Diritto internazionale dei diritti umani e dei conflitti armati: guerra e pace
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ultimo aggiornamento: 12.03.2008
   
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Politica internazionale e sicurezza internazionale
Conferenza

Intervento al
CONVEGNO DI STUDI GIURIDICI
PADOVA, 30 NOVEMBRE 2000

Diritto e Forze armate. Nuovi Impegni

UNIVERSIT└ DEGLI STUDI DI PADOVA
Dipartimento di Diritto Pubblico, Internazionale e Comunitario.
Regione Militare Nord.

Testi provvisori; trascrizioni non ufficiali.
Tutti gli interventi sono leggibili e scaricabili cliccando qui.

Si ringrazia Silvio Riondato (www.riondato.com) per la disponibilitÓ. Pubblicazioni
Centro italiano Studi per la pace
www.studiperlapace.it - no ©
Documento aggiornato al: 2000

 
Sommario

E' troppo ingenuo attendersi dal diritto il rafforzamento della sicurezza? Eppure, i principi sociali oggi più condivisi nel mondo vi fanno tutti capo: così è per la diffusione e tutela dei diritti umani. almeno riconosciuti planetariamente (anche se non sufficientemente sostenuti), così è per lo stato di diritto (di cui si propone addirittura una versione "forte", non nel senso della sua rigidità, ma della solidità delle istituzioni, del consenso sulla reciproca assimilazione e sulle regole di governo)11, così infine - come si è osservato prima - per il diritto internazionale.

 
Abstract
 

1.
Chi, appartenendo alla generazione dell'età della guerra fredda - come me - guardasse indietro ai decenni passati, durante i quali le profezie sulla fine del mondo non poggiavano sugli avvertimenti di Nostradamus, ma sulle argomentazioni dei profeti della "fine del mondo nucleare", potrà (tirando un sospiro di sollievo) constatare che quella profezia non si è avverata e sì che la si fondava proprio sull'esperienza del passato, sull'incalzar degli eventi, sulla corsa agli armamenti, sull'ostilità crescente, sull'incoercibilità dei contrasti ideologici... Ebbene, di tutto ciò oggi non si trova più nulla: siamo i posteri di una storia che non c'è stata!
Ma in realtà il passato recente ci impartisce almeno un'altra lezione straordinaria: seppure non possiamo dire se ci siano, state tutte le guerre che avrebbero dovuto esserci l, possiamo comunque affermare con totale sicurezza che non c'è stata una guerra che invece doveva esserci e che ha comunque prodotto gli stessi risultati che se ci fosse stata davvero: la terza guerra mondiale, ovvero la guerra destinata a dissolvere la seconda più grande potenza della storia, l'Unione Sovietica. Non abbiamo alcuna altra prova nella storia del fatto che un impero (come quello sovietico) si sia mai disgregato spontaneamente - intendo: pacificamente - per sua manifesta e consapevole incapacità di restare sulla scena. Mai una potenza declinante ha ammesso tale sua condizione e accettato di auto-distruggersi (ma uno stato con gli stessi confini di quelli dell'Unione Sovietica non esiste più) se non dopo esser passato attraverso il giudizio di Dio dello scontro bellico. Mai se non alla fine di una guerra un impero è crollato. Potremmo dire, in altri termini, che quel che è successo nel 1989 era incompatibile con il senso e gli ammaestramenti della storia. Non è questo il momento di approfondire l'analisi del caso, ma di trarne la conseguenza che dunque anche nella storia si danno delle novità, o delle innovazioni. Così, se è molto facile per tutti immaginare che il futuro prossimo sarà dominato dagli Stati Uniti, è davvero questa l'unica tendenza che è possibile intravvedere nel presente come premonizione del futuro? Osservo innanzi tutto che concentrare il raggio delle nostre ipotesi sulla dimensione politico-diplomatica è restrittivo e unilaterale - un retaggio del passato, direi, e che spererei fosse ormai del tutto superato (non che fosse più accettabile nel passato, ma era difficile contestarlo). Ciò di cui noi stiamo parlando, in realtà, è un qualche cosa di infinitamente più ampio e anche più complesso di ciò che normalmente intendiamo con l'espressione "relazioni internazionali". Quando parliamo di queste ultime, oggi come sempre, ci riferiamo a quell'immenso (il più ampio che sia dato di immaginare) nodo problematico che è rappresentato dalle condizioni della convivenza di alcuni miliardi di individui, suddivisi per stati, titolari di uguali diritti e bisogni elementari, separati dal diverso accesso che viene loro consentito alle risorse economiche e sociali. Che oggi come oggi l'insieme di queste condizioni sia gestito da un pugno di uomini politici che prendono decisioni destinate a valere per ogni individuo sulla terra non implica minimamente che soltanto a essi spetti il diritto (oltre che la responsabilità) di disporne liberamente. Credere che la dimensione politico-diplomatica della realtà sia l'unica variabile unificatrice della condizione planetaria umana è un errore che ci ha impedito non soltanto di dare uno sviluppo adeguato alla disciplina delle relazioni internazionali (anzi, in questo modo le si sono confinate in un ghetto odioso dove soltanto la forza e la potenza potevano ispirare l'analisi), ma anche e piuttosto di comprendere che certo oggi (ma personalmente credo che ciò abbia un valore assoluto) la politica internazionale non è altro che la "politica interna del mondo"2 , un qualche cosa insomma a cui tutti noi contemporaneamente e contestualmente "apparteniamo", che lo vogliamo o no.
Quella delle cosiddette relazioni internazionali si trasforma allora in una straordinaria terrazza dalla quale soltanto è possibile dominare in un unico sguardo come va il mondo, che cosa gli stia succedendo, dove si addensino delle innovazioni e dove il ritmo sia invece costante se non addirittura immobile o al contrario sincopato. Se noi accettiamo questo punto di vista, diventa possibile cogliere con lo sguardo quanto meno ciò che sta cambiando nel mondo3, anche se lo stesso sguardo non ci può dire anche come cambierà. Poiché il resoconto di questa esplorazione sarebbe troppo lungo, mi limito a riferire di alcune vedute che balzano evidenti a un semplice colpo d'occhio (consapevole che non tutto ciò che appare sia anche ciò che più vale). E non scopro nulla che nessun altro non abbia già visto, se constato in primo luogo che ciò che ha iniziato a trasformarsi più vistosamente negli ultimi anni è niente meno che la concezione dello stato - entità alla quale personalmente non assegno altra valenza che quella di struttura organizzativa di interdipendenze umane territorialmente delimitate essenzialmente per quanto ha a che fare con la sua sovranità, che per mille ragioni sembra
oggi terribilmente in crisi4. Non ne discuto neppure (tanto macroscopico è il caso) e accenno soltanto a una delle sue manifestazioni più clamorose (e inaspettate, solo vent'anni fa): l'Unione Europea, piaccia o non piaccia, ha deliberatamente e consapevolmente posto in essere azioni (a partire dall'Atto Unico del febbraio 1986) destinate a restringere inequivocabilmente i margini di esercizio delle prerogative sovrane di ciascuno degli stati-membri - non sto qui a discutere se ciò possa essere avvenuto per il meglio o per il peggio, se alla limitazione delle singole sovranità abbia corrisposto l'emergere di una nuova sovranità collettiva o complessiva, e via dicendo; registro semplicemente una straordinaria innovazione nella violenta e belligena storia europea. Ma la vicenda della sovranità è ben più complessa, dato che essa ha appena avuto occasione di andare in mille pezzi e di ricostituirsi come l'idra mitologica in ventidue nuove parti laddove un tempo ce n'erano soltanto tre! Pochi anni fa, le nostre carte geografiche comprendevano, tra gli altri, tre stati che si chiamavano Unione Sovietica, Cecoslovacchia, Jugoslavia. Invano li cercheremmo sulle nuove mappe stampate oggi: dall'Unione Sovietica sono derivati quindici nuovi stati sovrani, due dalla Cecoslovacchia, almeno cinque (sei se dovesse arrivare la secessione del Montenegro) dalla ex-Jugoslavia.
Ma non è quella della crisi della sovranità l'unica innovazione che vedo nello stato: esso va perdendo infatti (contemporaneamente, contestualmente, conseguentemente? - lo si dovrebbe discutere a parte) anche la sua identità ideologica. Non c'è stato che, per mezzo secolo, non abbia rivendicato una qualche sua originalità ideologica o quanto meno una sua specificità, e ciò non è stato vero soltanto per gli stati comunisti o per gli alfieri della libertà occidentale; era vero per il peronismo argentino come il socialismo nasseriano; per il socialismo cooperativo jugoslavo così come per la via autonoma al socialismo del tempo dell'eurocomunismo; era vero addirittura, fino a qualche anno fa, per il fondamentalismo iraniano e oggi forse (e per fortuna) lo è molto meno - come dire: l'identità non ha più fondamenti ideologici forti, e in realtà non li cerca più. Ho una mia ipotesi di spiegazione per ciò, che non si limita a inneggiare alla fine dell'età dei veleni ideologici, ma riguarda piuttosto l'apparizione (a mio modo di vedere inarrestabile o ineludibile) di una nuova grande classe di richieste, quelle rivolte al riconoscimento della parità di diritti, alla liberazione dalla povertà, all'accesso a una parte almeno dei privilegi e dei piaceri di cui una ridottissima parte del mondo gode e di cui tutti (dico proprio: tutti) sono consapevoli, potendone conoscere le prove che le parabole televisive diffondono in ogni angolo del pianeta. Ciò che più di ogni altra circostanza ci fa vivere oggi in una "politica interna del mondo" è proprio questa scoperta: che non ci sono ideologie che ci rendano diversi, che non esistono argomenti validi per perpetuare le differenziazioni, che in ciascun angolo del pianeta il valore dei diritti è lo stesso - anche se infiniti sono i passi da fare prima che ciò si trasformi in realtà. Tutto questo può simbolicamente - ma forse un po' troppo sbrigativamente - essere ricondotto alla dimensione della globalizzazione galoppante.
Da questa "visione" discende l'immagine di un passato orribile, fatto di repressione e di negazione di libertà: come ha potuto perpetuarsi tanto a lungo? Tra le altre, sottolineo una ragione: nell'ultimo mezzo secolo il più potente e straordinario mezzo di repressione sociale internazionale è stato rappresentato dalla minaccia della guerra (atomica) che qualsiasi grave destabilizzazione dell'ordine dato avrebbe potuto scatenare: la vita in cambio della libertà - non sarebbe neppur stato la prima volta! Ma ora la guerra non è più la stessa,' voglio dire, difficilmente potrà venire prossimamente minacciata nella sua retorica atomica e la liberazione dalla guerra ha liberato - mi si passi il bisticcio - la guerra stessa, rendendola nuovamente possibile, nelle più ridotte dimensioni dei conflitti locali. Mi si potrebbe obbiettare che questa non sia poi una grande scoperta, avendo da così poco assistito alla guerra del Golfo e poi a quella del Kosovo. Sarei d'accordo, non senza aver aggiunto però che si tratta in entrambi i casi di guerre di tipo veramente nuovo, caratterizzate dalla peculiarissima comune condizione di essere state combattute da due grandissime coalizioni contro uno stato singolo (osservo che si tratta di un caso rarissimo nella storia), considerato reo - non entro nella veridicità dell'affermazione - di violazioni dei diritti umani fondamentali, secondo un'impostazione, accettabile o meno, alla luce della quale sarebbe stata la comunità internazionale ad assumersi il compito di riparare i torti commessi dall'Iraq nei confronti del Kuwait e dalla Serbia nei confronti del Kosovo. Se davvero - come ipotizzo (o: prevedo?) - il ruolo della guerra nelle relazioni internazionali sta conoscendo una sostanziale revisione (potrei anche soffermarmi a far notare che la conflittualità internazionale negli ultimi dieci anni si è eccezionalmente ridotta, in confronto al passato)5, possiamo allora riassumere la particolare situazione in cui la "politica interna del mondo" oggi si svolge con il riferimento a quella che potrebbe essere definita una grande richiesta di democrazia internazionale o - il che è lo stesso - una richiesta internazionale di democrazia. Non dico che ciò sia evidente né che essa sia facilmente accoglibile, ma semplicemente che essa potrebbe essere utilizzata per ridimensionare la portata delle interpretazioni che prima ricordavo, ispirate all'unipolarismo solitario degli Stati Uniti.

2.
Potremmo riassumere le osservazioni fin qui svolte osservando che il mondo è passato da un'età di certezze (infondate) a una di incertezza (fondata), che è del tutto giustificata e comprensibile. La scomparsa di un sistema di ordine internazionale estremamente rigido, quale fu quello del bipolarismo nucleare, ha lasciato libere le forze per un vistoso movimento di ricomposizione della carta geografica del mondo, in primo luogo, e ha poi ricollocato gli stati su di una sola e unitaria scala gerarchica il cui criterio non è più la pura e semplice potenza (militare), ma il benessere (che il più delle volte si inttreccia con la democrazia - intesa nella sua conformazione reale, cioé anche con le sue "promesse non mantenute")6. insomma, in un mondo nel quale i pericoli si sono ridotti, ad aumentare è l'insicurezza?
Paradossalmente, dunque, è sparito il più grande pericolo che l'umanità abbia mai corso, ma esso è stato sostituito da un altro - di per sé più piccolo, ma più endemico - che è rappresentato dalle forme di insicurezza che emergono nel momento in cui i punti di riferimento, le regole, le aspettative si sgretolano - non servendo più nel momento in cui li si riferisca a un mondo diverso da quello per cui erano stati elaborati. Ma di quale sicurezza parliamo? Secondo il più noto e celebrato libro sull'argomento, ogni riflessione sulla categoria di sicurezza deve contemperarne tre dimensioni, diverse ma interdipendenti: quella dell'indivíduo, quella dello stato e quella del sistema internazionale7. Pur nella sua ovvietà, questa presentazione ci aiuta a constatare il radicale rovesciamento dell'ordine di priorità della sicurezza. Mentre un tempo prevaleva la sicurezza internazionale (fondata sulla reciproca paralisi della potenza), a cui seguiva quella nazionale (contraddistinta dall'ansia per la potenza) e per ultima veniva quella individuale, oggi constatiamo invece che al primo posto c'è la preoccupazione per la sicurezza individuale, a cui segue quella statuale (sempre in posizione mediana dunque, ma per ragioni ovvie, dato che funge da raccordo) e soltanto ultima viene quella internazionale. L'interpretazione di questo sovvertimento potrebbe essere ricercata (e trovata) nell'ambito delle società contemporanee, straordinariamente modificate (nel bene e nel male) dall'apparizione di soggetti storici in parte imprevisti e in parte un tempo latenti: intendo riferirmi ai flussi migratori, da un lato, alla globalizzazione economico-finanziaria dall'altro, con quella sua tutta particolare specificità che è rappresentata dal'internazionalizzazione della criminalità internazionale (per non fare che un banale esempio. la mafia internazionale non poteva estendersi in Unione Sovietica mentre ha potuto farlo in Russia - non implico alcun giudizio di valore, ovviamente, ma registro un'innovazione importantissima)8.
Va osservato che entrambe queste nuove componenti sociali agiscono, proprio per la loro natura (legata, nel primo caso, alla disperazione e alla povertà, e nel secondo all'arricchimento e alla brutalità), a quei livelli della società che sono l'emarginazione e il segreto, l'anomia e la complicità. Potremmo ridire tutto ciò constatando che, dopo l'Ottantanove, sia crollato anche quel sistema di coesione sociale che è rappresentato dalla certezza del diritto - espressione che intendo nella sua portata più ampia, implicando che anche razione degli statisti si sia ritenuta impunibile e insindacabile. Così, rientrano in questa nuova congiuntura tanto il comportamento "criminale" di Saddam Hussein quanto quello di Milosevic, tanto la mercificazione dei flussi di immigrazione clandestina quanto la vendita dei corpi umani, delle droghe, delle armi. Personalmente non credo sia troppo generico accomunare - in determinati casi - l'azione di uno statista in carica e quella di una "cupola" mafiosa, perché le loro conseguenze internazionali sono esattamente le stesse: la diffusione di un immenso velo di insicurezza e di imprevedibilità - nulla può essere temuto maggiormente da una società. Ma aggiungo subito che intravedo comunque già in formazione un nuovo strumento di "riconduzione al diritto" di queste deviazioni: l'evolutiva ma costante crescita di un nuovo tipo di diritto,. quel diritto penale internazionale9 che, irriso a lungo in passato dagli specialisti perché inimmaginabile, è diventato oggi - oltre che un fatto, vista la ricchezza e l'ampiezza della normativa penalistica pattizia ormai prodotta - anche uno degli obiettivi più chiaramente percepiti dai più lucidi esponenti della civiltà giuridica del nostro tempo, che vedono in una sua coerente costruzione uno dei vettori più sicuri e solidi di formazione di una società internazionale di tipo nuovo quale quella contemporanea. Come ritenere, del resto, che accanto all'internazionalizzazione dell'economia, delle comunicazioni, delle culture, eccetera, non possa darsi anche un'internazionalizzazione del diritto penale, che nasce non in funzione repressiva, ma difensiva essendo "lo strumento di tutela dei diritti fondamentali"10, assumendo un ruolo fondamentale come quello di contrastare quell'allarme sociale (per usare una formula tipica della sociologia ottocentesca) che è ormai tanto diffuso?

3.
E' troppo ingenuo attendersi dal diritto il rafforzamento della sicurezza? Eppure, i principi sociali oggi più condivisi nel mondo vi fanno tutti capo: così è per la diffusione e tutela dei diritti umani. almeno riconosciuti planetariamente (anche se non sufficientemente sostenuti), così è per lo stato di diritto (di cui si propone addirittura una versione "forte", non nel senso della sua rigidità, ma della solidità delle istituzioni, del consenso sulla reciproca assimilazione e sulle regole di governo)11, così infine - come si è osservato prima - per il diritto internazionale. La giuridificazione del mondo appare, oggi come oggi, quando per la prima volta tutti gli esseri umani vivono contemporaneamente una stessa "giornata del mondo", il progetto di "assicurazione" più importante e promettente che ci possiamo proporre. Questa impostazione trae fondamento dalla sottolineatura di una dimensione assolutamente tipica dell'età contemporanea che è stata finora forse trascurata: si tratta della "riappropriazione" territoriale in atto da parte delle popolazioni, e che può essere considerata come una conseguenza, del tutto inaspettata, della globalizzazione (la quale non ha a che fare soltanto con l'economia e la finanza, ma con manifestazioni le più varie, che comprendono anche quelle che la contestano - il razzismo o la xenofobia non sono forse fortissimamente radicati nel territorio e nel senso di appartenenza?). Migrazioni e spostamenti di massa, abolizione dei confini e libera circolazione di persone e merci, libertà di stabilimento, planetarizzazione dei commerci e delle comunicazioni: su di un terreno comune ognuno di noi è diventato davvero - mi si perdoni la banalità dell'espressione, che dopo essere stata usata retoricamente per decenni, ora acquista invece un significato specifico - "cittadino del mondo" (dato che l'unico vero e proprio limite al nostro impossessamento è rappresentato dalla ricchezza), al quale quindi non può provvedere che un solo sistema giuridico, quello che Kant riconduceva a una "universale ospitalità" che per lui si limitava (comprensibilmente) a un puro e semplice "diritto di visita, spettante a tutti gli uomini"12 e che per noi assume ora la veste del diritto cosmopolitico in quanto "necessario coronamento del codice non scritto, così del diritto pubblico interno come del diritto internazionale"13.
Ma affinché il passaggio non appaia troppo astratto aggiungo subito - ben ricordando che diritto e politica non sono che due facce della stessa medaglial4 - che così come la democrazia moderna nacque nel costituzionalismo settecentesco, così dovrà essere ora nel nuovo "costituzionalismo planetario" che va strutturandosi almeno nelle sue manifestazioni elementari (che sono quelle dell'integrazione economica e della condivisione dei principi giuridici) e che non potrà svilupparsi se non si incontrerà, a sua volta, con la democrazia proiettata su scala internazionale. Un sogno? Faccio due sole osservazioni. La prima, per constatare che il numero degli stati democratici nel mondo è cresciuto in modo eccezionale nell'ultimo mezzo secolo essendosi diffusa in oltre la metà degli stati del mondo (anche se per ora non oltre la metà degli abitanti) in diversi continenti (cíoé non nella sola Europa) e che a questa innovazione si associa, per natura (potrei dire), la riduzione della violenza internazionale denotata dal declino dei conflitti armati (è un fatto comprovabile). La seconda, per annunciare che quello che a lungo era stato considerato il peggior nemico dell'instaurazione democratica, specie negli stati ex-coloniali a comunque "nuovi" (ma talvolta anche nelle democrazie "stanche"), ovvero il ruolo autoritario svolto dalle classi militari, è stato ormai praticamente sconfitto e bandito dalle preoccupazioni del mondo attuale. Basterebbe una ripidissima scorsa alla storia passata per riscontrare quante volte i militari abbiano preso il potere e quanto abbiano nociuto alla democrazia - ebbene, oggi, di questo spirito non esiste praticamente quasi più alcuna traccia (la straordinaria trasformazione culturale in atto, ad esempio, nel nostro paese, nel settore della formazione professionale della classe militare ne è una manifestazione clamorosa e di grande significato culturale), e ciò può essere inscritto nella voce dell'attivo delle trasformazioni del mondo contemporaneo. Potremmo riassumere tutto ciò nella constatazione che il mondo può essere oggi suddiviso in "zone di pace" e altre di "conflitto", dal confronto tra le quali risulta inequivocabilmente che le prime sono molte di più o molto più ampie delle seconde.
Aggiungo che soventissimo la valutazione della realtà che noi percepiamo non è altro che il prodotto del modo in cui ce la costruiamo: per secoli essa è stata fondata sull'anarchia internazionale, sulla politica di potenza, sul timore reciproco, sull'insicurezza. E' forse giunto il momento - pur senza cullarsi in fantasie irresponsabili - di riconoscere che la realtà che ci stiamo costruendo racchiude in sé tutte le condizioni necessarie (seppur non sufficienti) per dotarci di un bagaglio estremamente più positivo di quello con il quale il secolo appena conclusosi aveva iniziato il suo tragico e travagliato destino. Abbiamo attraversato storie terribili e orribili - abbiamo voltato pagina? Mi si permetta di concludere riferendomi, ancora una volta, a una citazione alla quale sono particolarmente affezionato - una specie di paradosso al quale si aggrappò Kant per rinforzare in modo suggestivo la sua straordinaria visione del futuro democratico dell'umanità15. Per quanto - se fossimo angeli - sarebbe facile realizzare tale progetto, in realtà lo si potrebbe realizzare anche se fossimo dei diavoli, purché dotati di intelligenza. Ammesso che siamo tutti noi ancora diabolici, vorremo forse rinunciare anche ad essere intelligenti?





Note

1 "Che ci siano sempre state delle guerre non implica affatto che ci siano state tutte le guerre che avrebbero potuto esserci", N. Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, "Nuovi argomenti", nn. 3-4, 1966, pp. 46-7.
2 Rubo questa felice espressione a Carl Friedrich von Weizsiicker, dal quale la mutua, rilanciandola, j. Habermas, L'inclusione dell'altro, trad. it. Feltrinelli, Milano 1998, p. 139, p. 169 - non sono sicuro che il significato sia per lo loro lo stesso che gli attribuisco io che del resto avevo immaginato qualche anno fà proprio di osservare Una giornata del mondo, Bruno Mondadori, Milano 1996. Ma v. infine il mio 2001: la politica interna del mondo, "Teoria politica", XVII, n. 1, 2001.
3 Mi riferisco qui al bel capitolo conclusivo di K. Pomian, L'ordine del tempo, trad. it. Einaudi, Torino 1992, nel quale "la realtà del tempo è fondata su quella del cambiamento, che, per altro, contribuisce a conferire al tempo la sua diversità", p. 395.
4 Credo di sfondare una porta aperta, così mi limito a ricordare il più recente dei libri che ne discutono: B. Badie, Un monde sans souveraineté. Les Elats entre ruse et responsabilité, Fayard, Paris 1999. A mia volta ne avevo disusso approfonditamente nel cap. 4 di Una giornata del mondo, cit.
5 I dati più aggiornati sono quelli di P. Wallensteen - M. Solienberg, Armed Conflict, 1989-98, "Journal of Peace Reseaerch", XXXVI, n. 5, 1999.
6 Cfr. N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 1984, cap. l.
7 Cfr. B. Buzan, People, States and Fear, Harvester Wheatsheaf, New York 1983. Per un bilancio del rinnovato interesse per gli studi di sicurezza, v. C. Monteleone, Sicurezza: una nuova agenda per un concetto in evoluzione, "Teoria politica", XVI, n. 2,2000.
8 Cfr. a questo riguardo F. Armao, Il sistema mafia. Dall'economia-mondo al dominio locale, Bollati Boringhieri, Torino 2000.
9 Cfr., per tutti, come prima presa di contatto con questa nuova realtà, M. C. Bassiouni, Le fonti e il contenuto del diritto penale internazionale, trad. it. Giuffré Milano 1999.
10 L. Fmajoli, Diritto e ragione. Teoria del garantísmo penalee, Laterza, Roma-Bari 1990, p. 330.
11 Cfr. K. j. Holsti, War, Peace, and the State of the State, "International Political Science Review", XVI, n. 4, 1995.
12 I. Kant, Per la pace perpetua, in Scritti politici e di filosofia della storia e dei diritto, trad. it. UTET, Torino 1965, p. 302.
13 I. Kant, Pp. cit., p. 305.
14 Cfr.N.Bobbio Dal potere al diritto e viceversa, "Rivista di fìlosofìa", LXXIII,n.21,1981.
15 Cfr. I. Kant, Per la pace perpetua, cit., p. 312.

 
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