nel proibi- re lo sviluppo, la produzione, l'acquisto, la conservazione, il possesso, il trasferimento e l'uso delle armi chimiche ed imponendo la distruzione delle stesse e degli eventuali impianti di produzione, rappresenta anche un Trattato di non proliferazione.

Il termine "armi chimiche", infatti, è riferito ai prodotti elencati nel testo della Convenzione in qualunque forma o confezione. Si tratta, quindi, non solo di armi nel senso tradizionale.

Per quanto attiene alla Difesa, gli obblighi derivanti dalla Convenzione riguardano:

" Le dichiarazioni periodiche relative alla distruzione delle vecchie armi chimiche (OCW) e delle armi chimiche abbandonate (ACW), le sole in possesso della Difesa;

" la dichiarazione di eventuali ritrovamenti di residuati in periodi successivi;

" la distruzione degli stock esistenti.

In merito alle Small Arms And Light WeaRons (§ALW), l'interesse suscita- onferenza Generale delle Nazioni unite sul traffico illecito di armi JOi aspetti, lascia intravedere una possibile evoluzione verso ini- nili a quelle adottate per le mine antipersona. AI riguardo, per ciò }e alla normativa in materia di produzione, esportazione, impor- controllo delle SALW, è sicuramente all'avanguardia.

10 dell'ltalia alle iniziative regionali condotte dall'OSCE e dall'UE inoltre, ad accrescere le misure di trasparenza e coerenza che )aese ha da lungo tempo adottato a proposjto dì armamenti.

Ilare la Difesa potrà fornire il proprio contributo di expertise, o nell'ambito delle Operazioni di Pace, nelle attività di confi- 3stro, riduzione e nella sicurezza dei depositi-

.Open Skies, teso a promuovere una maggiore apertura e tra- mediante misure miranti a rafforzare la fiducia e la sicurezza

'ità militari, prevede il sorvolo degli Stati Parte (da Vancouver a Jk) con un velivolo dotato di sensori. Sottoscritto nel 1992 dagli ~si CFE{NATO ed ex-Patto di Varsavia), entrerà in vigore il1 ° gen- ,

assegna a tutti i partecipanti il diritto di effettuare voli di osserva- territori di qualsiasi altro Stato membro ed il dovere di accettare ~ervazione sui propri territori in accordo alle modalità fissate dal tesso.

o di contenere i costi ed ottimizzare le risorse disponibili, dieci fa cui t'ltalia, si sono consociate sviluppando un sistema comu- !rvazione denominato "Pod System". Tale sistema è formato da litore esterno amovibile contenente i sensori e da alcune con- montare a bordo del velivolo C130 H.

cjell'entrata in vigore del Trattato 1'ltalia1 come altri paesi, ha con- I serie di voli di prova {bilaterali e multilaterali) sia con Paesi lii sia con Paesi dell'Est europeo.



-La Convenzione er il Bando delle Armi Biolo iche BIOLOGICAL WEA- PON CONVENTION -BWC), dell'aprile 1972, conta oggi 138 Stati Parte, inclusa l'ltalia. A questi se ne aggiungeranno 18 che hanno in corso la pro- cedura di ratrfica.Nell'ambito della Convenzione biologica sono previsti anche programmi per il monitoraggio ed il controllo di un certo numero di agenti brologici e tossine (ed attjvità ad essi correlate), che hanno poten- zialmente la capacità di essere usati nell'ambito della guerra biologica1 ma che allo stesso tempo hanno legittimo uso commerciale (dual use).

Detta Convenzione non dispone di un sistema di verifica e controllo delle pro1bizioni imposte. Un Protocollo per il rafforzamento della Convenzione, in discussione presso la Conferenza sul Disarmo di Ginevra! non è stato approvato.

Inoltre I'ltalia partecipa ai lavori de1: -High Level Grou~ della NATO, in cui si trattano le problematiche relative ajla politica e alla pianificazione della NATO nel settore nucleare ed alle questioni legate alla salvaguardia ed alla sicurezza delle armi nucleari.

In risposta al mandato ministerlale del Summit di Washington del 1999,sono state elaborate specifiche misure per l'accrescimento della fiducia, della sicurezza e trasparenza con la Russia, attualmente in dis- cussione nel Consiglio Permanente Congiunto NATO-Russia.

-NATO Senior Defence Grou' on Proliferation DGP che definisce le linee di poticy NATO riguardanti la difesa e la dimensione militare della prolife- razione delle armi di distruzione di massa (weapon of mass destruction - WMD).

Con decisione assunta dal summit NATO di Washington, il1 maggio 2000, è stato costituito, presso il Segretariato Internazionale, il Centro sulle Armi di Distruzione di Massa (WMDC) per focalizzare l'attenzione sui rischi emer- genti e coordinare le attività dei vari organismi della NATO interessati a11a proliferazione, rafforzando in tal modo le consultazioni politiche relative alle attività contro la proliferazione ed aumentando la capacità di difesa e pre- parazione delle forze aUeate volte anche a proteggere le popolazioni civili.

In tale ottica il WMDC! tra l'altro: .funge da raccolta di informazioni sui programmi esistenti nelle nazioni alleate d1 risposta civile riguardo alle WMD; migliora i programmi esistenti volti ad elevare la capacità di reazione militare per operare in un contesto WMD e per contrastare le minacce costituite da queste.

 
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