Diritto internazionale dei diritti umani e dei conflitti armati: guerra e pace
L'opinione consultiva della Corte Internazionale di Giustizia sulle conseguenze giuridiche della costruzione di un muro nei territori occupati :: Studi per la pace  
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ultimo aggiornamento: 12.03.2008
   
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L'opinione consultiva della Corte Internazionale di Giustizia sulle conseguenze giuridiche della costruzione di un muro nei territori occupati
Tesi di laurea

Università degli Studi di Trento
Facoltà di Giurisprudenza
Corso di laurea in Giurisprudenza

Relatore: Prof. Alessandro Fodella

A.A. 2004/2005 Pubblicazioni
Centro italiano Studi per la pace
www.studiperlapace.it - no ©
Documento aggiornato al: 2005

 
Sommario

Il vortice di violenza del conflitto arabo-israeliano interessa la zona medio-orientale da più di mezzo secolo e costituisce un forte fattore destabilizzante per l'intero sistema delle relazioni internazionali.

 
Indice dei contenuti
 
INTRODUZIONE

PARTE PRIMA
IL "MURO"


Capitolo Primo: La costruzione di una barriera nei Territori palestinesi occupati: i fatti rilevanti.
1.1. Premessa terminologica.
1.2 La decisione di costruire una barriera nei Territori palestinesi occupati.
1.3 Le fasi di costruzione.
1.4 Il collocamento e le caratteristiche della barriera.
1.5 La posizione del governo israeliano.
1.6 La richiesta da parte dell'Assemblea Generale di un'opinione consultiva alla Corte Internazionale di Giustizia.
1.7 Le posizioni degli Stati intervenienti.


PARTE SECONDA
L'OPINIONE CONSULTIVA DELLA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA


Capitolo Secondo - Le questioni attinenti all'esercizio della giurisdizione da parte della Corte Internazionale di Giustizia.

2.1 L'esercizio della funzione giurisdizionale 23
2.1.1 La competenza dell'Assemblea Generale nel richiedere un'opinione consultiva alla Corte Internazionale di Giustizia.
2.1.2 Il riparto di competenze tra Assemblea Generale e Consiglio di Sicurezza nel rivolgersi alla Corte Internazionale di Giustizia.
2.1.3 La facoltà di richiedere un'opinione consultiva alla Corte da parte della 10° Riunione Straordinaria d'Urgenza dell'Assemblea Generale.
2.1.4 La composizione della Corte Internazionale di Giustizia.
2.1.5 L'attività consultiva della Corte Internazionale di Giustizia
2.1.6 Il potere discrezionale della Corte Internazionale di Giustizia nel rendere un parere.
2.1.7 Gli argomenti suggeriti per indurre la Corte Internazionale di Giustizia a fare uso del suo potere discrezionale nell'attività consultiva.

Capitolo Terzo - Le questioni sostanziali: la costruzione della barriera alla luce del diritto internazionale.
3.1. Premessa
3.2. Lo status dei Territori palestinesi occupati nel diritto internazionale
3.3 La barriera e il diritto internazionale umanitario
3.3.1 La disciplina dell'occupazione bellica nei Territori palestinesi occupati.
3.3.2 Il quadro normativo di riferimento.
3.3.3. Le violazioni del diritto internazionale umanitario derivanti dalla costruzione e dal collocamento della barriera.
3.3.4 La necessità militare come giustificazione per le violazioni del diritto umanitario.
3.4 La barriera, i Patti delle Nazioni Unite per i diritti umani e la Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia
3.4.1 L'ambito di applicazione e applicabilità dei Patti per i diritti umani e della Convenzione sui diritti dell'infanzia nei Territori palestinesi occupati.
3.4.2 Le violazioni dei Patti per i diritti umani e della Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia derivanti dalla costruzione e dal collocamento della barriera.
3.5 La costruzione della barriera alla luce del diritto alla legittima difesa
3.5.1 Il concetto di legittima difesa nel diritto internazionale: caratteristiche e presupposti.
3.5.2 L'ammissibilità del ricorso alla legittima difesa come causa di giustificazione per l'edificazione della barriera nei Territori palestinesi occupati.
3.5.3 La costruzione della barriera alla luce della causa di giustificazione dello stato di necessità.
3.6 La barriera e il diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese
3.6.1 L'ambito di applicazione e la portata del diritto all'autodeterminazione.
3.6.2 La compromissione del diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese in forza della costruzione della barriera.

Capitolo Quarto - Le responsabilità dei soggetti coinvolti così come individuate dalla Corte
4.1 I soggetti ritenuti responsabili.
4.2 Le obbligazioni erga omnes.
4.3 L'obbligo di assicurare il rispetto della Convenzione di Ginevra.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

ALLEGATI
BIBLIOGRAFIA
 
Abstract
 

INTRODUZIONE

Il vortice di violenza del conflitto arabo-israeliano interessa la zona medio-orientale da più di mezzo secolo e costituisce un forte fattore destabilizzante per l'intero sistema delle relazioni internazionali.

La gestione della situazione, indirizzata al superamento delle divergenze e all'ottenimento di un accordo, fu assunta dalle Nazioni Unite e dalla comunità internazionale e attraverso questi due canali furono conclusi numerosi accordi di pace.

Il tavolo dei negoziati è però ancora aperto dal momento che nessuno strumento adottato fino ad ora sembra aver sortito effetti risolutori. Spesso si è lamentata una carenza di giuridicità all'interno del quadro delle iniziative intraprese per la risoluzione della "Questione palestinese", essendo queste ultime in prevalenza costituite da trattative tra israeliani e palestinesi attuate con la mediazione di uno o più Stati terzi, ove i rapporti di forza e le dinamiche della politica prevalgono, lasciando i principi della legalità giuridica nella penombra.

Indubbiamente questa mancanza era incontrovertibile, almeno fino al 9 luglio 2004, quando per la prima volta la Corte Internazionale di Giustizia si pronunciò sul tema. La pronuncia della Corte di Giustizia, nella forma di un'opinione consultiva, concerne le conseguenze giuridiche derivanti dalla costruzione di un muro da parte di Israele, nei Territori palestinesi occupati e sicuramente rappresenta un elemento che, almeno in parte, può colmare il vuoto giuridico nella conduzione dei negoziati di pace.

In particolare, per gli innumerevoli e rilevanti aspetti di diritto internazionale affrontati dalla Corte nell'opinione e per l'ampio accordo manifestato dai giudici, tra cui solo uno manifestò il suo dissenso, questo parere è sicuramente destinato ad essere annoverato tra i leading cases della giurisprudenza internazionale.

Nel seguente lavoro si esamineranno gli elementi giuridici emersi dal Parere, premettendo una breve analisi dei fatti attinenti la costruzione della barriera e la richiesta del parere effettuata dall'Assemblea Generale.

Chiarite le caratteristiche fisiche della barriera ed il percorso che portò la richiesta di parere di fronte alla Corte, si passerà ad analizzare una serie di questioni procedurali concernenti il ruolo dell'Assemblea Generale e del Consiglio di Sicurezza nei loro rapporti con la Corte di Giustizia e la sussistenza o meno di ragioni che possano portare la Corte a fare uso di un potere discrezionale nel rendere il Parere richiestole.

Nel fare ciò si prenderanno in esame le posizioni dei diversi Stati, presentate nei Written Statements sottoposti all'attenzione della Corte, e le opinioni espresse dai giudici del collegio giudicante, tra cui in particolar modo quella dissenziente del giudice Buergenthal concernente principalmente il presunto dovere della Corte di astenersi dal rendere il Parere.

Accertata la competenza della Corte e analizzati gli argomenti a sostegno di una sua pronuncia, si passerà ad esaminare le statuizioni riguardanti il merito della questione.

Seguendo l'argomentare della Corte si procederà preliminarmente alla chiarificazione dello status dei Territori palestinesi occupati e della disciplina umanitaria ad essi applicabile, con particolare riguardo alla tematica della necessità militare invocata da Israele per giustificare alcune delle violazioni riscontrate dalla Corte.

Verificata l'applicabilità del diritto internazionale umanitario di fonte pattizia e consuetudinaria, si procederà ad esaminare la materia dei diritti umani ed in particolare, l'applicabilità degli strumenti in materia (principalmente i Patti sui diritti umani del 1966 e la Convenzione sui diritti dell'infanzia) contestualmente al diritto umanitario.

In secondo luogo, si analizzeranno le violazioni degli strumenti in tema di diritti umani applicabili derivanti dalla costruzione della barriera. Si procederà quindi ad esaminare se la costruzione della barriera possa essere ricondotta all'esercizio del diritto alla legittima difesa (nell'ambito dello ius ad bellum) ed in esso trovare giustificazione.

Tale aspetto, fortemente sostenuto dal governo israeliano, verrà analizzato con particolare riguardo alle dinamiche terroristiche palestinesi e alla loro relazione, rispettivamente, con lo status di Territori occupati, cui risulta applicabile la disciplina dello ius in bello, e con le recenti evoluzioni rappresentate dalle risoluzioni adottate dal Consiglio di Sicurezza, a seguito degli avvenimenti dell'11 settembre 2001.

Infine si esaminerà il rapporto tra la barriera ed uno dei diritti garantiti dai Patti sui diritti umani e dal diritto consuetudinario, il diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese.

Da questo punto di vista si analizzerà come la costruzione della barriera possa interferire con l'esercizio di tale diritto, ampiamente riconosciuto a livello internazionale al popolo palestinese.

Dopo aver discusso le conclusioni della Corte, in particolare sotto il profilo della responsabilità internazionale degli Stati e delle Organizzazioni internazionali, alcune considerazioni finali tracceranno una valutazione complessiva del Parere e dei suoi possibili effetti.

***


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

A chiusura del presente lavoro, è opportuno esporre alcune osservazioni finali circa i profili maggiormente rilevanti messi in luce dalla Corte.

Nel complesso, il Parere della Corte può essere valutato positivamente per ciò che riguarda l'affermazione di molti aspetti centrali del diritto internazionale e risulta essere tendenzialmente in sintonia con i precedenti.

Da questo punto di vista non sono riscontrabili degli stravolgimenti giurisprudenziali, ma ciò non significa che il Parere perda per ciò stesso di rilevanza, in primo luogo per il fatto stesso che la Corte si pronunciò per la prima volta in questo caso su di un tema coinvolgente le tematiche medio-orientali. Certamente la visione complessiva del Parere, nel momento in cui si prendono in esame le questioni affrontate dalla Corte più nel dettaglio, risente di un inevitabile disappunto per le modalità spesso telegrafiche di analisi delle tematiche, soprattutto di carattere sostanziale.

Infatti, un'ampia parte del Parere fu dedicata all'esame di questioni di carattere procedurale, mentre i paragrafi concernenti le materie di natura sostanziale appaiono frequentemente privi di argomentazioni a loro sostegno.

Per quanto attiene alla parte del Parere concernente la verifica della competenza dell'Assemblea Generale nel richiedere l'opinione, la Corte manifestò un'apprezzabile apertura nei confronti dell'iniziativa intrapresa da tale organo e finalizzata all'ottenimento di un'autorevole valutazione giuridica della situazione creatasi con la costruzione della barriera. La Corte si dimostrò consapevole degli ostacoli, derivanti dalle dinamiche politiche sussistenti in seno al Consiglio di Sicurezza, all'adozione di una posizione comune nei confronti della costruzione da parte di Israele della barriera. Per tale ragione, la Corte riconobbe un'ampia libertà d'azione all'Assemblea nell'affrontare tale delicata questione, superando senza troppe difficoltà il fatto che la volontà di richiedere un parere, in effetti, non venne mai manifestata di fronte al Consiglio di Sicurezza.

Indubbiamente, pur rientrando nelle facoltà del Consiglio, la richiesta di un'opinione alla Corte difficilmente avrebbe ottenuto il voto favorevole della maggioranza dei membri e, ciò che più conta, la mancanza di voti sfavorevoli dai membri permanenti.

Tale atteggiamento di sfavore nei riguardi di una pronuncia della Corte emerse chiaramente nei Written Statement presentati da alcuni degli Stati membri del Consiglio. L'Assemblea Generale, facendo uso della risoluzione Uniting for Peace, sfruttò la mancanza di consenso del Consiglio a proprio favore e si rivolse alla Corte, la quale, non contestando in alcun modo l'operato dell'Assemblea ribadì la necessità di cooperazione di Assemblea e Consiglio, anche su diversi aspetti di una stessa tematica.

Tale comportamento perfettamente legittimo dell'Assemblea ha permesso l'ottenimento di un autorevole parere della Corte su di una materia che altrimenti rischiava di essere affrontata attraverso il ricorso, troppo frequente nel contesto della "Questione palestinese", agli strumenti della negoziazione. La Corte comprese l'importanza del ruolo di cui l'Assemblea l'aveva investita e colse l'opportunità per affrontate un elevato numero di tematiche che la situazione poneva.

Indubbiamente, nel fare ciò, la Corte si dimostrò piuttosto parca nei ragionamenti e nelle argomentazioni, ma questo le permise di ottenere un consenso pressoché unanime tra i giudici. L'ampia condivisione di cui il Parere beneficiò, compensa in fermezza la scarsità di trattazione dei temi affrontati nel Parere, evitando così di scalfirne l'autorevolezza. Sempre in ragione della rilevanza di una pronuncia, la Corte superò le contestazioni circa la natura politica della questione, anche in tale caso adottando un atteggiamento ammirevole per la concretezza e l'onestà intellettuale.

Infatti, la Corte non negò che la tematica sottoposta al suo esame coinvolgesse delicati aspetti politici e, anzi, proprio perchè la questione faceva emergere tali aspetti ritenne utile, per l'operato principalmente degli organi politici delle Nazioni Unite, una sua pronuncia sulle conseguenze giuridiche derivanti dall'edificazione della barriera. Dopo aver riconosciuto l'inevitabile presenza di elementi che vanno oltre la sfera del giuridico, la Corte affrontò la questione con gli strumenti strettamente giuridici a sua disposizione e decise di non venire meno al proprio compito, pur sottolineando la discrezionalità di tale scelta.

E' opportuno, infatti, tenere a mente che la Corte riconobbe la sussistenza dell'elemento discrezionale nel suo potere di rendere un parere, e ciò contribuisce a qualificare la pronuncia come un atto ponderato e fortemente voluto, non meramente dovuto.

La Corte, verificata la propria giurisdizione, procedette ad analizzare la questione alla luce delle norme di diritto internazionale rilevanti. Per ciò che riguarda il diritto umanitario applicabile ai Territori palestinesi occupati, la Corte fece riferimento principalmente alla Quarta Convenzione di Ginevra ed al Regolamento annesso alla Quarta Convenzione dell'Aja, manca invece qualsiasi accenno all'applicabilità del Primo Protocollo, che pure era stato incluso nelle dichiarazioni preambolari della risoluzione ES-10/14.

Questa assenza, dovuta presumibilmente alla mancata ratifica da parte di Israele del documento, è il primo esempio del procedere della Corte per affermazioni apodittiche prive di argomentazioni.

In effetti, il Parere sarebbe stata l'occasione per discutere della natura consuetudinaria, e per ciò vincolante indipendentemente dalla ratifica, di alcune norme del Protocollo, in particolare quelle rispecchianti principi generali ampiamente condivisi. Nonostante questa carenza, il quadro delle norme rilevanti appare completo, ancorché sia opportuno sottolineare l'atteggiamento limitativo della Corte riguardo all'applicazione delle disposizioni della Convenzione di Ginevra.

In effetti, questo passaggio del Parere mal si concilia con la linea garantista nei confronti della popolazione civile tendenzialmente adottata dalla Corte poiché, attraverso un'interpretazione discutibile dell'articolo 6 della Convenzione di Ginevra, si giunge a ridurre notevolmente le misure applicabili a tutela delle posizioni soggettive.

Questo atteggiamento è difficilmente comprensibile anche alla luce delle evoluzioni del diritto internazionale, rappresentate in questo caso dall'adozione del Primo Protocollo Addizionale che prevede il venir meno della clausola temporale dell'articolo 6.

Altrettanto discutibile fu la mancata considerazione dell'articolo 27 della Convenzione di Ginevra, che pur rientrava entro i confini tracciati dalla Corte e che, per la sua importanza all'interno del contesto della Convenzione, avrebbe meritato un riferimento. Tali carenze non rappresentano di certo degli elementi che inficiano la validità dell'operato della Corte, dal momento che il Parere per ciò che attiene il diritto umanitario, risulta comunque fondato su disposizioni estremamente rilevanti.

L'ampliamento delle disposizioni considerate nel Parere non avrebbe contraddetto o modificato sostanzialmente la valutazione della costruzione della barriera, ma sarebbe stato un valore aggiunto alle caratteristiche qualitative e stilistiche dell'argomentare della Corte. Un ulteriore distinguo, introdotto nella parte attinente la disciplina umanitaria rilevante, fu la negazione dell'applicabilità dell'articolo 23 (g) del Regolamento dell'Aja, in base alla sua appartenenza alla Sezione dedicata alla conduzione delle ostilità. Tale posizione, nonostante sia anch'essa priva di una trattazione esauriente, appare pienamente in sintonia con il resto del Parere e, a differenza delle restrizioni riguardanti la Convenzione di Ginevra, ha dei risvolti concreti notevoli.

Infatti, negare l'applicazione dell'articolo 23 (g) a favore degli articoli 46 e 52 del Regolamento dell'Aja significa ammettere implicitamente che il livello di violenza nei Territori occupati non integra un conflitto armato. Ciò, ad una lettura superficiale, potrebbe apparire il disconoscimento di un dato di fatto tristemente noto all'intera comunità internazionale, ma se si indaga ad un livello di profondità maggiore si giunge a comprendere ed anche a condividere la posizione della Corte.

Inevitabilmente in contesti di conflitto le garanzie a favore della popolazione civile si attenuano per fare spazio alle esigenze militari.

Pur non volendo sminuire la difficile situazione israelo-palestinese, episodi di violenza e guerriglia non configurano necessariamente la sussistenza di ostilità in senso tecnico e per tale ragione la seconda sezione del Regolamento può essere considerata inapplicabile. La posizione della Corte sembra dunque ragionevole poiché riconosce la situazione di complessivo controllo dei Territori occupati da parte di Israele, che gli permette di realizzare il progetto di costruzione della barriera e che sicuramente verrebbe meno nel caso di sussistenza di un conflitto armato.

Nel ritenere inapplicabile l'articolo 23 (g) la Corte mette in luce la peculiarità della situazione coinvolgente Israele e i Territori palestinesi, ovvero il trattarsi di un'occupazione bellica disciplinata da disposizioni che la differenziano da una situazione di conflitto armato. Tale considerazione è il filo conduttore dell'intera trattazione sostanziale del Parere e risulta avere una particolare rilevanza anche nella dibattuta tematica dell'invocazione della legittima difesa .

La disciplina proprietaria poi, è trattata dalla Corte con estrema concretezza, andando al di là delle giustificazioni formali offerte da Israele, soprattutto circa la temporaneità dei provvedimenti adottati per sequestrare i terreni e della struttura nel suo complesso.

Il secondo gruppo di norme di diritto umanitario ritenute violate dalla Corte, attiene ai trasferimenti di popolazione nei Territori occupati e quindi alla legittimità degli insediamenti israeliani. La Corte sul punto ribadì posizioni ampiamente condivise all'interno della comunità internazionale e dichiarò l'illegittimità degli insediamenti, ma in aggiunta a ciò affermò l'illegittimità della barriera in quanto produttiva di un'annessione de facto.

La dichiarazione dell'illegittimità degli insediamenti israeliani è perfettamente condivisibile così come l'illegalità della barriera in quanto potenzialmente determinante l'annessione. Ciò che è carente è la spiegazione del legame tra i due concetti, che la Corte avrebbe potuto chiarire avallando gli intenti politici della barriera prospettati dal Relatore Speciale delle Nazioni Unite. Qui il periodare telegrafico della Corte incide sulla logicità del discorso e quindi ha degli effetti che travalicano l'aspetto stilistico.

La ragione probabilmente va rintracciata nella necessità di astenersi da dichiarazioni troppo nette che difficilmente avrebbero trovato ampio sostegno tra i giudici, ma così facendo viene a mancare un punto nodale della questione concernente la barriera senza il quale la deduzione del rischio di annessione de facto perde notevolmente di valore. L'ultimo aspetto preso in considerazione dalla Corte nell'analisi del diritto umanitario fu la valutazione della potenziale sussistenza della clausola giustificativa della necessità militare, ma anche tale questione fu affrontata in maniera estremamente sintetica e, forse, anche con una leggera disattenzione.

Tra le norme considerate nel Parere soltanto due contenevano un riferimento al concetto della necessità militare (artt. 53 CG e 52 RA), anche se con delle accezioni di significato differenti l'una dall'altra, ma la Corte dichiarò la mancata integrazione degli estremi della clausola riferendosi esplicitamente solo ad una di esse (art. 53 CG).

Tale atteggiamento risulta difficilmente comprensibile e l'unica ipotesi che è possibile avanzare a spiegazione di ciò può essere l'evidente insussistenza, agli occhi della Corte, delle circostanze che integravano la necessità militare. Rimane, però, privo di risposta il quesito relativo alla ragione per cui la Corte considerò la necessità militare in relazione solo ad una delle norme rilevanti, a meno che non si ritenga che questa mancanza sia imputabile ad una svista oppure, al contrario, ad un volontario disinteresse, ipotesi entrambe poco plausibili.

Per quanto riguarda la disciplina in tema di diritti umani, la Corte ne dichiarò la contemporanea applicabilità alla disciplina di diritto umanitario e la valenza extraterritoriale. Merita di essere sottolineato che nella richiesta di parere dell'Assemblea Generale non si fece riferimento alla materia dei diritti umani, e dunque la decisione della Corte di affrontare la tematica acquista una rilevanza maggiore, pur allineandosi allo standard telegrafico nelle argomentazioni.

Inoltre, il Parere, riconoscendo l'applicabilità di entrambi i Patti delle Nazioni Unite ai Territori palestinesi occupati in ragione dell'esercizio da parte di Israele della giurisdizione sulle persone, nel caso dell'ICCPR, e dell'esercizio della giurisdizione sul territorio, nel caso dell'ICESCR, indirettamente avvalla l'interpretazione disgiuntiva delle locuzioni che definiscono l'ambito di applicazione degli strumenti normativi in questione.

La Corte sottolineò che l'ICCPR è vincolante per Israele non solo entro i propri confini, ma anche nei Territori palestinesi occupati, salvo per ciò che riguarda l'articolo 9 sul quale il governo israeliano aveva espresso una deroga al momento della ratifica del Patto. Le violazioni dell'ICCPR riscontrate dalla Corte sono incontrovertibili e attengono a delle limitazioni imposte alla popolazione palestinese causa la costruzione della barriera.

Data l'imponenza della barriera e la severità del regime ad essa associato, la Corte avrebbe potuto spingersi ad analizzare la possibile interferenza con altre diritti tutelati dall'ICCPR, ma si limitò ad analizzare le situazioni maggiormente colpite e per ciò stesso anche le più evidenti. In questo senso, forse un'analisi più approfondita avrebbe contribuito all'autorevolezza del Parere. Per ciò che attiene l'ICESCR la Corte dimostrò una maggiore attenzione, nel senso che sotto tale profilo considerò in modo più completo le interferenze della barriera e del suo regime con le protezioni in tema di diritti economici, sociali e culturali, ma, per converso, la trattazione è pressoché assente.

Tale ultima considerazione è valida anche per l'atteggiamento tenuto dalla Corte nei confronti della Convenzione sui diritti dell'infanzia. Il comportamento di Israele, in quanto parte dell'ICESCR e vincolato al suo rispetto e applicazione anche nei Territori occupati, è indubbiamente contrario all'obbligo di intraprendere misure per la progressiva implementazione delle tutele stabilite nel Patto.

Aggiunge un'ulteriore nota negativa alla condotta di Israele la consapevolezza del godimento dei diritti previsti nell'ICESCR da parte dei coloni israeliani, che mette tra l'altro in crisi la ferma opposizione all'applicazione dei Patti nei Territori occupati, unita all'altrettanto consapevole negazione di tali diritti nei confronti dei palestinesi presenti nei Territori.

Tale situazione non può dirsi il frutto di una mancanza di risorse da parte del governo israeliano, visti gli ingenti interventi a favore dell'insediamento di coloni israeliani nei Territori occupati, ma piuttosto il risultato di una politica di volontaria privazione dei diritti contenuti nell'ICESCR nei confronti del popolo palestinese, cui la costruzione della barriera ha sicuramente offerto un notevole contributo.

Nel complesso questa parte del Parere, dedicata all'analisi delle discipline in tema di diritti umani, rappresenta sicuramente l'ambito in cui la Corte si espresse con maggior coinvolgimento, offrendo una serie di dati fattuali che permettono di raffigurare nel concreto la situazione di enorme difficoltà generatasi a seguito della costruzione della barriera.

Questa sorta di pathos presente nell'analisi della materia dei diritti umani, unito al fatto che la trattazione è il frutto di una decisione autonoma rispetto alle esplicite richieste dell'Assemblea Generale, comportano un accrescimento dell'importanza delle tematiche affrontate. Il Parere, sotto questo profilo, contribuisce a rafforzare i legami tra diritto umanitario e diritti umani, affermando così il necessario rinvio alle discipline in materia di diritti umani per definire le obbligazioni incombenti su uno Stato anche in situazioni di conflitto armato e di occupazione bellica.

La parte del Parere relativa alla legittima difesa rappresenta l'ambito in cui la carenza di argomentazione da parte della Corte comporta le conseguenze più rilevanti, in particolare per ciò che riguarda la possibilità di fraintendimenti.

La Corte ritenne inapplicabile al contesto della barriera la causa di giustificazione della legittima difesa, principalmente per la mancata provenienza delle minacce cui la barriera intende rispondere da un'entità statale e per il controllo esercitato da Israele sui Territori occupati. La tematica affrontata dalla Corte coinvolge questioni estremamente attuali e dibattute e quindi la sua presa di posizione può essere considerata sicuramente un punto di riferimento importante per gli sviluppi futuri della materia.

Nonostante ciò, non è possibile astenersi dall'affermare che un atteggiamento meno ermetico, al pari di quello tenuto nell'Oil Platform Case , sarebbe risultato di notevole aiuto alla comprensione sia del concetto della legittima difesa in generale, sia dell'ammissibilità di tale causa di giustificazione nella valutazione della legittimità della barriera.

Merita di essere evidenziato che la Corte, dichiarando l'articolo 51 della Carta non rilevante nel contesto creatosi a seguito dell'edificazione della barriera, evitò la scorretta sovrapposizione del concetto di ius in bello con il concetto ius ad bellum. È degno di nota, inoltre, che avendo ritenuto parimenti irrilevanti le recenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza in tema di terrorismo internazionale, la Corte agì in conformità alla propria giurisprudenza in merito all'interpretazione restrittiva del concetto di legittima difesa.

La posizione sostenuta dalla Corte non deve essere considerata espressione di un atteggiamento di chiusura nei confronti degli sviluppi del diritto internazionale, ma bensì come una dimostrazione di equilibrio e ponderazione nell'affrontare gli sviluppi che il diritto internazionale necessariamente subisce, i quali, se non cautamente valutati, rischiano di scardinare le caratteristiche principali di un concetto estremamente rilevante all'interno del sistema delle Nazioni Unite.

La parte del Parere che affronta la tematica del diritto all'autodeterminazione offre degli elementi di grande interesse e riflette la notevole attenzione della Corte verso la "Questione palestinese" sotto tale profilo. Infatti, la decisione di permettere all'Autorità palestinese di prendere parte al procedimento in veste di rappresentante degli interessi del popolo palestinese, è sicuramente un aspetto innovativo nella giurisprudenza della Corte che avrà delle ricadute di rilievo.

Il riconoscimento del locus standi in un procedimento consultivo all'Autorità palestinese, che non è né uno Stato né un organizzazione internazionale, è indice della sensibilità della Corte nei confronti della tematica medio-orientale, peraltro dimostrata nel corso dell'intero Parere

Anche in tale frangente, emerge l'aspetto della tipicità della situazione in Cisgiordania e Gaza, che si esprime nell'essere una circostanza di occupazione e porta a sottolineare come nel Parere il concetto di autodeterminazione sia stato affrontato in un ottica post-coloniale.

Infatti, la Corte riconobbe il diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese a prescindere dalla presenza di un passato coloniale e quindi radicò la legittima invocazione dei palestinesi in un contesto di occupazione bellica.

E' interessante evidenziare come le interferenze con il diritto all'autodeterminazione ad opera della barriera configurino delle situazioni in fieri. La Corte ritenne che data la situazione di stallo nella risoluzione del conflitto medio-orientale, Israele fosse tenuto a non apporre delle modifiche unilaterali alle circostanze ancora soggette a negoziati. Per tale ragione si può affermare che, nonostante erosioni territoriali e demografiche non si fossero compiutamente verificate, Israele fu comunque ritenuto responsabile per il suo operato a favore del realizzarsi di tali circostanze.

In tal senso la Corte "sanzionò" il mancato rispetto del diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese non sotto il profilo del risultato, ma bensì sotto quello del procedimento. Questa posizione appare particolarmente ragionevole poiché la barriera in se non interferisce direttamente con il raggiungimento dell'obiettivo autodeterminazione, dal momento che dalla sua assenza non deriverebbe automaticamente l'autodeterminazione del popolo palestinese.

La "Questione palestinese", infatti, coinvolge numerosi elementi tra cui la creazione di uno Stato palestinese, ma il raggiungimento di tale risultato si realizza attraverso un procedimento, che rappresenta un ulteriore aspetto dell'autodeterminazione, e la barriera influisce proprio su tale procedimento.

Israele non può quindi adempiere ai propri obblighi semplicemente dichiarando di riconoscere il diritto all'autodeterminazione e alla creazione di uno Stato palestinese, ma deve anche, se non provvedere attivamente, quantomeno astenersi dall'ostacolare il procedimento per il raggiungimento di tale obiettivo con dei comportamenti che favoriscano l'erosione territoriale e demografica dei Territori palestinesi occupati.

Ancorché pure in quest'ultima parte del Parere l'argomentazione sia piuttosto carente, dalle affermazioni della Corte è possibile dedurre interessanti considerazioni in tema di diritto all'autodeterminazione. Inoltre, la trattazione dell'autodeterminazione rappresenta anche l'unico aspetto in cui sono riscontrabili delle innovazioni rispetto alla giurisprudenza precedente e questo è significativo del fatto che Corte decise di prendere l'iniziativa e spingersi oltre quanto è generalmente riconosciuto dalla comunità internazionale su di un tema che essa reputa centrale nella tematica medio-orientale.

La Corte infine individuò le responsabilità incombenti su Israele, sugli Stati terzi e sull'organizzazione delle Nazioni Unite. Dal carattere erga omnes dei diritti violati da Israele furono derivate delle obbligazioni positive di cessazione della situazione di illegalità della barriera, a carico di tutti i membri della comunità internazionale. Inoltre, agli Stati parte della Convenzione di Ginevra fu riconosciuto l'ulteriore obbligo di agire per il rispetto delle disposizioni della Convenzione da parte di Israele. In tal senso la Corte sottolineò la necessaria partecipazione attiva dell'intera comunità internazionale per porre fine alle violazioni derivanti dalla costruzione della barriera e per poter raggiungere una soluzione pacifica della "Questione palestinese".

A seguito dell'analisi del Parere e dei suoi numerosi aspetti problematici, rimane comunque un senso di profondo sconcerto per la debolezza del sistema giuridico internazionale, in considerazione dall'apparente mancanza di effetti concreti derivanti dalla pronuncia della Corte. Israele, pur riconoscendo il prestigio della Corte Internazionale di Giustizia, ha contestato in toto le statuizioni del Parere e non ha adottato alcuna misura per conformarsi almeno in parte a quanto dichiarato dalla Corte.

La gran parte della Comunità internazionale, allo stesso modo, non ha dato seguito agli inviti della Corte ad agire affinché Israele si adeguasse ai propri obblighi giuridici. L'unico elemento che dopo l'emissione del Parere non è entrato in una fase di stallo è la barriera, la cui costruzione continua a dispetto della contrarietà espressa dalla maggioranza della comunità internazionale.

 
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