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ultimo aggiornamento: 12.03.2008
   
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Desaparecidos: sentenza di condanna italiana
Sentenza

SENTENZA DI CONDANNA DEL GENERALE CARLOS GUILLERMO SUAREZ MASON, DEL GENERALE SANTIAGO OMAR RIVEROS E ALTRI PER I CRIMINI CONTRO I
CITTADINI ITALIANI NELLA REPUBBLICA ARGENTINA.
6 dicembre 2000
Redatta scheda pel casellario N. 3402/92 R.G.N.R. N. 21/99 e 3/2000 del Reg. Gen
N. 1402/93 R.G.G.I.P. N. 40/2000 del Registro Inserz. sentenze
Pubblicazioni
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Documento aggiornato al: 2000

 
Sommario

La storica sentenza della Corte di Assise di Roma del 6 dicembre 2000 che ritiene provata la consumazione di una serie di reati gravissimi (omicidio, rapina, sequestro di persona, lesioni, sostituzione di stato, violenza carnale ed altro), commessi da numerose persone (quasi tutte operanti nell'organico della pubblica amministrazione argentina) ai danni di cittadini
italiani durante la dittatura dei colonnelli in Argentina.

 
Abstract
 

SENTENZA DI CONDANNA DEL GENERALE CARLOS
GUILLERMO SUAREZ MASON, DEL GENERALE SANTIAGO
OMAR RIVEROS E ALTRI PER I CRIMINI CONTRO I
CITTADINI ITALIANI NELLA REPUBBLICA ARGENTINA.
Redatta scheda pel casellario N. 3402/92 R.G.N.R. N. 21/99 e
3/2000 del Reg. Gen
N. 1402/93 R.G.G.I.P. N. 40/2000 del Registro
Inserz. sentenze
CORTE DI ASSISE DI ROMA
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

L'ANNO DUEMILA, IL GIORNO SEI DEL MESE DI DICEMBRE, IN ROMA
La II Corte di assise di Roma
composta dei Signori:
1. Mario Lucio D'Andria Presidente
2. Stefano Petitti Giudice a latere
3. Giulia Ottaviani
4. Rosina Rosati
5. Elisabetta Celli Giudici
6. Giampiero Altobelli popolari
7. Alessio Bonifazi
8. Fabiana Della Verità
con l'intervento del Pubblico Ministero, rappresentato dal Sig. dott. Francesco Caporale, e con l'assistenza del
Cancellieri Sig.ra Orietta Caliandro, ha pronunciato la seguente
sentenza
nella causa penale con rito ordinario
CONTRO
1) Santiago Omar Riveros, nato l'8.4.1923 a Magigasta (Arg.)domiciliato ai sensi dell'art. 169 c.p.p. presso
Avv. Marcello Melandri, con studio in Roma, Via della Conciliazione, 44;
Libero contumace
2) Juan Carlos Gerardi, nato il 9.9.1931 a Corrientes (Arg.)domiciliato ai sensi dell'art. 169 c.p.p. presso Avv.
Giovanni Aricò, con studio in Roma, Via Ugo De Carolis, 62;
Libero contumace
3) Josè Luis Porchetto, nato l'11.5.1947 a S. Fernando (Arg.)domiciliato ai sensi dell'art. 169 c.p.p. presso
Avv. Graziano Pulitini, con studio in Roma, Via Aubry, 3;
Libero contumace
4) Alejandro Puertas, nato il 18.12.1954 a S. Fernando (Arg.)domiciliato ai sensi dell'art. 169 c.p.p. presso
Avv. Giovanni Aricò, con studio in Roma, Via Ugo De Carolis, 62;
Libero contumace
5) Hector Omar Maldonado, nato il 26.11.1950 a Tigre (Arg.)domiciliato ai sensi dell'art. 169 c.p.p. presso
Avv. Graziano Pulitini, con studio in Roma, Via Aubry, 3;
Libero contumace
6) Roberto Julio Rossin, nato il 26.8.1948 a S. Fernando (Arg.)domiciliato ai sensi dell'art. 169 c.p.p. presso
Avv. Giovanni Aricò, con studio in Roma, Via Ugo De Carolis, 62;
Libero contumace
7) Carlos Guillermo Suarez Mason, nato il 24.1.1924 a Buenos Aires (Arg.)domiciliato ai sensi dell'art. 169
c.p.p. presso Avv. Marcello Melandri, con studio in Roma, Via della Conciliazione, 44;
Stralciato all'udienza del 22.12.99 (assegnato il n. 3/2000 R.G.); riunito all'udienza del 7.6.2000
Detenuto agli arresti dom.ri per altra causa in Argentina
assente
Imputati
Carlos Guillermo Suarez Mason
A) del delitto di cui agli artt. 81 cpv, 575, 577 C.P., per avere, con più azioni esecutive di un medesimo
disegno criminoso, nella sua qualità di Comandante del 1º Corpo dell'esercito argentino e di responsabile
della zona 1 di Buenos Aires, nell'ambito del cosiddetto "Processo di riorganizzazione nazionale", instaurato
in Argentina dopo il colpo di stato del 24 marzo 1976, che prevedeva, tra l'altro, la costituzione di strutture
repressive operanti su tutto il territorio nazionale, tra cui campi di concentramento clandestini e gruppi speciali
di militari che avevano il compito di sequestrare, torturare e sopprimere gli oppositori del regime, ordinato
come mandante l'uccisione di:
1) Laura Estela Carlotto, sequestrata il 26 novembre 1977 a Buenos Aires da persone rimaste sconosciute e
internata nel campo di concentramento clandestino "La Cacha" fino al 25 agosto 1978, giorno in cui veniva
assassinata simulando un finto conflitto a fuoco con i militari per non essersi fermata ad un posto di blocco;
2) Norberto Julio Morresi, sequestrato il 23 aprile 1976, insieme a Luis Roberto Mario, da persone rimaste
sconosciute, mentre si stava recando a consegnare nelle edicole copie del giornale "Evita Montonera",
considerato sovversivo, e subito dopo fucilato alla periferia di Buenos Aires;
3) Pedro Luis Mazzocchi, sequestrato da persone rimaste sconosciute il 30 luglio 1977, presso la base
aerea di Tandil, dove prestava servizio di leva, internato nel campo clandestino "La Cacha" fino all'11
novembre 1977 e successivamente ucciso il 23 novembre 1977, simulando un finto conflitto a fuoco con i
militari della 1ª Brigata aerea;
4) Luis Alberto Fabbri, sequestrato il 19 aprile 1977 nella città di Buenos Aires da persone rimaste
sconosciute, internato nel campo clandestino "El Vesubio" fino al 23 maggio 1977 e successivamente
assassinato il 24 maggio 1977, simulando un finto conflitto a fuoco con le forze di sicurezza;
5) Daniel Jesus Ciuffo, sequestrato e internato a Buenos Aires nel centro clandestino "El Vesubio" fino al 23
maggio 1977, successivamente assassinato il 24 maggio 1977, simulando un finto conflitto a fuoco con le
forze di sicurezza.
Con l'aggravante della premeditazione ed usando crudeltà e sevizie contro le persone.
In Argentina tra il 1976 e il 1978.
B) del delitto di cui all'art. 605 C.P., per avere, nella sua qualità di cui al capo A), ordinato la sottrazione del
neonato Guido Carlotto alla propria madre Laura Estela Carlotto che l'aveva partorito il 26 giugno 1978
mentre si trovava internata nel campo di concentramento clandestino "La Cacha" di Buenos Aires, privandolo
della sua libertà personale fino a tutt'oggi.
In Argentina tra il 1976 e il 1978.
Juan Carlos Gerardi, Santiago Omar Riveros, Roberto Julio Rossin, Alejandro Puertas, Josè Luis
Porchetto, Hector Omar Maldonado
C) del delitto di cui agli artt. 81, 110, 575, 577 C.P., per avere, agendo in concorso tra di loro, il Juan Carlos
Gerardi, nella sua qualità di Capo della Prefettura Navale a Tigre e il Santiago Omar Riveros, nella sua qualità
di Comandante della zona 4 "Tigre Campo de Majo" ordinato a Roberto Julio Rossin, Alejandro Puertas, Josè
Luis Porchetto e Hector Omar Maldonado, tutti in servizio presso la Prefetura di Tigre, di sequestrare ed
uccidere Mario Marras e Martino Mastinu, assassinati il primo il 22 maggio 1976 nell'isola Paicarabi del delta
del Paranà, comune di Tigre; il secondo il 7 luglio 1976, dopo essere stato sequestrato a Buenos Aires.
Con l'aggravante della premeditazione.
In Argentina tra il 1976 e il 1978.
Parti civili
Presidenza del Consiglio dei Ministri
elett.te dom.ta presso Avvocatura Generale dello Stato, in Roma, Via dei Portoghesi n. 12, Avv. Giovanni
Pietro De Figueiredo;
Graciela Cristina Wagner De Fabbri, n. Buenos Aires (Arg.) 1.5.1948
Ana Teresa Fabbri, n. Florida-Buenos Aires (Arg.) 23.9.1971
Diego Martin Mastinu, n. S. Fernando (Arg.) 10.9.75
tutti elett.te dom.ti presso il difensore Avv. Luigi Cogodi, con studio in Cagliari, Via E. De Magistris n. 8;
Enriqueta Estela Barnes in Carlotto, n. Buenos Aires (Arg.) 22.10.1930
Claudia Susana Carlotto, n. La Plata (Arg.) 26.7.1957)
Julio Alberto Morresi, n. Mar de La Plata-Macedonia (Arg.) 10.7.1930
Claudio Alberto Morresi, n. Buenos Aires (Arg.) 30.4.1962
Olga Reina Ferrero, n. Carlos Pellegrini (Arg.) 6.1.1928
Elena Alfaro, n. La Plata (Arg.) 22.4.1952
tutti elett.te dom.ti presso il difensore Avv. Marcello Gentili, con studio in Milano, Piazza delle Cinque
Giornate n. 1;
Santina Mastinu ved. Marras, n. Tresnuraghes (Or) 1.4.1948
Maria Manca in Mastinu, n. Tresnuraghes (Or) 19.11.1921
Maria Rosa Piras ved. Marras, n. Tresnuraghes (Or) 6.1.1918
Vanina Lorena Marras, n. San. Isidro-Buenos Aires (Arg.) 12.1.1974
Sebastian Mastinu, n. S. Fernando (Arg.) 10.1.1953
Maria Ines Mastinu, n. S. Fernando (Arg.) 6.9.1956
Maria Elisa Fabbri, n. Balnearia-Cordoba (Arg.) 9.9.1950
Nelida Baqué, n. S.N. Fernandez (Arg.) 27.3.1929
Ester Nelida Mazzocchi, n. Tandil (Arg.) 6.3.1952
I.C.F.T.U. Confederazione Internazionale dei Sindacati Liberi tutti elett.te dom.ti presso il difensore Avv.
Giancarlo Maniga, con studio in Milano, Piazza S. Pietro in Gessate n. 2;
Regione Autonoma della Sardegna
nella qualità di Ente interveniente a sostegno della parte offesa Santina Mastinu elett.le dom.ta presso il
difensore Avv. Granziano Campus dell'Ufficio Legislativo e Legale della Regione Sarda presso Ufficio di
Rappresentanza della Regione Sardegna, in Roma, Via Lucullo n. 24.
Conclusioni delle parti
P.M.
Carlos Guillermo Suarez Mason: ergastolo con isolamento diurno per anni tre;
Santiago Omar Riveros: ergastolo con isolamento diurno per anni due;
Juan Carlos Gerardi, Josè Luis Porchetto, Alejandro Puertas, Hector Omar Maldonado, Roberto Julio
Rossin: ergastolo; assoluzione per il solo omicidio in danno di Mario Marras;
Per tutti: pene accessorie previste dalla legge; pubblicazione in estratto della sentenza ai sensi dell'art. 36 c.p.
in Argentina presso i Comuni di residenza degli imputati, nonché sui quotidiani argentini "Clarin", "La Nacion",
"Pagina 12" e sui quotidiani italiani "La Repubblica", "Il Corriere della Sera", "Il Manifesto".
Parti Civili
Avvocatura Generale dello Stato
Affermare la penale responsabilità degli imputati e per l'effetto condannarli al risarcimento del danno nella
misura di L. 1.000.000.000 per il sequestro e l'omicidio di ciascuna delle vittime in età adulta e L.
3.000.000.000 per il sequestro del minore Carlotto Guido. Condanna al pagamento degli onorari del giudizio
nella misura di L. 20.000.000.
Avv. Luigi Cogodi per Graciela Cristina Wagner De Fabbri, Ana Teresa Fabbri, Diego Martin Mastinu
Affermare la penale responsabilità degli imputati Carlos Guillermo Suarez Mason e Santiago Omar Riveros e
condannarli alla pena ritenuta di giustizia, al risarcimento dei danni morali e materiali nella misura di L.
1.000.000.000 per ciascuna parte civile costituita; Disporre a carico degli imputati una provvisionale
immediatamente esecutiva di L. 500.000.000 per ciascuna parte civile costituita. Condanna al pagamento
degli onorari del giudizio come da notula.
Avv. Marcello Gentili per Enriqueta Estela Barnes in Carlotto, Claudia Susana Carlotto, Julio Alberto
Morresi, Claudio Alberto Morresi, Olga Reina Ferrero, Elena Alfaro
Affermare la penale responsabilità di Carlos Guillermo Suarez Mason e condannarlo alla pena ritenuta di
giustizia, al risarcimento dei danni morali e materiali nella misura di L. 1.000.000.000 per ciascuna parte civile costituita.
Disporre a carico dell'imputato una provvisionale immediatamente esecutiva di L. 500.000.000 per ciascuna
parte civile costituita. Condanna al pagamento degli onorari del giudizio come da notula.
Avv. Giancarlo Maniga per Santina Mastinu ved. Marras, Maria Manca in Mastinu, Maria Rosa Piras
ved. Marras, Vanina Lorena Marras, Sebastian Mastinu, maria Ines Mastinu, Maria Elisa Fabbri, Nelida
Baqué, Ester Nelida Mazzocchi, I.C.F.T.U. Confederazione Internazionale dei Sindacati Liberi
Affermare la penale responsabilità degli imputati Santiago Omar Riveros, Jan Carlos Gerardi, Josè Luis
Porchetto, Alejandro Puertas, Hector Omar Maldonado, Roberto Julio Rossin e condannarli alla pena ritenuta
di giustizia e al risarcimento dei danni morali e materiali nella misura di L. 1.000.000.000 per ciascuna parte
civile costituita. Condanna al pagamento degli onorari del giudizio come da notula.
Avv. Graziano Campus per la Regione Autonoma Sardegna
Dichiara di aderire e sostenere le conclusioni formulate dalle parti civili sia per quanto attiene alla penale
responsabilità degli imputati sia per quanto riguarda il risarcimento dei danni morali e materiali.
Difese
Avv. Mario Scialla per Santiago Omar Riveros e Carlos Guillermo Suarez Mason Assoluzione per totale
mancanza di prove.
Avv. Masini per Santiago Omar Riveros
Assoluzione per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussiste.
Avv. Masini per Carlos Guillermo Suarez Mason
Assoluzione perché il fatto non sussiste.
Avv. Strillacci per Juan Carlos Gerardi, Josè Luis Porchetto, Alejandro Puertas, Hector Omar
Maldonado, Roberto Julio Rossin
Assoluzione perché il fatto non sussiste, in subordine assoluzione ai sensi dell'art. 530 c.p.p. co. 2.

Svolgimento del Processo

Nell'estate del 1982, a seguito di notizie riferite dalla stampa in merito alla scomparsa, in Argentina, di migliaia
di persone e, tra queste, di centinaia di cittadini italiani, nel periodo della repressione esercitata dalla Giunta
militare allora al potere in quel Paese, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma avviava
indagini, acquisendo tra l'altro copiosa documentazione e informando il Ministro di Grazia e Giustizia
dell'epoca per le sue determmazioni.
Il 21 gennaio 1983 il Ministro inviava al Procuratore Generale presso la Corte di appello di Roma (che
provvedeva a trasmetterla alla Procura della Repubblica della stessa città) una formale richiesta di
procedimento penale, del seguente tenore: "Ai sensi dell'art.8 del codice penale richiedo che si proceda
penalmente nello Stato nei confronti di coloro che risulteranno responsabili in ordine ai fatti delittuosi
commessi in danno di cittadini italiani nel territorio della Repubblica di Argentina dal 1976 in poi, in relazione
alla vicenda dei desaparecidos di cui alle note 9 novembre 1982 del Presidente della Commissione Giustizia
della Camera dei Deputati e 15 gennaio 1983 del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma,
che allego in copia. Resto in attesa di conoscere l'esito del procedimento".
Il 3 marzo 1983 veniva formalizzata l'istruttoria nei confronti di ignoti e il Giudice Istruttore presso il Tribunale
di Roma avviava una serie di accertamenti, tra l'altro avvalendosi della collaborazione del Ministero degli
Affari Esteri e dell'Ambasciata d'Italia in Buenos Aires.
Con nota in data 1 dicembre 1988, il Giudice Istruttore comunicava al Ministro che, in esito ad una lunga e
complessa istruttoria, risultava confermata la consumazione di una serie di reati gravissimi (omicidio, rapina,
sequestro di persona, lesioni, sostituzione di stato, violenza carnale ed altro), commessi da numerose
persone (quasi tutte operanti nell'organico della pubblica amministrazione argentina) ai danni di cittadini
italiani. Aggiungeva che avevano avuto esito negativo le richieste, ripetutamente avanzate per le vie
diplomatiche alle autorità argentine, di fornire notizie e documenti in ordine alla completa identificazione dei
responsabili dei fatti criminosi, di trasmettere le decisioni rese da quelle autorità giudiziarie nei confronti di
persone imputate dei suddetti reati, di comunicare ogni notizia utile circa la pendenza di analoghi
procedimenti e di consentire l'espletamento di rogatorie dirette. Precisava, peraltro, di aver acquisito, con la
collaborazione del Ministero degli Esteri, copia delle sentenze emesse dalla magistratura argentina nei due
più noti procedimenti, svoltisi a carico del generale Jorge Rafael Videla (capo dell'Esercito e primo
comandante della Giunta militare), di Ramon Juan Alberto Camps (capo della Polizia di Buenos Aires) e di
altre persone; trasmetteva, pertanto, tali decisioni, con la traduzione in lingua italiana, perché il Ministro
esprimesse le proprie determinazioni ai sensi dell'art.11 comma 2 c.p.
Con nota in data 3 aprile 1990, veniva comunicato all'autorità giudiziaria procedente che il Ministro non
riteneva di dover formulare la richiesta ex art.11 c.p. nei confronti delle persone già giudicate in Argentina con
le due citate sentenze.
Le indagini proseguivano nei confronti di militari che non risultavano ancora giudicati e il 18 novembre 1991
veniva acquisita ulteriore documentazione, allegata ad una denuncia-memoria presentata dagli avvocati
Marcello Gentili e Giancarlo Maniga nell'interesse dei familiari di alcuni cittadini italiani scomparsi in Argentina
nel periodo sopra indicato.
Il 7 gennaio 1992 il pubblico ministero chiedeva l'archiviazione del procedimento e contemporaneamente,
essendo scaduti i termini di durata delle indagini preliminari fissati dal nuovo codice di rito, chiedeva la
riapertura delle indagini in merito ai fatti commessi ai danni delle persone indicate nella suddetta memoria
difensiva.
Il 10 febbraio 1992 il g.i.p. accoglieva le richieste del pubblico ministero, disponendo l'archiviazione e
contestualmente la riapertura delle indagini.
L'11 marzo 1994 la Camera Federale argentina negava una rogatoria richiesta dall'autorità giudiziaria italiana,
affermando testualmente: "I fatti che sono oggetto di giudizio nello Stato italiano e che motivano la richiesta di
assistenza dai cui termini questo tribunale non può scostarsi - risultano (essere) quelli per cui diversi tribunali
del nostro Paese, inclusa questa Corte nazionale penale d'appello, istruirono e discussero una grande
quantità di cause in cui vennero emessi decreti definitivi, o casi in cui si estinse l'azione penale in base alla
legge 23.492 o ricorse la presunzione legale di non punibilità che - senza ammettere prova contraria - ha
stabilito la legge 23.521".
Il 27 dicembre 1995, ritenendo provato, sulla base di quanto affermato dalla Camera Federale argentina, che i fatti per i quali si stava procedendo in Italia avessero già costituito oggetto di giudizio in Argentina, e ritenendo comunque che la conclamata negazione di qualsiasi forma di assistenza da parte delle autorità argentine comportasse l'impostibilità di acquisire riscontri in merito ai fatti denunciati, il pubblico ministero chiédeva al g.i.p. l'archiviazione anche del residuo troncone di procedimento.
Le persone offese presentavano opposizione a tale richiesta e il g.i.p., con provvedimento in data 9 maggio
1996, all'esito di un'udienza camerale, invitava il pubblico ministero ad informare nuovamente il Ministro della Giustizia per le sue determinazioni ex art.11 c.p., anche alla luce di quanto affermato dalla Camera Federale argentina.
Con nota in data 8 agosto 1996, il Ministro rispondeva precisando che la richiamata decisione dell'autorità
giudiziaria argentina, per la sua genericità, non consentiva di ritenere che effettivamente, rispetto ai reati e
agli indagati per i quali si stava procedendo in Italia, fossero intervenute in Argentina sentenze qualificabili
come giudicati; affermava, pertanto, di non poter assumere alcuna determinazione ai sensi dell'art.11 c.p., in
mancanza di elementi certi in ordine all'esistenza del presupposto per l'applicazione di tale norma; rimetteva
comunque all'autorità giudiziaria italiana ogni valutazione circa la possibilità di continuare a procedere sulla
base della richiesta formulata a suo tempo ai sensi dell'art.8 c.p.
Il g.i.p., ritenendo che sussistesse tale possibilità, dopo aver rigettato la richiesta di archiviazione ed imposto
al pubblico ministero la formulazione delle imputazioni, con decreto in data 20 maggio 1999 disponeva il rinvio a giudizio, davanti a questa Corte di assise, di Carlos Guillermo Suarez Mason, Santiago Omar Riveros, Juan Carlos Gerardi, Roberto Julio Rossin, Alejandro Puertas, Josè Luis Porchetto e Heotor Omar Maldonado, in ordine alle imputazioni indicate in rubrica e in ragione delle qualifiche da ciascuno rivestite all'epoca dei fatti.
All'udienza dibattimentale del 21 ottobre 1999, sentiti il pubblico ministero ed i difensori e accertata la
regolarità delle notifiche, veniva dichiarata la contumacia di tutti gli imputati. Subito dopo la dichiarazione di
contumacia (in ordine alla quale nulla osservava l'avv. Carlo Longári, sostituto dell'avv. Marcello Melandri,
difensore di fiducia di Suarez Mason e di Riveros) e prima che venissero completati gli adempimenti previsti
dall'art.484 c.p.p. (e, in particolare, prima che venissero raccolte le costituzioni di parte civile e prima che
venissero sentite le parti sulla loro ammissibilità), su richiesta dell'avv. Longari veniva disposto il rinvio al 22 dicembre 1999 per legittimo impedimento dell'avv. Melandri.
All'udienza di rinvio l'avv. Melandri produceva una lettera, inviatagli cinque giorni prima da Suarez Mason, con la quale lo stesso imputato informava di essere stato privato della libertà personale, a seguito di provvedimento emesso dall'autorità giudiziaria argentina in un procedimento penale per il reato di sottrazione di minori (commesso nella stessa epoca dei fatti oggetto del presente giudizio), e faceva presente che il suo stato di detenzione gli impediva, contro il suo desiderio, di partecipare al processo in Italia ed eccepire la carenza di giurisdizione di questa Corte di assise, in ordine a fatti per i quali era stato ed era ancora oggetto di persecuzione penale in Argentina. L'avv. Melandri precisava che al suo assistito erano stati concessi gli arresti domiciliari, in considerazione della sua età avanzata, e chiedeva comunque il rinvio per legittimo impedimento dell'imputato medesimo.
Questa Corte riteneva che lo stato di detenzione all'estero per altra causa configurasse un'ipotesi di legittimo
impedimento, non essendo stata disposta la traduzione dell'imputato ed avendo lo stesso manifestato la
volontà di presenziare al dibattimento, e disponeva la separazione degli atti relativi a Suarez Mason, la
formazione di un autonomo fascicolo ed il rinvio del relativo procedimento all'udienza del 10 marzo 2000;
ordinava altresì che tale provvedimento venisse notificato all'interessato, con l'osservanza delle disposizioni in materia di assistenza giudiziaria internazionale.
Nella stessa udienza del 22 dicembre 1999 il dibattimento proseguiva nei confronti degli altri imputati e
venivano presi in esame gli atti di costituzione di parte civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri, di
Diego Martin Mastinu, Santina Mastinu ved. Marras, Maria Manca in Mastinu, Maria Rosa Piras ved. Marras, Vanina Lorena Marras, Sebastian Mastinu, Maria Ines Mastintl e della Confederazione internazionale dei sindacatti liberi nonché gli atti di intervento della C.G.I.L., della C.I.S.L., della U.I.L., della Provincia di Oristano, del Comune di Tresnuraghes e della Regione Sardegna.
L'avv. Melandri, nella qualità di difensore di Riveros, eccepiva la tardività, ai sensi degli artt. 79 e 484 c.p.p.,
degli atti di costituzione e di intervento che non erano stati già formalizzati in udienza preliminare; i difensori degli altri imputati sollevavano varie eccezioni in ordine alla regolarità degli atti suddetti.
La Corte, osservando che alla precedente udienza non erano state completate le formalità previste
dall'art.484 c.p.p. (proprio per dare la possibilità al difensore impedito di interloquire sull'ammissibilità degli atti di costituzione e di intervento ancora da formalizzare) e sostenendo che sia per le costituzioni di parte civile che per gli interventi degli enti esponenziali sussistevano tutte le condizioni richieste dagli artt. 74 ss. e 91 ss. c.p.p., respingeva le eccezioni e rinviava in prosieguo al 10 marzo 2000.
All'udienza del 10 marzo 2000, i difensori degli imputati eccepivano la improcedibilità dell'azione penale per
violazione degli artt. 11 e 8 c.p. Sotto il primo profilo assumevano che, come era stato evidenziato dalla
Camera Federale argentina con la pronuncia dell'11 marzo 1994 e come era stato sottolineato dal pubblico
ministero nella richiesta di archiviazione del 27 dicembre 1995, i fatti contestati avevano già costituito oggetto di giudizio in Argentina e il Ministro della Giustizia italiano non aveva mai avanzato richiesta di rinnovamento del giudizio in Italia. Sotto il secondo profilo sostenevano che la richiesta ex art.8 c.p., inviata dal Ministro nel 1983, non era valida, in quanto priva dei caratteri della specificità e della determinatezza, e comunque non era più efficace, poiché si riferiva a fatti che avevano dato origine ad un procedimento conclusosi con provvedimento di archiviazione, mentre l'attuale procedimento era iniziato a seguito di denuncia presentata nel 1991 in relazione a fatti nuovi. Facevano, infine, rilevare che la richiesta del 1983 era mancante dell'ulteriore presupposto di applicabilità dell'art.8 c.p., costituito dal fatto che i delitti contestati fossero "politici" e cioè tali da ledere un interesse politico dello Stato italiano o della sua collettività; nel caso di specie, infatti, i delitti contestati erano stati commessi ai danni delle vittime, non perché cittadini italiani, ma nell'ambito di una guerra civile interna all'Argentina, nella quale la repressione nei confronti degli oppositori al regime era stata determinata da motivi politici squisitamente nazionali, interni a quel Paese e privi di rilevanza per lo Stato italiano.
La Corte respingeva tali eccezioni, osservando che: 1) non era necessaria una richiesta ex art.11 c.p., poiché
non era stato in alcun modo dimostrato che, nei confronti degli imputati (a differenza di altri indagati
dell'originario procedimento, giudicati con le sentenze Videla e Camps) fossero state emesse dall'autorità
gludiziaria argentina pronunce aventi caràttere giurisdizionale (implicanti cioè, anche se in via solo
incidentale, una valutazione di merito sulla responsabilità penale degli imputati medesimi); 2) la generica
affermazione contenuta nel provvedimento dell' 11 marzo 1994 della Camera Federale argentina (come era
stato sottolineato nella nota del Ministro della Gitlstizia dell'8 agosto 1996) non consentiva di valutare se
effettivamente fossero intervenute sentenze qualificabili come giudicati ai sensi dell'art.11 c.p. e non soltanto
provvedimenti aventi natura amministrativa o legislativa o carattere meramente processuale (cioè di semplice
presa d'atto di decisioni adottate da un potere diverso da quello giudiziario); 3) la prova dell'esistenza di
giudicati avrebbe potuto agevolmente essere fornita dagli stessi imputati, in quanto destinatari delle asserite
pronunce, e ciò non era stato mai fatto, malgrado il lungo tempo trascorso; 4) i delitti contestati dovevano
qualificarsi "politici"; nel senso richiesto dall'art.8 c.p., essendo innegabile la lesione di un interesse politico
dello Stato italiano, in presenza di azioni repressive subite da propri cittadini con aperta violazione di principi e diritti fondamentali; 5) la volontà di far valere detto interesse era stata chiaramente manifestata dallo Stato italiano con la richiesta del Ministro in data 21 gennaio 1983, era stata poi implicitamente confermata con la nota ministeriale dell'8 agosto 1996 ed era stata, infine, conclamata nel 1999 con lá costituzione di parte civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri; 6) detta richiesta non poteva essere considerata generica, in quanto faceva esplicito riferimento alla vicenda dei desaparecidos descritta nelle richiamate note del Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati e del Procuratore della Repubblica di Roma e dava sufficienti indicazioni in ordine alle persone offese nonché alle date ed ai luoghi di consumazione dei delitti (e, ovviamente, non anche in ordine ai nominativi degli indagati ed ai reati da contestare, dato che gli stessi all'epoca non erano ancora noti e dovevano essere accertati proprio sulla base delle indagini che venivano richieste ed autorizate); 7) il provvedimento di archiviazione del 1992 aveva definito soltanto le posiziosni degli indagati già giudicati con le sentenze Videla e Camps (per i quali mancava la richiesta di rinnovazione del giudizio ex art.11 c.p.), mentre per le altre posizioni l'archiviazione era stata meramente formale (in quanto necessitata dalla scadenza dei termini di durata delle indagini) ed era stata accompagnata (tenuto conto dei nuovi elementi probatori offerti dai difensori delle parti lese nel 1991) da una contestuale autorizzazione alla riapertura delle indagini, che aveva consentito la prosecuzione dell'originario procedimento, sulla base della richiesta inviata dal Ministro nel 1983 con riferimento a tutti i crimini commessi in danno di cittadini italiani.
All'udienza del 19 aprile 2000 il pubblico ministero ed i difensori, nell'ordine stabilito dall'art.493 c.p.p.,
indicavano i fatti da provare e chiedevano l'ammissione di prove documentali e testimoniali. La Corte
respingeva alcune opposizioni sollevate dai difensori degli imputati ed ammetteva le prove richieste dalla
pubblica e dalla privata accusa, rinviando al 7 giugno 2000 per l'inizio dell'istruttoria dibattimentale.
Nel processo stralciato, relativo alla posizione di Suarez Mason, nell'udienza del 10 marzo 2000 si prendeva
atto che la richiesta di assistenza giudiziaria internazionale, finalizzata alla notifica all'imputato del
provvedimento di rinvio, non era stata accolta per assenta inosservanza di alcune formalità ritenute
indispensabili dall'autorità giudiziaria argentina. La Corte deliberava, pertanto, di rinnovare la rogatoria (previa scrupolosa osservanza delle formalità indicate), rinviando al 7 giugno 2000. Con la nuova richiesta di
assistenza giudiziaria si pregava anche l'autorità giudiziaria argentina di autorizzare il trasferimento
temporaneo dell'imputato per presenziare a tale udienza dibattimentale.
Prima dell'udienza di rinvio la Corte veniva informata dal Ministero della Giustizia che l'1 giugno 2000 Suarez Mason, interpellato dal Giudice Federale argentino Adolfo Luis Bagnasco e reso edotto del contenuto della richiesta di assistenza giudiziaria, aveva risposto che non era sua intenzione comparire di fronte all'autorità giudiziaria italiana, in quanto voleva prima dimostrare la propria innocenza in ordine ai reati di sottrazione di minori contestatigli in Argentina e poi considerare la possibilità di presentarsi davanti a questo organo giudicante.
All'udienza del 7 giugno 2000 la Corte, ritenendo che, a norma dell'art.420 quinquies c.p.p., Ia manifestazione di volontà espressa da Suarez Mason davanti al giudice argentino dovesse essere qualificata come rifiuto di presenziare al dibattimento, disponeva procedersi in assenza dell'imputato. Venivano quindi prese in esame le costituzioni di parte civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri, di Graciela Cristina Wagner De Fabbri, Enricheta Estela Barnes in Carlotto, Claudia Susana Carlotto, Julio Alberto Morresi, Claudio Alberto Morresi, Olga Reina Ferrero, Elena Alfaro, Maria Elisa Fabbri, Nelida Baquè ed Ester Nelida Mazzocchi nonché gli atti di intervento della Regione Emilia Romagna, della Regione Marche, della Regione Piemonte e della Provincia di Macerata. Il difensore di Suarez Mason formulava le stesse eccezioni già proposte nel procedimento relativo agli altri imputati. La Corte rigettava le eccezioni con identica motivazione e, dopo l'ammissione delle prove, disponeva la riunione dei due procedimenti. Provvédeva quindi a nominare due difensori di ufficio agli imputati, in quanto gli avvocati Marcello Melandri e Giovanni Aricò, precedentemente nominati di fidùcia, rinunciavano al mandato, facendo presente che lo stesso, in modo alquanto anomalo, era stato loro conferito limitatamente alla formulazione delle questioni preliminari.
Superati i numerosi ostacoli via via frappostisi, a distanza di quasi diciotto anni dall'inizio delle indagini, nella stessa udienza del 7 giugno 2000 poteva avere inizio l'istruttoria dibattimentale, che proseguiva nelle udienze del 12, 13, 14, 19 e 20 giugno, del 5, 19, 20 e 26 settembre, del 4,16, 17, 24 e 25 ottobre e dell'8 novembre 2000, con l'esame di settanta testimoni. Nelle udienze del 9, 22, 24 e 27 novembre e del ó dicembre 2000 si svolgeva la discussione, durante la quale il pubblico ministero ed i difensori delle parti civili e degli imputati formulavano le richieste riportate a verbale.

Motivi della decisione




1) Il contesto storico nel quale si sviluppò la vicenda dei desaparecidos.
La lunga istruttoria dibattimentale ha consentito di accertare che, negli anni tra il 1976 ed il 1983, ad opera di
una dittatura militare, si consumò la piu brutale tragedia della storia argentina, concretatasi in un vero e
proprio genocidio.
Attraverso le deposizioni dei testi Magdalena Ruiz Guizanu (componente della Conadep, la Commissione
Nazionale sulla Scomparsa di Persone, incaricata dal Governo argentino, dopo il ripristino della democrazia,
di svolgere indagini per fare luce sulla vicenda dei desaparecidos), Enrico Calamai (prima vice console e poi
console generale presso il Consolato italiano a Buenos Aires tra il 1972 e il 1977), Julio Cesar Strassera
(sostituto procuratore della Camera Federale argentina, clze svolse le fimzioni di pubblico ministero nel
processo al generale Jorge Videla ed agli altri componenti delle Giunte militari succedutesi in Argentina tra il 1976 ed il 1983), Italo.Moretti (inviato speciale della RAI in Argentina negli anni dell'ultima dittatura militare) e Horacio Verbitsky (giornalista argentino, che raccolse, nel libro "Il volo", acquisito agli atti, le rivelazioni dell'ufficiale "pentito" Adolfo Scilingo) nonché sulla base del rapporto sui lavori della Conadep, riportato nel libro "Nunca Mas" (acquisito agli atti nella versione italiana), è stato possibile ricostruire fedelmente il contesto storico nel quale si verificarono i fatti costituenti l'oggetto del presente gludlzlo.
Tra il 1930 ed il 1983, in Argentina, si avvicendarono governi militari in numero superiore a quelli scelti con il voto popolare e si ebbe in media un colpo di stato ogni dieci anni. Il primo avvenne nel 1930 allorché, ad
opera di militari che professavano una ideologia assimilabile a quella imperante nello stesso periodo in
Germania e in Italia, venne deposto il presidente Hipòlito Yrigoyen, appartenente al partito radicale e
rappresentante dei ceti medi immigrati dall'Europa.
Nel 1943 prese il potere un gruppo di militari che erano sulle stesse posizioni dei precedenti, in quanto
simpatizzanti con le potenze dell'Asse. Di questo gruppo faceva parte l'allora colonnello Juan Domingo Peròn, che assunse la carica di segretario al lavoro e alla previdenza sociale e successivamente di ministro della Difesa e di vicepresidente. Fin dal primo incarico Peròn avviò una politica che appariva rispettosa dei diritti dei lavoratori e ispirata alla dottrina sociale della Chiesa cattolica. Nel 1945 Peròn venne arrestato dai suoi stessi compagni e poi liberato a seguito di sollevazione popolare spontanea; I'anno successivo venne nominato presidente con libere elezioni.
Nel settembre del 1955 una Giunta militare rovesciò Peròn, chiudendo il Parlamento, sciogliendo la Corte
suprema di giustizia ed imponendo lo stato d'assedio. Per ordine del presidente militare Pedro Aramburu,
vennero fucilati diversi esponenti peronisti. Peròn andò in esilio all'estero, continuando però ad organizzare
un movimento di opposizione e di resistenza.
Nel 1958 venne eletto presidente Arturó Frondizi, il quale ottenne i voti dei peronisti grazie alla promessa di
ridare legalità al loro movimento, che era stato messo fuori legge. Il mantenimento di tale promessa scatenò
però la reazione dei militari e fu causa di ripetuti scontri tra opposte fazioni.
Nel 1966 si ebbe un nuovo colpo di stato e una Giunta militare depose il radicale Arturo Illia (che era stato
eletto nel giugno del 1963), insediando alla presidenza il capo dell'Esercito Juan Carlos Onganìa, sciogliendo
il Parlamento e la Corte suprema di giustizia e proibendo ogni attività politica e sindacale. Onganìa allacciò
stretti rapporti con le alte autorità ecclesiastiche e all'organizzazione clericale Opus Dei venne riservato un
importante ruolo governativo. Nella Chiesa cattolica si ebbero però dissensi alla base, in quanto molti vescovi e sacerdoti si schierarono dalla parte dei ceti più poveri, avviando il dialogo con i marxisti.
L'oppressione della dittatura militare causò la nascita di organizzazioni di resistenza, come la Gioventù
peronista e i Montoneros (provenienti dall'Azione cattolica), e di guerriglia, come l'Esercito rivoluzionario del popolo (Erp) e le Forze armate rivoluzionarie (Far).
Nel 1970 il posto di Onganìa venne preso dal generale Roberto Levingston, al quale l'anno successivo
subentrò, dopo un ennesimo colpo di stato, il generale Alejandro Lanusse. Quest'ultimo, vista la difficoltà di
sconfiggere la guerriglia con le armi, cercò di isolarla politicamente e indisse le elezioni, ammettendovi anche esponenti peronisti; per evitare una sicura vittoria di Peròn, stabilì però che potevano candidarsi solo coloro che già risiedevano nel Paese prima dell'agosto del 1972.
Dall'esilio di Madrid Peròn prometteva ai suoi sostenitori una patria socialista e la gran parte del popolo
argentino, soprattutto quello giovanile ed operaio (che subiva l'influenza dei messaggi sessantotteschi
provenienti dall'Europa), credette in questa promessa e gli diede il suo consenso, illudendosi di ottenere
finalmente conquiste sociali.
Nel novembre del 1972 Peròn tornò in.Argentina, acclamato da migliaia di persone e, dopo un breve periodo,
andò di nuovo a Madrid, per preparare da fuori la riconquista del potere; non potendo presentarsi alle elezioni,
candidò al suo posto, come "testa di legno", Hector J. Campora, il quale venne eletto presidente l'11 marzo
1973 e, come primo provvedimento, concesse la libertà a tutti i guerriglieri detenuti.
Il definitivo ritorno di Peròn fece risaltare in tutta la sua drammatica evidenza l'equivoco peronista. Il suo
movimento era diviso in due schieramenti, che vedevano da una parte l'ala destra (conservatrice e contraria
alle riforme sociali), composta anche da sindacalisti filogovernativi e corrotti, e dall'altra l'ala sinistra,
comprendente tra gli altri i movimenti giovanili e studenteschi e i Montoneros. Il peronismo aveva quindi una doppia faccia ed era paragonabile ad una figura mitologica composta da due diversi animali, una testa
fascista e un corpo operaio di sinistra.
Il 20 giugno del 1973 il ministro e segretario privato di Campora, Josè Lòpez Rega (ex poliziotto e astrologo
esoterico, considerato una specie di stregone) fece collocare un contingente militare sul palco dove Peròn
doveva tenere il suo primo discorso, nella piazza antistante l'aeroporto "Ezeiza" di Buenos Aires, nella quale
affluì più di un milione di persone. Quando si avvicinarono le colonne della Gioventù peronista, dal palco
venne aperto il filoco e la manifestazione si sciolse con un tragico bilancio di diversi morti e numerosi feriti.
Peròn si schierò apertamente contro l'ala sinistra del suo movimento e costrinse Campora alle dimissioni. La
presidenza "ad interim" venne assunta da Raùl Lastiri, genero di Lòpez Rega, che indisse nuove elezioni.
Il 23 settembre 1973 Peròn venne eletto presidente e la sua nuova moglie Isabelita (una ex ballerina) prese la
carica di vice-presidente. Durante il comizio dell' 1 maggio 1974, Peròn criticò aspramente i Montoneros,
definendoli ''imbecilli e imberbi'' e inducendoli ad 0abbandonare in massa la Plaza de Mayo. Questo episodio
segnò una definitiva frattura all'interno del movimento peronista e determinò la radicalizzazione'dello scontro e l'intensificarsi delle azioni di guerriglia e di terrorismo.
Peròn morì l'1 luglio 1974 e al suo posto venne formalmente insediata Isabelita Peròn; in realtà le redini del
Governo vennero prese da Lòpez Rega, il quale accenhlò il carattere autoritario del regime.
Da una parte entrò in azione la Triplice A (Alleanza Anticomunista Argentina, creata da Lòpez Rega sul
modello degli squadroni della morte) che sequestrava e uccideva intellettuali e politici sospettati di essere
legati alla opposizione armata; dall'altra vi erano i Montoneros, che tornarono alla clandestinità, perdendo il
consenso popolare, e l'Erp, che aprì un fronte di guerriglia rurale nella provincia di Tucumàn. Isabelita Peròn
firmò un decreto ordinando ai militari l'annientamento dei Montoneros e dei partigiani dell'Erp. Da parte
dell'Esercito vi fu una violenta repressione, in conseguenza della quale i Montoneros subirono gravi perdite e
l'organizzazione dell'Erp venne decimata all'esito di un disperato e fallito attacco ad una caserma di Buenos
Aires.
Il Paese a questo punto entrò nel caos, in quanto il Governo di Isabelita Peròn si dimostrò fragile ed incapace
di controllare l'economia e l'ordine pubblico.
Fu così che il 24 marzo 1976 i militari, con il consenso o quanto meno con l'indifferenza della popolazione
argentina, promossero l'ennesimo colpo di stato e presero il potere. Isabelita venne imprigionata e ancora una
volta vennero sciolti il Parlamento e la Corte suprema di giustizia. Della Giunta militare facevano parte i
comandanti delle tre Forze Armate; quello dell'Esercito, Jorge Videla, venne nominato presidente.
Videla era fautore della linea ''moderata'', che voleva salvare la patria dal pericolo marxista e ristabilire
l'ordine, senza usare i metodi cileni ostentatamente e pubblicamente violenti, ma agendo segretamente e
cercando di guadagnare un certo consenso popolare. La Triplice A fu attiva fino al giorno del colpo di stato,
dopodiché non apparve più pubblicamente e i suoi membri entrarono a far parte dei gruppi clandestini della
dittatura.
All'interno delle singole unità delle Forze Armate e della sicurezza vennero organizzati campi di
concentramento, dove venivano portate le persone sequestrate, sottoposte a torture e nella maggior parte dei
casi eliminate. La conduzione delle operazioni, nell'ambito della cosiddetta "guerra sporca" (guerra sucia),
venne affidata all'Esercito e venne anche stabilita la ripartizione delle giurisdizioni tra le diverse Forze; le
vecchie gelosie esistenti tra di esse causarono però vari sconfinamenti, soprattutto da parte della Marina, al
cui comando vi era l'ammiraglio Emilio Massera, che aveva ambizioni politiche e aspirava ad ereditare la
"leadership" del peronismo.
Nel 1981 vi fu un rapido awicendamento di presidenti militari: a marzo il generale Roberto Viola subentrò a
Videla e a dicembre il generale Leopoldo Galtieri prese il posto di Viola.
Nel 1982 la Giunta militare occupò le isole Malvine (Falkland), Georgia e Sandwich del Sud, che erano
possedimenti inglesi sin dai primi decenni del secolo precedente. Per rientrarne in possesso, il Governo
inglese di Margaret Thatcher inviò una poderosa flotta, dotata anche di sommergibili atomici; non potendo
reggere il confronto, la flotta argentina venne subito ritirata e le truppe si arresero dopo pochi giorni di
battaglia. Questo insuccesso causò la fine della dittatura militare; Galtieri venne deposto e si decise di indire
le elezioni.
Nel settembre del 1983, peraltro, la Giunta proclamò un'autoamnistia per tutti i militari accusati di aver violato i diritti umani. Nell'ottobre dello stesso anno Raul Alfonsìn, il capo del partito radicale, vinse le elezioni con il 52% dei voti. Il nuovo Parlamento, come primo provvedimento, dichiarò nullo il decreto di amnistia.
Con decreto del 15 dicembre 1983 Alfonsìn nominò la Commissione Nazionale sulla Scomparsa di Persone
(Conadep), allo scopo di far luce sulla violazione dei diritti umani e sulle scomparse di persone awenute nel
Paese, chiamandovi a far parte personaggi illustri, scelti per il loro fermo atteggiamento nella difesa dei diritti umani e per la loro rappresentatività dei vari settori delle attività sociali (personalità del mondo della.ctlltura, giofnalisti, religiosi); presidente di tale Commissione venne eletto lo scrittore Ernesto Sàbato. Nel settembre del 1984 Sàbato consegnò al capo dello Stato la relazione finale, dando la prova che i diritti umani erano stati calpestati in modo organico ad opera delle istituzioni, certificando circa novemila casi di desaparecidos e ipotizzandone una cifra reale molto piu elevata.

Il Governo ordinò al Consiglio superiore delle Forze Armate di disporre il rinvio a giudizio dei membri delle
Giunte militari, stabilendo che la Corte federale avrebbe potuto avocare il processo, qualora il rinvio a giudizio non fosse stato disposto entro sei mesi; I'ordine non venne però eseguito, in quanto l'organo di giustizia militare non si mostrò disponibile a processare i propri pari. Il processo venne allora svolto davanti alla magistratura ordinaria e il 9 dicembre 1985 la Corte federale condannò Videla e Massera alla pena dell'ergastolo e applicò la pena della reclusione per 17 anni a Viola, per 8 anni all'ammiraglio Armando Lambruschini e per 4 anni e ó mesi al brigadiere Ramòn Agosti. L'anno successivo la Corte federale confermò queste condanne, riducendo la pena di Viola a 16 anni e quella di Agosti a 3 anni e 9 mesi. La stessa Corte condannò poi rispettivamente a 25 e 14 anni di reclusione gli ex capi della polizia di Buenos Aires, il colonnello Ramòn Camps e il generale Pablo Ovidio Riccheri, a 23 anni l'ex vicecapo, il commissario Miguel Osvaldo Etchecolatz, a ó anni il medico Jorge Borgès e a 4 anni il caporale Norberto Cozzani.
Nel dicembre del 1986 Alfonsìn, temendo ripercussioni negative negli ambienti militari, ottenne dal
Parlamento l'approvazione della legge del "Punto finale", con la quale venne concesso alla magistratura
ordinaria il ristretto termine di 60 giorni (decorrenti dalla pubblicazione della legge) per decidere l'apertura di
processi contro coloro che erano stati implicati nella violazione di diritti umani; dopo tale termine vi sarebbe
stata l'estinzione dell'azione penale. Alla scadenza dei 60 giorni i magistrati riuscirono a rinviare a giudizio un numero di persone (quasi 400) nettamente superiore a quello Dlle poteva immaginarsi. Ciò provocò la
reazione dei militari e nell'aprile del 1987 vi fu una sommossa, con occupazione della Scuola di fanteria, la più importante guarnigione militare dell'Argentina. Il presidente Alfonsìn riuscì a risolvere la situazione, scegliendo la strada del compromesso e ottenendo dal Parlamento, nel luglio del 1987, l'approvazione della legge della "Obbedienza dovuta", con la quale vennero esentati da colpevolezza coloro che avevano agito eseguendo un ordine superiore. Vennero così lasciati impuniti i quadri intermedi e cioè quei capi o quegli ufficiali che non erano stati comandanti delle Forze Armate o di zone o di sottozone né capi della polizia, in quanto si presumeva che non avessero avuto potere decisionale.
A maggio del 1989 venne eletto presidente Carlos Menem, il quale completò l'opera di "pacificazione",
sancendo l'indulto per 216 militari, oltre che per 64 presunti sowersivi. Il 28 dicembre 1990 l'indulto venne
concesso anche a Videla e Massera, che poterono così tornare in libertà, dopo aver scontato cinque anni di
detenzione in una villa di proprietà dell'Esercito, dove potevano ricevere amici, praticare sport e usufruire della libera uscita durante i fine settimana. Dell'indulto beneficiarono non soltanto coloro che erano già stati
condannati (il che sarebbe stato normale, poiché in Argentina, come in Italia, ad un prowedimento del genere
consegue l'estinzione della pena e non del reato), ma anche coloro che erano stati posti sotto processo ma
non ancora giudicati; e tra questi i generali Carlos Guillermo Suarez Mason e Santiago Omar Riveros,
comandanti di zone militari.

2. L'azione repressiva della dittatura militare.
A) Metodi.
Dalle deposizioni di numerosi testimoni, esaminati nel corso dell'istruttoria dibattimentale, è emerso che il
colpo di stato del 24 marzo 1976 venne programmato con largo anticipo e venne preceduto da una
accuratissima operazione di disinformazione, intesa a diffondere nell'opinione pubblica (sia argentina che
internazionale) la convinzione dell'assoluta necessità di ristabilire l'ordine e di sconfiggere il terrorismo.
Come ha riferito il teste Enrico Calamai, si volle soprattutto evitare di ripetere gli errori commessi da Pinocllet
in Cile, dove i militari "nella loro arroganza fecero spettacolo della violenza e della ferocia con cui si reprimeva
il popolo. Non ci furono a Buenos Aires gli stadi pieni di detenuti, non ci fu il bombardamento del palazzo
presidenziale, così tragicamente evidenziato dalla morte del presidente eletto dal popolo, come a Santiago;
non ci furono carri armati per le strade; la città sembrava normale, le operazioni si facevano con camion e
macchine senza targa, di notte, con uomini in borghese. Nacque così l'idea strategicamente brillante dei
desaparecidos, cioè quella di far scomparire nel nulla le persone prelevate; il che da una parte paralizzava la
famiglia, che continuava a sperare che la persona ritornasse e non voleva renderne piu difficile la situazione,
ma dall'altra toglieva ogni evidenza iconografica all'informazione, ai "media"; la mancanza di immagini
metteva in dubbio l'esistenza stessa della repressione".
Gli argentini, come ha sottolineato il teste Italo Moretti, vollero tener conto della lezione cilena. Quello cileno
"fu un golpe trasmesso praticamente in diretta, nel senso che le cose avvenivano alla luce del sole, ... si
vedevano sequestrare le persone, ... si poteva visitare uno stadio, che poi è diventato un po' il simbolo della
dittatura cilena, dove settemila persone erano recltlse sugli spalti, altrettante ve ne erano negli spogliatoi e
venivano torturate, e tutto ciò veniva offerto alla vista della stampa internazionale". Gli argentini, invece, "fin dal primo momento operano nella clandestinità, nel buio e nel silenzio. E quindi vivere a Buenos Aires nei giorni del golpe è vivere in una città normale, dove la sera si va a sentire il tango, dove si mangia nei ristoranti ... La notte i ritrovi sono aperti fino all'alba, ma la notte Polizia, Marina, Esercito e Aviazione sequestrano, trasferiscono le loro vittime nei luoghi clandestini di tortura ... e cominciano a massacrare. Quindi ecco la grande differenza, gli argentini capiscono che debbono nascondere le atrocità che stanno commettendo e, perché queste atrocità siano maggiormente nascoste, essi nell'atto del sequestro la prima cosa che fanno, dopo aver praticato le prime violenze sul sequestrato, trascinando via anche il cosiddetto bottino di guerra, cioè rubando tutto quello che si poteva rubare alla vittima, lanciano un monito ai familiari e dicono: "se lo vuoi rivedere vivo stai zitto". Quindi si fa conto anche sul terrore che viene preso dai familiari delle vittime, sicché la gente non ne parla, non ne parlano gli interessati; solo dopo un po' di tempo avranno il coraggio di recarsi presso gli organismi dei diritti umani".
Nella prefazione di Claudio Tognonato al libro "Il volo" di Horacio Verbitsky la situazione viene lucidamente descritta e appare utile riportarne testualmente alcuni passi.
"Il 24 marzo 1976 il potere passò ai militari senza nesstln incidente. Vennero sospese le attività dei partiti
politici e dei sindacati, ma si fece sapere che queste erano misure transitorie e che la Giunta militare aveva
come obiettivo il rafforzamento della struttura democratica del Paese. Gli argentini avrebbero dovuto abituarsi a questo paradosso. Debole, quasi formale, comunque attendista, fu la reazione internazionale. Sembrava evidente che Videla 11011 era Pinochet così come Isabel Peròn non era Salvador Allende. Il paragone con il caso cileno non è di grande aiuto. Purtroppo la condanna internazionale sarebbe arrivata troppo tardi. La Giunta militare volle eliminare tutti i suoi nemici senza che si diffondesse la coscienza di tale annientamento. Fu inventata una strategia rivoluzionaria: niente arresti di massa niente carceri, niente fucilazioni né assassini clamorosi come quelli della Triplice A. Gli oppositori sarebbero stati sequestrati da gruppi non identificati, caricati su vetture senza targa e fatti scomparire. Ebbe così inizio, lentamente, il più grande genocidio della storia argentina. I sequestri furono sempre più frequenti e si ripetevano sempre secondo le stesse modalità. Non erano gruppi incontrollati dell'estrema destra, come voleva far credere la Giunta, ma vi era una struttura centrale che li coordinava. Le operazioni venivano compiute nei posti di lavoro delle persone segnalate o per strada in pieno giorno, mediante un piano che richiedeva la "zona franca" da parte delle forze di Polizia. Le loro volanti che, specialmente dopo il colpo di stato erano presenti un po' dappertutto, stranamente non videro mai niente, anche se i sequestri si consumavano a poca distanza dal commissariato. Ma la stragrande maggioranza dei sequestri avveniva di notte in casa delle vittime. Il commando occupava la zona circostante ed entrava nelle case facendo uso della forza. Terrorizzava e imbavagliava perfino i bambini obbligandoli a essere presenti. La vittima veniva catturata, brutalmente colpita e incappucciata, poi trascinata fino alle macchine che aspettavano mentre il resto del gruppo rubava tutto quello che poteva (in alcuni casi arrivavano perfino dei camion) o distruggeva quello che non poteva portarsi via, picchiando e minacciando il resto della famiglia. Anche nei casi in cui i vicini o i parenti riuscivano a dare l'allarme, la Polizia non arrivava mai. Si incominciò così a capire l'inutilità di sporgere denuncia. La maggioranza della popolazione era terrorizzata e non era nemmeno facile trovare testimoni. Nessuno aveva visto nulla. In questo modo migliaia e migliaia di persone diedero forma a una fantasmatica categoria, quella dei desaparecidos. Nessun interrogativo trovò una risposta: la Polizia non aveva visto nulla, il Governo faceva finta di non capire di che cosa si stesse parlando, la Chiesa non si pronunciava, gli elenchi delle carceri non registravano le loro detenzioni, i magistrati non intervenivano. Intorno ai desaparecidos si era alzato un muro di silenzio. Con i diritti avevano perso anche l'esistenza civile. Dal momento in cui avveniva il sequestro La persona restava totalmente isolata dal mondo esterno. Depositata in uno dei numerosi campi di concentramento o in luoghi intermedi di detenzione`dove veniva sottoposta a torture infernali, e lasciata all'oscuro della propria sorte.
Alcuni venivano perfino abbandonati dalla famiglia, che sotto la pressione di continue minacce, ricatti e
richieste di denaro, viveva nel terrore di rappresaglie e qualche volta fiduciosa che il silenzio, richiesto dai
militari, fosse il miglior modo per ottenere qualche informazione. Nei centri clandestini di detenzione veniva
sistematicamente applicata la tortura. Le "sessioni" erano sorvegliate da un medico che controllava i limiti di
tolleranza della vittima e determinava il proseguimento o la momentanea sospensione della tortura se la
vittima non era in grado di reggerla. La valutazione preventiva per capire se la persona da sequestrare o
sequestrata avesse qualcosa da dire d'interessante per i sequestratori era pressoché inesistente. Questo
metodo indiscriminato portò al sequestro e alla tortura degli oppositori ma anche dei loro familiari, amici,
colleghi cli lavoro e di Ull numero rilevante di persone senza alcun tipo di pratica politica o sindacale. Bastava molto poco per essere considerato sospetto. Il prigioniero poteva morire sotto tortura, essere filcilato o gettato in mezzo all'oceano. Il suo cadavere sarebbe stato forse sepolto nelle tombe comuni di cimiteri clandestini, cremato o buttato in fondo al mare con un blocco di cemento ai piedi. Anche se la dittatura militare aveva modificato il codice penale introducendo la pena capitale, ufficialmellte non ci fu nessuna condanna a morte.
Nonostante le migliaia di vittime, non fu eseguita in nessun caso una sentenza giudiziaria né civile né militare.
Non fu quindi rispettata nemmeno questa precaria legalità che lo stesso regime aveva stabilito. Passavano
così i giorni, i mesi gli anni, senza avere mai nessuna notizia, trovando sempre risposte negative. Nessuno
pareva sapere niente di loro. Erano scomparsi"
Nella relazione finale della Conadep, pubblicata con il titolo Nunca mas (in italiano "mai più", parole
conclusive della requisitoria del pubblico ministero Julio Cesar Strassera nel processo ai vertici militari), si
legge che dalle migliaia di testimonianze raccolte dalla Commissione poté individuarsi con certezza la
metodologia sistematicamente usata nell'attività di repressione.
Di tale relazione, al cui contenuto si è riportata la teste Magdalena Ruiz Guizanu (che della stesa Conadep fu
autorevole componente), appare opportuno riportare testualmente alcuni dei passi più significativi,
considerando che dagli stessi emergono fatti che, in massima parte, hanno trovato puntuale riscontro nelle
dichiarazioni dei numerosi testimoni esaminati nel corso del dibattimento.
"Le operazioni di sequestro avevano luogo di notte inoltrata o all'alba, generalmente negli ultimi giorni della
settimana, per disporre così di un certo tempo prima che i familiari potessero prendere qualche iniziativa.
Normalmente una patota, gruppo formato da cinque o sei persone, irrompeva nella casa. I membri della
patota erano sempre provvisti di un voluminoso arsenale, sproporzionato rispetto alla supposta pericolosità
delle vittime. Con armi corte e lunghe minacciavano le vittime, i loro familiari e i vicini di casa. L'intimidazione
ed il terrore avevano come scopo non solo di bloccare le vittime dell'aggressione, ma miravano anche ad
ottenere un atteggiamento passivo da parte dei vicini. In molti casi fu bloccato il traffico, venne tolta la luce
elettrica, si utilizzarono megafoni, riflettori, bambe, granate, in misura assolutamente sproporzionata rispetto
alle necessità dell'intervento. Le patotas portavano a termine le operazioni a faccia scoperta, sia nella capitale
federale, che nei grandi centri urbani, poiché il loro anonimato era garantito da milioni di facce della città.
Nelle province, dove sarebbe stato più facile identificarli, dato che qualche sequestratore avrebbe potuto
essere un vicino di casa della vittima, dovevano nascondersi i volti. Si presentavano, quindi, indossando
passamontagna, cappucci, parrucche, baffi finti, occhiali, ecc.".
"Quando la patota doveva effettuare un'operazione, portava con sé il permesso di "luce verde" (o "zona
libera"). Così se qualche persona si fosse posta in contatto con l'ufficio di polizia più vicino o con la centrale
operativa per chiedere il loro intervento, gli sarebbe stato risposto che erano al corrente del fatto, ma che
erano impossibilitati ad agire".
"Quando c'erano dei bambini nella famiglia che ra "succhiata" (chupada) la repressione poteva procedere in
vari modi: i bambini venivano affidati a qualche vicino di casa o consegnati a qualche istituto infantile o
sequestrati e poi adottati da qualche aguzzino o consegnati direttamente ai familiari della vittima o
abbandonati alla loro sorte oppure, infine, trasportati allo stesso Centro Clandestino di Prigionia (CCD), dove
dovevano assistere alle torture a cui erano sottoposti i loro genitori o dove erano sottoposti loro stessi a
torture in presenza dei genitori".
"Nei casi in cui il gruppo di sequestratori non rintracciava le vittime nel loro domicilio, metteva in atto la tecnica chiamata "trappola per topi"; rimanevano cioè nella casa fino a quando il ricercato non cadeva nella trappola.
In tali situazioni l'operazione di sequestro si prolungava per ore o per giorni, con il cambio della guardia. In
questi casi i parenti erano presi come ostaggi e sottoposti a brutali pressioni ed angherie. Se per caso
qualcuno si presentava alla porta di casa, anche questi era trattenuto come ostaggio. Nel caso in cui la vittima
designata non fosse comparsa, i sequestratori potevano portarsi via le vittime secondarie (parenti ed abitanti
della casa)".
"I furti commessi nel domicilio dei sequestratori erano considerati dalle forze che intervenivano come "bottino di guerra". Questi saccheggi erano compiuti, di solito, durante l'operazione di sequestro, però,
frequentemente, avvenivano durante un'incursione successiva, nella quale un altro gruppo si occupava dei
beni delle vittime. Anche in questi casi la polizia della zona corrispondente era stata avvisata affinché non
intervenisse e non accogliesse le denunce relative di sequestro e furto".
"Con il trasferimento del sequestrato al CCD finisce il primo anello di una tenebrosa catena. Minacciati ed
ammanettati, i prigionieri vengono sistemati sul fondo della parte posteriore della macchina o nel bagagliaio,
aggiungendo allo spavento la sensazione d'isolamento e di morte. Lo scopo era di far sì che il terrore non si
stendesse oltre la zona nella quale si realizzava l'operazione".
"In tutti i sequestri le vittime erano private della possibilità di vedere. Nel linguaggio degli aguzzini, si
chiamava tabicamiento l'azione di mettere alla vittima il tabique o elemento che toglie la possibilità di vedere.
Tale azione era compiuta nel posto stesso in cui avveniva il sequestro. A tale scopo si potevano usare bendi
o pezzi di stoffa che gli stessi sbirri portavano con sé o indumenti delle vittime".
"In quasi tutte le denunce ricevute dalla Commissione risultano atti di tortura. La tortura fu un elemento
importante della metodologia impiegata. I CCD furono pensati, tra l'altro, per potere praticare impunemente la
tortura. L'esistenza e l'estensione delle pratiche di tortura impressionano per l'immaginazione usata, per la
personalità degli esecutori e di coloro che l'hanno approvata, usandola come metodo. Alla tortura fisica che
veniva praticata fin dal primo momento, si aggiungeva la tortura psicologica che continuava durante tutta la
prigionia, anche dopo la sospensione degli interrogatori e dei tormenti corporei. A tutto questo si
aggiungevano vessazioni e bassezze illimitate".
"I centri di detenzione, che furono circa 340 in tutto il Paese, costituirono la base materiale indispensabile per la politica di scomparsa delle persone. Di lì passarono migliaia di uomini e donne, privati illegalmente della libertà, per periodi che durarono anni o dai quali non sono più tornati. Lì vissero la loro desapariciòn; lì si trovarono quando le autorità rispondevano negativamente alle richieste d'informazione nei ricorsi di habeas corpus; lì trascorsero i loro giorni alla mercè di uomini dalla mente sconvolta dalla pratica della tortura e dello sterminio; nel frattempo le autorità nazionali che frequentavano tali centri rispondevano all'opinione pubblica nazionale ed internazionale affermando che gli scomparsi si trovavano all'estero o che erano rimasti uccisi durante rese di conti tra di loro. Le caratteristiche fisiche di questi centri, la vita quotidiana al loro interno, rivelano che furono pensati, prima ancora che per dar morte alle vittime, per sottoporle a un minuzioso e programmato annientamento degli attributi propri di ogni essere umano. Entrare in quei centri significò sempre smettere di essere: a tal fine si cercò di distruggere l'identità dei prigionieri, si modificarono i loro punti di riferimento spazio-temporali, furono maltrattati i loro corpi e le loro menti oltre ogni limite immaginabile. Tali centri furono clandestini per l'opinione pubblica, i familiari e gli amici delle vittime, in quanto le autorità negarono sempre, in forma sistematica, ogni informazione sulla sorte dei sequestrati di fronte alle richieste
giudiziarie e degli organismi nazionali ed internazionali dei diritti umani. Però è evidente che la loro esistenza e il loro funzionamento furono possibili solo grazie ai mezzi economici ed umani forniti dallo Stato, e che tutti,
dalle più alte autorità militari all'ultimo membro dei Servizi di Sicurezza che fu parte di questo sistema
repressivo, fecero di questi centri la loro base operativa. Tutto ciò fu permanentemente negato, poiché il
Governo militare si servì, anche per questo, del controllo abusivo che esercitava sui mezzi di comunicazione
di massa, trasformati in organismi di confusione e di disinformazione dell'opinione pubblica".
"Quanto alla loro origine, in alcuni casi si trattava di centri che già prima funzionavano come centri di
detenzione. In altri casi si trattava di locali civili, edifici della polizia e, anche, centri delle stesso Forze Armate
adattati appositamente perché funzionassero come CCD. Tutti dipendevano dall'autorità militare che aveva la
giurisdizione della zona".
"La desapariciòn aveva inizio con l'entrata in questi centri, perché veniva soppresso ogni contatto con
l'esterno. Da qui deriva la denominazione di "pozzi" che veniva data a questi antri nel gergo repressivo. Non si
trattava solo della privazione della libertà, senza nessuna comunicazione ufficiale, ma di una sinistra forma di
prigionia, che portava la vita quotidiana alle forme più basse di crudeltà e pazzia".
"Il sequestrato arrivava incappucciato, tapicado, e così restava durante tutto il periodo di permanenza nel
luogo; ciò gli faceva perdere la nozione dello spazio, privandolo così non solo di ogni contatto con il mondo
esterno al "pozzo", ma anche con ogni oggetto immediato, oltre il corpo. La vittima poteva essere aggredita in
qualsiasi momento, senza nessuna possibilità di difesa. Doveva imparare un nuovo codice di segni, rumori e
odori per poter indovinare se si trovava in pericolo o se la situazione era tranquilla. Questa fu una delle torture
inflitte, secondo le coincidenti testimonianze ricevute dalla Commissione".
"Nei CCD si usavano numeri per identificare i prigionieri. A volte erano preceduti da lettere, come forme per
sopprimere l'identità dei sequestrati. Si ordinava loro che ricordassero i numeri, appena entravano nel CCD,
perché con quelli sarebbero stati chiamati per andare al gabinetto, alle sessioni di tortura e per essere
trasferiti. Questo sistema non solo serviva per far perdere la propria identità al prigioniero, ma aveva anche lo
scopo che nessuno, né guardie, né carcerieri, lo conoscesse, in modo da impedire che trapelassero
all'esterno i nomi dei detenuti".
"I CCD furono innanzitutto dei centri di tortura, disponendo di personale "specializzato" ed ambienti adatti a
tale scopo, chiamati eufemisticamente "chirofani", oltre a una serie di strumenti utilizzati nelle diverse tecniche
di tormento. Le prime sessioni di tortura volevano ottenere un ammansimento del nuovo arrivato ed erano
affidate a personale generico. Appena si era stabilito che il detenuto poteva offrire qualche informazione
interessante, iniziavano le sessioni dirette da aguzzini specializzati. Ciò significa che non si arrivava a una
previa valutazione per stabilire se il sequestrato avrebbe potuto fornire elementi interessanti. A causa di
questa metodologia indiscriminata, furono sequestrati e torturati membri dei gruppi armati, i loro familiari,
amici o compagni di studio o lavoro, militanti di partiti politici, sacerdoti o laici impegnati nella problematica dei
poveri, attivisti studenteschi, sindacalisti, dirigenti di quartiere e, in un elevato numero di casi, persone senza
nessun tipo d'impegno sindacale o politico. Era sufficiente apparire in una rubrica telefonica per diventare
immediatamente il bersaglio dei tristemente celebri "gruppi di lavoro". Si spiega così come molti torturati
accusassero a caso altre persone, pur di far sospendere la tortura".
"Nella maggior parte dei casi, le reclute non prendevano parte alle attività dei CCD. Neppure partecipava la
totalità del personale militare o di sicurezza. La consegna fu di mantenere i CCD come una struttura segreta.
Il personale scelto per effettuare la guardia in tali centri era composto da effettivi della Gendarmeria
Nazionale, del Sistema Penitenziario Federale o della Polizia, sempre sotto il comando di ufficiali delle Forze
Armate".
"Le condizioni durante il tempo di prigionia erano penose. I sequestrati rimanevano stretti su materassini
sudici di sangue, orina, vomiti e sudorazioni. In qualche caso, dovevano fare le loro necessità fisiologiche in
secchi, che poi venivano vuotati; altre volte non si dava loro neppure dei recipienti e quindi eran costretti a
farle per terra. I detenuti dovevano chiedere il permesso alle guardie, le quali aspettavano che fossero molti
ad alzare la mano, perché li portavano al gabinetto solo due volte al giorno. Erano portati in "trenino", stretti
alla cintura o alle spalle di chi li precedeva, visto che non veniva loro tolto il cappuccio. Ciò si ripeté in quasi
tutti i campi, con molte somiglianze, e costituiva uno dei momenti in cui le guardie approfittavano per
soddisfare i propri impulsi sadici, colpendo indiscriminatamente i detenuti. Questi, fossero uomini o donne,
dovevano fare la doccia o compiere le proprie necessità fisiologiche alla presenza dei carcerieri. In alcuni
campi i prigionieri facevano la doccia in gruppo, rimanendo incappucciati. L'igiene nei gabinetti e nelle celle
dipendeva dal buono o cattivo umore dei carcerieri. Ci furono casi in cui le donne furono obbligate a pulire gli
orinatori degli uomini con le mani. Questa mancanza estrema di igiene portava con sé la conseguenza che i
detenuti si riempivano di pidocchi, e qualche volta venivano aspersi con insetticidi, come fossero bestie".
"In questi centri di prigionia la parola "trasferimento" era associata all'idea di morte. I "trasferimenti" erano
vissuti dai detenuti con orrore e con speranza, allo stesso tempo. Si diceva loro che sarebbero stati portati ad
altri centri o fattorie in cui avrebbero ripreso le loro condizioni fisiche, allo scopo d'evitare resistenze.
Ignoravano dove darebbero stati condotti, se ad un altro centro o alla morte, ciò che generava una paura
continua e profonda. Per i "trasferimenti" i detenuti erano generalmente spogliati dei loro vestiti e scarsi
oggetti, che poi venivano bruciati. A volte venivano fatte loro delle iniezioni per intontirli. Si cercava di calmarli
dando loro speranze di una remota possibilità di vita, sentimento che diventava assai forte per il solo fatto
d'essere circondati di morte ed orrore. Si sono raccolte numerose testimonianze circa il trattamento che
veniva riservato a coloro che sarebbero poi apparsi come "morti in scontri". Tali prigionieri, alcuni giorni prima
di essere fucilati, ricevevano una migliore alimentazione, con migliore trattamento igienico, erano invitati a
farsi una doccia, perché sarebbe stato difficile spiegare all'opinione pubblica l'apparizione di "estremisti
abbattuti in scontri" presentando cadaveri magri, torturati, barbuti e pezzenti. Ciò costituiva una crudeltà
inimmaginabile, visto che creava speranze di vita nell'individuo, proprio quando il suo destino era la morte".
"Nella maggioranza dei grandi centri di prigionia le autorità ottennero, mediante tortura, diverse forme di
collaborazione da alcuni detenuti. Crearono con loro dei gruppi che, spesso, come corpi ausiliari, compivano
attività di manutenzione e amministrazione dei CCD o, in minor grado, funzioni direttamente collegate alla
repressione. Così molti uscivano a lanchear, che nel gergo della repressione significa percorrere la città con i




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catturatori per identificare lungo la strada altri membri del proprio gruppo politico; furono denunciati casi in cui
membri di tali gruppi politici intervennero direttamente nell'applicazione di torture ad altri detenuti".
"Nel corso dell'attività della Commissione è stato affrontato il tema della morte. La morte come conseguenza
della tortura, delle scariche elettriche, dell'immersione, del soffocamento; la morte di massa, collettiva o
individuale; la morte premeditata; la morte come conseguenza di lancio in mare, di fucilazione.
In Argentina, per tradizione, il diritto positivo ha sempre escluso la pena di morte. Durante il governo militare,
tale diritto fu ignorato e la pena di morte fu inclusa nella legislazione penale. Il provvedimento fu giustificato
con l'argomento che era necessario prevenire i più gravi delitti della sovversione. Anche così, ci fu un rifiuto
istintivo alla sua applicazione. Si pensò che con la sua introduzione si potesse dissuadere gli antosociali dal
consumare i peggiori delitti, o che il giudizio previo dei tribunali militari avrebbe limitato la sua applicazione,
infliggendola solo in casi eccezionali. Nessun Consiglio di guerra, infatti, inflisse tale terribile condanna. Ma la
realtà fu ben altra. Ci furono migliaia di morti. Nessun caso fu deciso dai tribunali civili o militari; nessuno fu
conseguenza di una sentenza. Detto in termini tecnici, si trattò sempre di omicidi "qualificati". omicidi mai
indagati in forma approfondita e dei quali non furono mai puniti in alcun modo i responsabili. In conclusione, il
regime che considerò indispensabile modificare la tradizione giuridica, introducendo nella legislazione la pena
capitale, mai ne fece uso".
B) Obiettivi
Il teste Enrico Calamai ha evidenziato che il "golpe" aveva come obiettivo il raggiungimento della pace
sociale, dell'ordine e della stabilità, attraverso l'eliminazione di qualunque possibile oppositore: sindacalisti,
intellettuali, studenti, soprattutto i giovani, i quali, "per il fatto di essere giovani già erano sospettati di
collusione con la lotta armata, al di là di qualunque credibilità".
Il teste Italo Moretti ha poi precisato che le Forze Armate studiarono bene "un piano per sterminare tutti gli
oppositori, oppositori anche ideologici; questa è l'anomalia della tragedia argentina, non gli oppositori in armi,
ma chi dissentiva sul piano economico, sul piano sociale; chi faceva il catechismo nelle borgate era
considerato un sovversivo; in quanto tale veniva sequestrato e ucciso, perché frequentare i poveri era
sovversione".
Il teste Horacio Verbitsky ha poi detto, in chiave di paradosso, cosa si intendeva per sovversivi e chi
bisognava perseguire: "primo, i sovversivi; secondo, quelli che simpatizzavano con i sovversivi, terzo, gli amici
di quelli che simpatizzavano con i sovversivi; quarto, 'quello che a me piace, perché io sono il capo'".
Sul fatto che tra le categorie maggiormente colpite dall'attività repressiva della dittatura militare vi fosse in
primo luogo quella dei sindacalisti, hanno deposto numerosi testimoni. Tra questi Victor Roberto De Gennaro,
attuale Segretario generale della Centrale dei lavoratori argentini, il quale ha riferito che le Forze Armate,
d'intesa con i maggiori gruppi economici, si prefiggevano di "rompere la presenza della parte lavoratrice del
popolo, che a quel tempo portava avanti un processo di democratizzazione sindacale, di miglioramento della
qualità di vita dei lavoratori e del popolo in generale"; nelle principali fabbriche del Paese vennero pertanto
licenziati o sequestrati, torturati e anche uccisi i dirigenti e i delegati dei sindacati democratici (che si
contrapponevano ai sindacati filogovernativi) e un gran numero di lavoratori in qualche modo coinvolti in
attività sindacale.
In senso conforme hanno testimoniato Jorge Eduardo Velarde, Luis Benencio, Juan Sosa Zarate (all'epoca
dipendenti dei cantieri navali Astarsa e compagni di lavoro di Martino Mastinu, una delle parti lese di questo
processo).





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Josè Luis Garcia (colonnello dell'Esercito argentino in congedo) ha ribadito che venivano considerati
oppositori del regime non soltanto coloro che facevano parte dei gruppi organizzati per la guerriglia e, in
genere, per la lotta armata, ma anche tutte le persone che avevano una ideologia sociale o che aiutavano i
poveri.
Ciò è stato confermato da Ramon Torres Molina (all'epoca pubblico ministero del Tribunale Superiore e
attualmente deputato del Parlamento argentino), il quale ha precisato che le persone perseguitate
appartenevano a tutti i settori sociali: generalmente appartenevano all'area del peronismo e della sinistra, ma
vi erano anche coloro che non avevano alcuna militanza politica e avevano soltanto qualche amico che aveva
svolto attività politica; e a volte venivano prese persone i cui nomi venivano riscontrati in agendine di quelli
che erano stati in precedenza sequestrati.
Eugenio Raul Zaffaroni (all'epoca giudice federale, poi sottosegretario alla Giustizia e oggi docente di diritto
penale) ha dichiarato che tra i desaparecidos vi furono più di 120 avvocati, i quali, nella quasi totalità, vennero
sequestrati no n per la loro militanza politica, ma perché avevano firmato gli habeas corpus, cioè le istanze
presentate presso i luoghi legali di detenzione per accertare la presenza di una persona, di un corpo. Ha poi
aggiunto che oggetto di persecuzione furono anche molti ebrei (coerentemente con una tradizione antisemita
da tempo presente nelle Forze Armate e, in genere, nella società argentina) e tra di essi, in particolare, gli
psicologi e gli psicanalisti.
Analoghe dichiarazioni sono state rese da Eduarlo Lui Duhalde (all'epoca avvocato e attualmente giudice
della Corte di assise di Buenos Aires), il quale ha indicato, tra le persone prese di mira dalla dittatura, oltre
agli avvocati, ai sindacalisti e agli studenti, anche i giornalisti, ed ha precisato che solo il 15% dei
desaparecidos, calcolati complessivamente in circa 30.000, potevano considerarsi sovversivi.
Nello stesso senso si è espresso Julio Cesar Strassera, che svolse le funzioni di pubblico ministero nel
processo a carico di Videla e degli altri membri delle Giunte militari.
Maria Laura Bretal (all'epoca educatrice in un giardino d'infanzia e oggi sociologa presso l'amministratore
provinciale di Buenos Aires), nel parlare della propria vicenda personale e dell'illegale detenzione da lei
stessa subita, ha affermato che tutto ciò che riguardava la sociologia e l'educazione dei bambini veniva
considerata attività sovversiva.
luis Moreno Ocampo, altro pubblico ministero del processo ai membri delle Giunte, ha riferito che molti
genitori vennero sequestrati solo perché erano andati a chiedere cosa fosse accaduto ai loro figli.
Adolfo Esquivel Perez (all'epoca docente presso la facoltà di architettura di La Plata e rappresentante di
un'organizzazione ecumenica laica per la difesa dei diritti umani, premio Nobel per la pace), infine, nel
raccontare del sequestro e delle violenze che egli stesso aveva subito, ha detto che il genocidio in Argentina
interessò tutti i settori sociali e la guerriglia fu presa come scura per aggredire tutto il corpo sociale, tant'è che
vennero fatti scomparire molti giovani che lavoravano con i settori più poveri e con gli emarginati e non
avevano nulla a che fare con la lotta armata, e vennero uccisi persino diversi sacerdoti e ragazzi di soli 13 o
14 anni (colpevoli di aver manifestato per ottenere una riduzione sui biglietti degli autobus per recarsi a
scuola).
C) Reazioni
Come si è visto, il colpo di stato giunse in un momento di profonda crisi economica e politica, allorché nella
popolazione argentina era diffuso un desiderio di maggiore ordine sociale, essendosi intensificate le azioni




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terroristiche e di guerriglia da parte dei gruppi organizzati per la lotta armata. Inizialmente vi era quindi un
certo consenso o quanto meno, da parte di molti, la convinzione della inevitabilità di un "golpe", poiché non ci
si rendeva effettivo conto della situazione e delle atrocità e delle tragedie che si sarebbero consumate.
Il teste Italo Moretti ha sottolineato che "c'era anche un atteggiamento di scetticismo da parte di vasti settori
della popolazione... se il vicino di casa veniva sequestrato ed essi lo venivano a sapere, commentavano con
una frase che è diventata un po' significativa dell'indifferenza che per anni ha accompagnato la repressione e
l'ha resa possibile: "se l'hanno preso qualcosa avrà commesso". Quindi c'è stata tutta una cornice di
complicità oggettiva ... la tacita approvazione o l'indifferenza della maggior parte della popolazione
argentina".
Nel libro di Horacio Verbitsky si legge che "debole, quasi formale, comunque attendista, fu la reazione
internazionale". Soltanto nel 1979 la Commissione interamericana dei diritti umani dell'Organizzazione degli
Stati americani (Osa) fece una visita in Argentina e solo l'anno successivo pubblicò una relazione finale
denunciando che le migliaia di desaparecidos erano state assassinate dalle forze governative e dando per
certo l'uso sistematico della tortura.
Da parte di qualcuno, si è detto che anche la Chiesa cattolica non prese una decisa e ferma posizione di
condanna.
Il teste Enrico Calamai, infatti, ha riferito che, se da un lato diversi sacerdoti vennero perseguitati per il loro
impegno a favore dei poveri e dei bisognosi, dall'altro le alte gerarchie ecclesiastiche (seguendo la logica
millenaria, secondo cui la Chiesa deve essere sempre presente, qualunque sia il metodo di gestione del
potere) preferirono tenere un atteggiamento "pilatesco" (caratterizzato anche da private frequentazioni del
Nunzio apostolico con personaggi in vista della Giunta militare).
Il teste Moretti, nel parlare del quadro di complicità del quale beneficiarono i militari argentini, ha ricordato che
nel 1978 l'ammiraglio Massera venne ricevuto dal papa Paolo VI in un'udienza in Vaticano; e che il cardinale
Carlo Aramburu, nel corso di un'intervista tenuta a Roma nel 1982, arrivò al punto di convalidare la falsa tesi,
sostenuta pubblicamente dal Governo argentino, secondo cui una gran parte dei desaparecidos vivevano
all'estero o clandestinamente nel loro stesso Paese.
Nel libro "Il volo" si legge che l'arcivescovo monsignor Adolfo Tortolo, quando nel 1975 vennero inflitte gravi
perdite ai Montoneros in occasione del loro fallito attacco ad una guarnigione militare, annunciò ad un
pubblico di imprenditori che si stava avvicinando un processo di purificazione; e nel 1976, dopo il colpo di
stato, in una riunione dell'Episcopato, difese la tortura con argomenti teologici. Nello stesso libro si legge,
altresì, che nel 1979, in occasione della visita della Commissione dei diritti umani, i prigionieri dell'Esma
vennero nascosti in un campo di concentramento clandestino provvisoriamente allestito su un terreno di
proprietà ecclesiastica, in un'isola nel delta del Paranà, destinata al relax settimanale del cardinale Aramburu.
Si è sostenuto, inoltre, che una adeguata presa di posizione, nei riguardi della vicenda dei desaparecidos, che
pure interessava un gran numero di cittadini italiani, non si ebbe neppure in Italia, dove l'attenzione politica
era distratta dal terrorismo dilagante in quegli anni.
Atale proposito, il teste Moretti ha fatto presente che tra i due paesi vi erano rilevanti rapporti economici
(essendo l'Argentina interessata, tra l'altro, all'acquisto di armi e di imbarcazioni militari) e che assai stretti
erano i legami tra alcuni capi militari argentini e la Massoneria deviata di Licio Gelli. Ha poi affermato che
l'ammiraglio Massera (dal quale dipendeva l'Esma, uno dei più famosi luoghi di tortura e di repressione) era
stato appoggiato da Gelli nella sua nomina al comando della Marina e, in cambio, quando entrò a far parte
della Giunta, si adoperò per far aprire in brevissimo tempo a Buenos Aires gli sportelli del Banco Ambrosiano,





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che era in mano alla P2; e lo stesso Massera, quando andò in congedo e si diede alla politica, venne ancora
appoggiato e finanziato dal Banco Ambrosiano. Il teste ha sostenuto, infine, che alla P2 apparteneva anche
Carlos Guillermo Suarez Mason, comandante del I corpo dell'Esercito; e che l'esistenza di questi legami
poteva dare una spiegazione del perché la tragedia argentina non avesse trovato il giusto spazio sulla stampa
italiana e, in particolare, su giornali come "Il Corriere della Sera", che in quel tempo era controllato dalla P2.
Un atteggiamento di indifferenza e di silenzio, secondo quanto riferito dal teste Calamai, venne tenuto anche
dall'ambasciatore d'Italia a Buenos Aires, il quale accolse l'invito dei militari a negare l'asilo politico alle
persone ricercate, come se effettivamente si trattasse di delinquenti comuni, oggetto di normali operazioni di
polizia.
La teste Angela Boitano, confermando quanto sostenuto dal Calamai, ha dichiarato che un ben diverso
comportamento venne tenuto, invece, dai funzionari del Consolato italiano, i quali si adoperarono in tutti i
modi per fare aiuto ai cittadini italiani perseguitati dal regime militare.
3) Le testimonianze su omicidi, sequestri e torture
Durante l'istruttoria dibattimentale hanno deposto davanti a questa Corte numerosi familiari di desaparecidos,
i quali, con comprensibile partecipazione emotiva, hanno raccontato le loro drammatiche storie. Sono state
sentite anche diverse persone che hanno subìto personalmente sequestri, illegali detenzioni e torture e che
hanno avuto la fortuna di riacquistare la libertà e di salvare la vita. Tutti hanno puntualmente confermato la
metodologia dell'azione repressiva, negli stessi termini della relazione della Conadep, della quale si è
riportata una fedele sintesi.
La prima ad essere ascoltata è stata Angela Boitano, rappresentante dell'associazione delle madri di plaza de
Mayo, la "madri coraggio" che per anni si sono battute per accertare la verità sulla scomparsa dei loro figli. La
donna ha riferito di aver subìto, ad opera della dittatura militare, la perdita dei suoi unici figli: Michelangelo e
Adriana Silvia. Il primo, studente di architettura, delegato studentesco, militante nella gioventù universitaria
peronista, venne sequestrato il 29 maggio 1976; da allora non seppe più nulla di lui. Quando apprese del
sequestro, si rivolse ad un suo cugino ammiraglio di Marina, cercando inutilmente di avere notizie. Per diverso
tempo non presentò denunce né richieste di habeas corpus, poiché sperava che il cugino potesse rintracciare
Michelangelo e temeva che ogni diversa iniziativa potesse peggiorare la situazione. Il 24 aprile 1977, sotto i
suoi occhi, le venne sottratta pure Adriana Silvia, studentessa della facoltà di lettere, anch'ella appartenente
alla gioventù universitaria peronista. La ragazza stava uscendo in sua compagnia da una chiesa di Buenos
Aires, quando venne presa per le spalle da due uomini in borghese e messa dentro una macchina, che si
allontanò subito a grande velocità. Venne nuovamente interessato il cugino ammiraglio, che però non riuscì
ad avere notizie; Nel 1979 un compagno di scuola di sua figlia le disse di averla vista, circa dieci giorni dopo il
sequestro, in un campo di concentramento clandestino, che non sapeva indicare e dove anch'egli era stato
per un certo tempo ristretto.
Maria Rufina Gastori ha dichiarato che suo marito Oscar Ramirez, operaio presso i cantieri Astarsa
(compagno di lavoro di Martino Mastinu), a causa della sua attività sindacale subì due sequestri (uno nel
dicembre 1975 e l'altro nel settembre 1977) e dal secondo non uscì più vivo; sulla base di testimonianze
raccolte dalla Conadep, si venne a sapere che era stato trovato morto nel CCD Campo de Mayo.
Di questo omicidio ha parlato anche il teste Juan Carlos Scarpati, il quale ha riferito di essere stato a sua volta
sequestrato e ristretto presso il Campo de Mayo e di aver avuto occasione di vedere il cadavere del Ramirez,
conosciuto con il soprannome "La Fabiana", poiché venne esposto per un pomeriggio e per la mattina
seguente nel cortile di quel campo di concentramento.




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Marte del Carmen Francese, appartenente ad una famiglia benestante di Buenos Aires, ha narrato una delle
storie più tragiche. Il 9 novembre 1976 venne fatto sparire suo figlio Marcelo, studente di ingegneria,
appartenente alla gioventù universitaria peronista. Suo genero Jorge Devoto, tenente della marina di guerra
(marito della prima figlia), apprese nei giorni seguenti da un altro ufficiale che Marcelo era stato ucciso con
colpi di arma da fuoco, mentre si trovava in strada, disarmato e munito di regolari documenti, ed era stato poi
seppellito presso il cimitero di La Plata in una fossa comune con la dicitura "n.n.". Il tenente Devoto effettuò il
riconoscimento e, per recuperare la salma e trasportarla presso la tomba di famiglia, dovette far scoprire
moltissimi cadaveri (tra i quali vi era anche quello di un amico di Marcelo, che i genitori stavano ancora
cercando, credendo che fosse in vita). Verso il gennaio del 1977, durante la loro assenza, venne eseguita una
perquisizione presso una loro abitazione di La Plata e venne sequestrato un loro autista. Suo marito Antonio
Bettini (magistrato, docente presso le Università di Buenos Aires e di La Plata, presidente dell'Azione cattolica
universitaria e del Movimento familiare cristiano) si recò allora presso vari commissariati di polizia, insieme a
suo genero, per avere notizie dell'autista. Durante questi giri, vennero fermati da alcuni uomini armati, i quali,
sotto la minaccia di pistole, li fecero proseguire sino al bosco di La Plata, dove suo marito venne
incappucciato, fatto salire su un'altra auto e portato via, mentre suo genero venne lasciato sul posto, dopo
che gli erano state sottratte le chiavi della macchina e gli era stato detto di non muoversi. Il tenente Devoto
rimase nei giorni successivi a La Plata per fare ricerche e presentò anche una richiesta di habeas corpus. Nel
frattempo, presso l'abitazione del Devoto in Buenos Aires, venne eseguita una perquisizione notturna, nel
corso della quale vennero rubate le cose di valore. Suo genero riuscì allora a farsi fissare un appuntamento
con gli alti vertici della Marina presso gli uffici del comando in Buenos Aires; il 21 marzo 1977 si recò da solo
a questo appuntamento, ma non fece più ritorno. Ai parenti venne detto che la Marina lo teneva con sé per
proteggerlo. Dopo aver cercato invano di avere notizie dei tre familiari sequestrati, non riuscendo ad avere
ascolto presso l'episcopato argentino (tanto da formarsi la convinzione della sua complicità con la dittatura),
decise di lasciare il Paese e di recarsi, con la parte restante della famiglia prima in Uruguay e poi in Spagna.
Venne in seguito a sapere che, nel marzo del 1977, una loro villa sita nei pressi di La Plata era stata
saccheggiata da militari dell'Esercito, i quali avevano ucciso due dei custodi ed avevano portato via anche il
mobilio. Il 3 novembre 1977 persone armate fecero irruzione nell'abitazione di sua madre (una vedova di 76
anni, appartenente all'alta società argentina e dedita alle opere di carità) e la sequestrarono; da allora non
fece più ritorno; nel 1985 la sua salma venne ritrovata in una fossa comune, insieme ad altri 200 cadaveri in
un cimitero sino in un sobborgo di Buenos Aires. Apprese poi che suo marito, per un certo periodo, era stato
ristretto prezzo il campo La cacha, dove era stato sottoposto a torture. Nell'ottobre 1997 l'ufficiale di Marina
Adolfo Scilingo ammise di aver partecipato ai "voli della morte" e dichiarò che tra le persone uccise con quel
barbaro sistema vi era il tenente Devoto, del quale ricordava il fatto che era l'unico che non era stato drogato
prima di essere gettato in mare dall'aereo.
Un'altra tragica vicenda è stata raccontata da Remi Vensentini, cittadino italiano, nato in Francia da genitori
provenienti da Verona, padre di due figli/ Marcelo (allora studente di architettura, detenuto politico per sei
anni, attualmente deputato a Buenos Aires) e Rosalba (studentessa di scuola secondaria, desaparecida dal 2
settembre 1977, allorché aveva solo 19 anni). Il 13 aprile 1976 lo stesso Vensentini venne ammanettato,
bendato e sequestrato insieme a sua moglie e nella sua abitazione vennero rubati gioielli ed altri oggetti di
valore. Presso il Campo de Mayo venne torturato diverse volte con il "sub marino" (consistente
nell'immersione della testa in un recipiente pieno d'acqua, sino ai limiti dell'asfissia) e poi con la corrente
elettrica nella bocca, sui membri genitali e nell'ano. Dopo 11 o 12 giorni venne liberato insieme a sua moglie;
entrambi vennero abbandonati in una campagna, legati e bendati e, solo dopo che i militari se ne erano andati
via, egli si rese conto che non volevano ucciderlo e che vicino a sé aveva la moglie. In seguito venne a
sapere che sua figlia Rosalba era stata ristretta per un certo periodo presso il CCD Club Atletico; di lei si
erano però poi perse le tracce.





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Un'altra terribile vicenda è stata riferita da Laura Bonaparte, una delle fondatrici della associazione delle
madri di Plaza de Mayo, che perse, sotto il regime militare, il marito, un figlio, due figlie e due generi. Alle
10,30 del mattino del 24 dicembre 1975 fu sequestrata sua figlia Aida Eleonora (studentessa di matematica e
madre di un bimbo ancora in fase di allattamento), che si era recata presso le Villas miserias (luogo ove
dimoravano persone in disagiate condizioni e dove lei faceva del volontariato, insieme a religiosi, insegnando
a leggere e scrivere a persone adulte), per prestare i primi soccorsi agli abitanti di un edificio che era stato
bombardato il giorno prima. Alcuni militari dell'Esercito fermarono la ragazza e, avendola trovata senza
documenti, la portarono in una caserma. Nei giorni seguenti cercò in tutti i modi di conoscere la sorte della
figlia e venne poi a sapere che, mentre la facevano passare davanti ai corpi degli abitanti delle Villas miserias
uccisi, un militare l'aveva spinta e, avendo lei cercato istintivamente di togliergli l'arma, le aveva rotto la testa
con il calcio di una pistola. Chiese allora che le venisse restituito il cadavere della figlia, ma le venne risposto
che le avrebbero consegnato le sue mani tagliate e riposte in un contenitore di vetro. Insistette per riavere il
corpo intero e, avendo ricevuto una risposta negativa, avviò un processo contro le Forze Armate; da quel
momento iniziò la distruzione della sua famiglia. Mentre si trovava in Messico, dove era andata a trovare il
suo primo figlio (un giornalista di 24 anni che si era allontanato dall'Argentina perché minacciato dalla Triplice
A), venne a sapere che avevano sequestrato anche suo marito (dal quale era da tempo separata, ma con il
quale aveva iniziato la causa per riavere il corpo della figlia) e che, nel portarlo via, gli avevano urlato: "come
un ebreo di merda si permette di avviare un processo contro le Forze Armate?". L'11 maggio 1977 i militari
fecero irruzione nell'abitazione della figlia ventunenne Irenita, che teneva in braccio Hughito (figlio di Aida
Eleonora) e per mano la sua bambina Vittorita. Davanti ai bambini torturarono il marito di Irenita e poi
portarono via entrambi, consentendo loro di lasciare i piccoli al portiere dello stabile. Il 19 maggio 1977 i
militari irruppero anche in casa del figlio Victor e, dopo aver parzialmente distrutto l'edificio facendovi
scoppiare una granata, lo trascinarono via insieme alla sua campagna Cantina Levi, mentre la loro bambina di
due anni e mezzo venne consegnata ad una vicina. Di Irenita, di Victor e dei rispettivi marito e compagna, non
riuscì ad avere altre notizie. I suoi figli non facevano parte di organizzazioni che svolgevano attività politica,
ma (tranne quello giornalista) erano ancora studenti; veniva però considerata un'azione politica quella di
aiutare la gente povera. Nel 1984 venne a sapere dove era stata seppellita Aida Eleonora, ma quando venne
aperta la fossa vide all'interno sei femori e soltanto due crani e si rese così conto che era questo il motivo per
cui non le avevano voluto consegnare il cadavere e che era vero quanto si diceva circa il fatto che i corpi
venivano fatti a pezzi per non farli riconoscere. I resti di suo marito, invece, vennero trovati in una fossa dove
erano state bruciate diverse persone; tutte presentavano un foro di proiettile alla nuca. Riconobbe il padre dei
suoi figli da una parte del viso che era stata risparmiata dal fuoco: un orecchio, i baffi, una ciocca di capelli
bianchi. Nella stessa fossa vi era anche il corpo di una giovane di circa venti anni in avanzato stato di
gravidanza: con il calore le era scoppiato il ventre e il bambino che aveva in grembo era stato espulso; il
cordone ombelicale era rimasto attaccato alla placenta della madre. Strazianti (anche se non perfettamente
articolate) sono state le frasi con le quali la Bonaparte ha aperto e concluso la sua deposizione: "la colpa dei
miei figli è stata quella di nascere"; "non esiste una madre di desaparecidos, siamo madri soltanto quando
abbiamo dei figli che sono vivi; la funzione materna non può essere esercitata su delle persone che non ci
sono, è il figlio che ci qualifica come madri; quando ci lasciano senza figli, non c'è un modo per chiamarci,
soltanto come donne che siamo state madri; in Argentina c'è una figura nuova e si tratta di una crudeltà che è
impossibile descrivere; quando un bambino perde i suoi genitori viene chiamato orfano, quando un uomo o
una donna perde l'altra parte della coppia si chiama vedovo o vedova, ma quando l'Esercito si appropria di
figli come possiamo essere chiamate?".
Marta Rondoletto ha dichiarato che il 12 novembre 1976 vennero sequestrati suo padre Pedro, sua madre
Maria Senador, suo fratello Jorge Osvaldo, sua sorella Silvia Margarita e sua cognata Susana Bermeco (che
era in stato di gravidanza). Poté poi accertarsi che tutti erano stati portati presso la Companìa de Arsenales




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Miguel de Azcuénaga di San Miguel de Tucumàn. Altre notizie si ebbero solo con riferimento a suo padre ed
a suo fratello. Due gendarmi della Forza di sicurezza, infatti, testimoniarono che entrambi erano stati fucilati
vicino ad un pozzo, dove poi erano stati gettati e bruciati insieme a legna, pneumatici e carburante; suo padre
non era morto con la fucilazione e venne gettato nel rogo senza il colpo di grazia. I suoi fratelli e sua cognata
erano militanti della Gioventù peronista e dirigenti studenteschi, ma non avevano mai aderito alla lotta armata.
Tra coloro che hanno riferito su detenzioni illegali e torture personalmente subite vi è José Luis Cavalieri,
allora studente di medicina a La Plata e militante nella Gioventù universitaria peronista. Venne sequestrato il
3 maggio 1977, quando aveva venti anni ed era in compagnia della sua ragazza (anch'essa facente parte
dello stesso movimento studentesco) alla fermata di un autobus. Entrambi vennero ammanettati,
incappucciati, gettati sul pavimento di un camion e portati via (mentre alcuni militari tenevano i piedi con gli
stivali sopra i loro corpi). Arrivati in un luogo di detenzione, li separarono ed gli venne messo in una stanza,
dove gli tolsero il cappuccio e lo fecero riconoscere da altri ragazzi, che lo invitarono a non resistere. Poiché
egli continuava a nascondere la propria vera identità, lo spogliarono e lo fecero sdraiare su una brandina con
le mani legate a dei ganci che erano sul muro e con le caviglie tenute ferme da cinghie. Lo colpirono quindi
con pugni e gli applicarono scariche elettriche sui piedi, sulla punta dell'alluce e del pene, sui testicoli e
sull'addome; lo picchiarono poi con un manganello sulle gambe e sulle ginocchia, dicendogli "parla, perché se
no ammazziamo la ragazza". Usarono quindi un altro apparecchio e gli diedero scariche elettriche di
maggiore intensità sull'addome e sul torace. Dopo avergli tolto il cappuccio (essendosi accorti che riusciva a
non urlare mordendo la stoffa) e dopo averlo bendato, utilizzarono un terzo apparecchio con scariche ancora
più forti alla testa, sui capezzoli, nel naso, in bocca e sugli occhi. Ogni tanto egli aveva dei collassi e allora si
fermavano per qualche minuto e lo innaffiavano con acqua, per far passare meglio la corrente. Gli applicarono
poi un sacchetto di plastica intorno al capo ed egli cercava di non respirare, sperando così di morire e di
smettere di soffrire; loro però riuscivano a portarlo sino alla soglia tra la vita e la morte, togliendo appena in
tempo il sacchetto. Le scariche elettriche erano così forti che il suo corpo sobbalzava, tanto che a un certo
punto si spezzò una cinghia che gli teneva ferma una caviglia; la sostituirono con una corda, che venne
stretta in modo da causargli un buco nella carne (che in seguito si infettò, lasciandogli una evidente cicatrice).
Il giorno seguente, pur non riuscendo neppure a camminare, venne sottoposto a nuove torture: gli applicarono
scariche elettriche sull'ano e lo colpirono ancora con un manganello. In seguito venne a sapere che quel
campo di concentramento si chiamava La cacha: era stato battezzato così perché, tra i personaggi di un
cartone animato, molto seguito dai bambini in televisione, vi era una strega che faceva sparire le persone e
che aveva appunto quel nome. Vi rimase sino ai primi giorni di settembre del 1977, allorché venne trasferito in
un campo di La Plata, dove fu rinchiuso per oltre un mese in una cella, sdraiato in terra, ammanettato ad un
ferro che era ancorato al pavimento. Successivamente venne portato in un carcere legale, dopo che, non
riuscendo più a resistere alle torture, aveva fatto i nomi di alcuni ragazzi militanti nel suo stesso movimento. In
seguito suo padre, essendo figlio di italiani, riuscì a fargli ottenere, tramite il Consolato di Buenos Aires, la
cittadinanza italiana; poté così usufruire della norma che consentiva ai detenuti senza processo, cittadini
stranieri, di uscire dall'Argentina. Venne quindi messo su un aereo che lo portò a Roma, dove ancora oggi si
trova, vivendo nella disperazione (chiaramente manifestata nel corso della deposizione) per essere stato
costretto a fare i nomi di alcuni suoi compagni (uno dei quali aveva poi appreso essere stato sequestrato e
ucciso).
Altre atrocità sono state riferite da Norma Victoria Berti, che allora aveva 21 anni, studiava Scienza
dell'educazione all'Università ed apparteneva ad un movimento studentesco che era stato messo al bando dal
regime militare. L'11 novembre 1976, mentre stava camminando per le strada di Còrdoba insieme ad una
compagna di studi, vide delle persone armate, in borghese, uscire da alcune autovetture e intimare l'alt,
sparando in aria. Cercò di fuggire, ma inciampò e cadde in terra, venendo subito raggiunta da quattro o
cinque uomini, i quali la colpirono violentemente, la ammanettarono, le misero della paglia in bocca e la





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bendarono; la infilarono poi nel cofano di una delle macchine, dove probabilmente svenne; in quanto non
riusciva a respirare bene. Quando la fecero scendere dall'auto, la portarono in una specie di capannone, dove
la legarono ad una brandina metallica e la torturarono con la "picana", un apparecchio con degli elettrodi con
cui le davano scariche di corrente elettrica. Dopo una seconda sessione di torture, la portarono in un
padiglione, dove c'erano 20-30 persone sdraiate su materassi di paglia; la misero in un angolo, bendata,
dietro un paravento, in modo che non potesse vedere gli altri; rimase in quel posto per una settimana e per
altri dieci giorni fu ristretta in un diverso campo, per poi essere trasferita in un carcere legale di Còrdoba, dove
restò detenuta per tre anni. Le venne così concesso un grande privilegio, in quanto le venne salvata la vita;
non riuscì però a spiegarsene le ragioni. Le condizioni di vita in questo carcere legale erano simili a quelle dei
campi di concentramento, in quanto si trovava in assoluto isolamento, senza poter vedere i familiari; usciva
solo un'ora per mangiare e in cella aveva soltanto un materasso, una coperta, uno spazzolino da denti e un
buiolo per i bisogni fisiologici. Venne liberata all'improvviso senza aver avuto un processo né una imputazione
e senza aver mai visto né un giudice né un avvocato.
Marco Bechis, il regista del film autobiografico "Grage Olimpo", ha riferito di essere stato sequestrato verso le
ore 22,30 del 19 aprile 1977, mentre usciva da una scuola serale per maestri elementari a Buenos Aires.
Venne prelevato da otto persone in abiti civili, che lo bendarono e lo trasportarono in un centro di detenzione
(che poi scoprì essere il Club Atletico), dove venne rinchiuso in una cella di un metro e mezzo per due,
incatenato ad un letto di cemento e sottoposto a torture con la "picana" elettrica. Dopo soli sei o sette giorni
venne trasferito in un carcere legale, grazie all'intervento di suo padre, che era un alto dirigente della Fiat ed
era accorso a Buenos Aires, dove aveva interessato il generale Suarez Mason (responsabile della zona
comprendente la capitale federale). Quest'ultimo fece sapere che avrebbe potuto farlo liberale, in quanto era
italiano e non aveva commesso gravi delitti. Dopo quattro mesi di detenzione nel carcere legale, venne
rispedito con un aereo in Italia.
Su questo sequestro ha deposto anche Riccardo Bechis (padre di Marco), il quale ha precisato che, appena
seppe di quanto era accaduto al figlio, si precipitò a Buenos Aires (dove sino all'anno prima aveva lavorato
per conto della Fiat) e si rivolse ad una persona che conosceva Suarez Mazon. In tal modo riuscì a salvare la
vita del figlio ed a far sì che venisse espulso dall'Argentina (dove il giovane era voluto rimanere per realizzare
il suo sogno di fare il "maestro dei poveri").
Dei loro sequestri hanno poi parlato Teresa Mischiatti e Piero Del Monte, entrambi cittadini italiani. La prima
ha detto che, verso le ore 15 del 25 settembre 1976, in una strada di Còrdoba, venne avvicinata da numerosi
uomini, i quali la colpirono con il calcio di una pistola ad una tempia, la gettarono in terra e, dopo averla
legata, la sollevarono e la fecero entrare nella parte posteriore di un veicolo, portandola nel campo di
concentramento La Perla (dove rimase sino al 28 dicembre 1978). La sottoposero quindi ripetutamente a
tortura con due diversi tipi di "picana", una da 120 e l'altra da 220 volt (causandole bruciature di terzo grado
che le hanno lasciato cicatrici in varie parti del corpo, ancora oggi visibili), per costringerla a fare i nomi di altre
persone e, in particolare, del suo compagno, che come lei apparteneva all'organizzazione dei Montoneros. Il
Del Monte (che all'epoca era studente e lavorava in fabbrica, aderendo all'ala sindacale del Partito
Rivoluzionario dei Lavoratori, senza peraltro partecipare ad azioni di guerriglia) ha detto di essere stato
sequestrato da uomini armati, in abiti civili, il 10 giugno 1976 e di essere stato ristretto presso il campo La
Perla sino all'aprile del 1977. In quel campo rimase per mesi con gli occhi bendati, legato e sdraiato su un
materasso di paglia, insieme ad altre persone, molte delle quali morirono in conseguenza delle torture subite
o perché portate al "fosso" dove vennero uccise.
Pablo Alejandro Diaz ha riferito sull'operazione denominata "la notte delle matite spezzate", nella quale
vennero sequestrati 60 ragazzi delle scuole secondarie (di età compresa tra i 16 e i 18 anni), considerati




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potenziali sovversivi perché si erano organizzati ed avevano manifestato per protestare contro il decreto che
aveva disposto l'abolizione dello sconto per gli studenti sui biglietti degli autobus. Verso le 4 della notte sul 21
settembre 1976, mentre stava dormendo insieme ai genitori ed ai fratelli, vide irrompere in casa una
quindicina di militari dell'esercito, i quali lo buttarono sul pavimento e gli coprirono la testa e, dopo aver rubato
tutte le cose di valore, lo portarono con un'auto sino ad un campo di concentramento. In questo campo venne
sottoposto a torture (con scariche di corrente elettrica e immersioni del capo in contenitori d'acqua) e
rinchiuso in una piccola cella con gli occhi bendati e le mani legate dietro la schiena. Il 28 dicembre 1976
riuscì ad avere il trasferimento in un carcere legale, dove rimase ristretto sino al 19 novembre 1981, senza
essere mai processato. Molti di quei ragazzi, che erano stati sequestrati con lui, entrarono invece nelle file dei
desaparecidos.
Hedda Carocoche, madre di Pablo Alejandro Diaz, ha confermato le circostanze relative al suddetto
sequestro ed ha parlato anche di un colloquio avuto, nell'agosto del 1978, con Suarez Mason, al quale si era
rivolta per ottenere la libertà del figlio, che era detenuto da quasi due anni. Il generale si fece portare il
fascicolo di Pablo Alejandro e, dopo averlo letto, le contestò che lo stesso era stato preso il 28 dicembre 1976
mentre distribuiva in strada volantini sovversivi; lei rispose che ciò non era vero, in quanto il ragazzo era stato
portato via il 21 settembre mentre si trovava in casa con i suoi familiari; Suarez Mason si arrabbiò per essere
stato contraddetto e, battendo una mano sul tavolo, ribadì quanto aveva affermato e la minacciò ricordandole
che aveva anche altri figli.
Alcide Antonio Chiesa, all'epoca studente dell'Istituto Nazionale di cinematografia e autore di un film di critica
politica, ha raccontato di essere stato sequestrato il 15 ottobre 1977, insieme alla moglie Norma (che era
incinta di due mesi e, in conseguenza di questo fatto, perse il bambino) ed al padre Alcide Santiago (titolare di
una ditta di alluminio). In occasione del sequestro saccheggiarono la sua abitazione e quella di suo padre,
portando via quasi tutto con un camion e rubando anche le loro autovetture. Venne portato in un luogo di
detenzione, dove venne rinchiuso, bendato e con le mani e i piedi legati, in una cella di un metro e mezzo per
due e, per circa 30 giorni, venne sottoposto a sessioni di tortura quotidiane con la "picana" elettrica e con il
"sottomarino".
Rimase detenuto sino al 29 gennaio 1982 e poi venne liberato, senza che gli venissero spiegate le ragioni sia
della detenzione che della liberazione. Mario Villani, laureato in fisica, appartenente al sindacato dei
professori universitari e componente della commissione per l'energia atomica, ha dichiarato che il 18
novembre 1977, mentre si trovava alla guida della propria auto, fermo ad un semaforo di una strada di
Buenos Aires, venne circondato da tre o quattro macchine, dalle quali scesero alcuni uomini armati, che lo
prelevarono e lo portarono presso il Club Atletico, dove venne più volte interrogato e torturato con colpi di
manganello (tanto da diventare livido dal collo sino alla vita), con la "picana" elettrica e con il sottomarino
bagnato (consistente, come si è visto, nell'immergere la testa dentro un recipiente pieno d'acqua) o secco
(consistente nel coprire le testa con una busta di plastica, stretta intorno al collo, in modo da ostacolare la
respirazione). Queste torture venivano praticate ripetutamente a tutti i detenuti, sino a che non parlavano
oppure morivano (l'80% di costoro rientrò nell'elenco degli scomparsi); il trattamento peggiore era riservato
agli ebrei. Rimase detenuto sino all'agosto del 1981, passando per altri quattro centri di detenzione (El Banco,
Olimpo, Les Malvinas e Esma), tutti rientrati nella zona 1, comandata da Suarez Mason. Per le sue
conoscenze nel campo dell'elettronica venne utilizzato, all'interno dei CCD, per riparare apparecchi di vario
tipo, tra i quali persino la "picana" elettrica (e ciò contro la sua volontà, trattandosi di uno strumento adoperato
per infliggere sofferenze ai suoi compagni di detenzione).
Luis Federico Allega (che all'epoca studiava ingegneria all'università e contemporaneamente insegnava
matematica) ha riferito che, verso le ore 2 della notte tra il 13 e il 14 giugno 1977, mentre dormiva nella casa
dei propri genitori in Buenos Aires, sentì sfondare la porta d'ingresso e vide entrare nella propria stanza alcuni





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uomini, i quali gli puntarono contro un'arma e cominciarono a rovistare dappertutto, rompendo suppellettili e
asportando la televisione, denaro e documenti. Finita questa operazioni, gli misero un cappuccio in testa e lo
portarono fuori, infilandolo a faccia in giù dentro una macchina, tra i sedili anteriori e quelli posteriori. Lo
condussero quindi presso il Club Atletico, dove come prima cosa gli venne assegnato un numero (che da
allora in avanti avrebbe dovuto essere usato al posto del suo nome e cognome, in modo da annullare la sua
identità) e gli venne detto che avrebbe dovuto ricordarlo a memoria, insieme a quelli dei lucchetti delle catene,
con le quali gli vennero legate ad un letto metallico le mani e i piedi. Più volte gli venne applicata la "picana"
elettrica anche sugli occhi (tanto da riportare danni permanenti all'organo della vista), venne percosso e gli
vennero praticate punture di sostanze chimiche. Durante il periodo di detenzione ebbe occasione di assistere
ad un "trasferimento" (traslado) di prigionieri, ai quali prima venne fatta fare una doccia, vennero cambiati gli
abiti e venne fatta una puntura, dicendo loro che sarebbe servita per non soffrire di stomaco in aereo e che
dovevano essere contenti perché sarebbero stati liberati (e per tale motivo vennero costretti anche a cantare);
in realtà dovevano partecipare ad uno dei "voli della morte" e cioè, dopo essere stati drogati, dovevano
essere gettati in mare da un aereo; di quel gruppo facevano parte due suoi amici che non fecero più ritorno. Il
9 luglio 1977, di notte, entrarono nella sua cella e gli dissero: "abbiamo deciso che per te è finita, ti portiamo
fuori, ti mettiamo contro un muro e ti spariamo, perché abbiamo deciso che sei colpevole e ti dobbiamo
uccidere". Insieme ad un altro ragazzo, lo misero incappucciato nel cofano di una macchina. Arrivati davanti al
muro di una palazzina, li fecero scendere entrambi e dissero loro di girarsi, perché li avrebbero dovuti fucilare.
Subito dopo, invece, quelli se ne andarono via e li lasciarono in mutande, insanguinati e con i capelli lunghi,
tanto che il primo passante avvertì la polizia, pensando che fossero scappati da un manicomio. Dopo essere
stato liberato, rimase in Argentina, sperando che con il ritorno della democrazia venissero puniti i responsabili
degli atroci delitti commessi durante la dittatura militare. Quando venne a sapere che a tutti era stato
concesso un indulto, nel 1989, avendo la doppia cittadinanza, decise di trasferirsi in Italia, sperando di
ottenere giustizia almeno in questo Paese; ciò non era però ancora avvenuto, pur essendo trascorsi molti
anni.
Jorge Alberto Allega, fratello di Luis Federico, ha detto di essere stato sequestrato il 9 giugno 1977,
probabilmente perché il suo nome era stato trovato nell'agenda di un suo allievo (sospettato di attività
sovversiva o presunta tale) e malgrado non svolgesse alcuna attività politica e fosse solo simpatizzante degli
oppositori al regime. Venne ristretto prima presso il Club Atletico e poi in altri campi e nei primi 15 giorni
venne sottoposte a torture di ogni tipo. Il 10 luglio 1978 venne liberato, ma non riuscì a comprendere la
ragione.
Eduardo Jorge Kiernen, allora docente e titolare di un negozio di abbigliamento nonché militante del partito
peronista, ha dichiarato che, verso le ore 5 del 9 marzo 1977, mentre dormiva insieme alla moglie Anna Maria
Di Salvo, vide entrare in casa diversi uomini, i quali, dopo aver rotto la porta di ingresso con una mazza, lo
afferrarono per i capelli e lo gettarono sul pavimento, prendendolo a calci e facendolo rimanere in quella
posizione per quasi 40 minuti. Quindi lo portarono in strada, gli coprirono la testa con una specie di coperta e
lo fecero entrare nel portabagagli di un'autovettura. Successivamente presero anche sua moglie e la
sistemarono sul sedile posteriore di un'autovettura, mentre il loro bambino di un anno e mezzo rimase in casa
con la "baby sitter" e venne un seguito affidato alla nonna. Venne quindi portato con la moglie presso il campo
di concentramento Vesubio, dove rimase sino al 20 maggio 1977, subendo torture di vario genere.
Anna Maria Di Salvo, allora maestra elementare e psicologa, ha confermato che il 9 marzo 1977, con le
modalità descritte dal marito, venne sequestrata e portata presso il Vesubio e che il 20 maggio dello stesso
anno venne liberata. Durante la detenzione venne rinchiusa in una stanza, divisa con pannelli di trucionalto in
tanti comparti (in ciascuno dei quali vi poteva entrare una sola persona), dove veniva tenuta in terra con i polsi




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legati da manette fissate ad un gancio attaccato ad una parete; alla sera le venivano messe anche le catene
alle caviglie.
Maria Ines Paleo (che all'epoca aveva 24 anni, era da poco laureata in architettura e non svolgeva alcuna
attività politica) ha riferito che, durante la notte sul 25 luglio 1978, mentre si trovava nella propria abitazione,
venne prelevata, insieme al marito Eduardo Morote ed al loro bambino di dieci mesi, da sette o otto uomini in
abiti civili, i quali ruppero alcune cose e si impossessarono del denaro. Vennero portati in macchina prima
presso l'abitazione della famiglia di Alejandro Gutierres (anch'esso sequestrato e scomparso), per lasciarvi il
bambino, e poi presso un commissariato, dove vennero torturati. Successivamente vennero condotti presso il
campo di concentramento La Cacha, ove lei rimase ristretta, incatenata al letto ed incappucciata, sino al 15
agosto 1978, venendo sottoposta a nuove torture e ad interrogatori, nel corso dei quali le veniva
ripetutamente richiesto di fare i nomi di appartenenti a movimenti studenteschi della facoltà di architettura.
Venne liberata solo dopo che i suoi genitori si erano recati presso il comando del primo corpo dell'Esercito e,
servendosi di un loro conoscente, si erano incontrati con un sottoposto del generale Suarez Mason.
In senso conforme ha deposto Eduardo Morote (che all'epoca era studente di architettura e non si occupava
di politica), precisando che rimase prezzo il campo La Cacha per due soli giorni, durante i quali venne
percosso e torturato con la "picana". Non riuscì a capire le ragioni del suo sequestro e della sua liberazione,
ma si rese conto che per essere sequestrati non era necessario essere legati a determinate ideologie
politiche.
Maria Laura Bretal (che allora era incinta di quattro mesi, lavorava in un asilo infantile ed era delegata
sindacale) ha raccontato che venne sequestrata il 5 maggio 1978 da militari dell'Esercito, i quali, dopo aver
abbattuto la porta di casa, la incappucciarono e la misero sul pavimento di un'autovettura, mentre sua figlia di
tre anni e mezzo venne addormentata con dell'etere (o con qualcosa del genere) e lasciata sola in casa.
Venne quindi portata presso il campo La Cacha, dove rimase, incappucciata ed ammanettata ad una branda,
sino al 22 agosto 1978.
Esquivel Adolfo Perez ha affermato che il 4 aprile 1977, senza che gli venisse contestata alcuna accusa,
venne privato della libertà presso il Dipartimento della Polizia Federale, dove si era recato per rinnovare il
passaporto. Dopo essere stato rinchiuso per 32 giorni in una cela molto angusta, il successivo 5 maggio
venne portato su un aereo e incatenato ad un sedile. Mentre l'aereo volava sulla costa dell'Uruguay e sul Rio
de La Plata, temette che gli avrebbero fatto fare la fine di quelli che venivano gettati vivi in mare. Dopo circa
due ore di viaggio arrivò un contrordine e venne portato presso la prigione di La Plata, dove venne sottoposto
a torture, consistenti in bastonate e docce di acqua fredda. Durante la notte lo svegliavano ogni mezz'ora e di
giorno non gli consentivano di sedersi e lo insultavano continuamente, dicendo che neppure i vescovi o il
papa lo avrebbero salvato. Venne invece liberato nel giugno del 1978 e per altri 14 mesi venne tenuto in
libertà vigilata.
4) L'omicidio di Laura Estela Carlotto ed il sequestro di Guido Carlotto
Sui fatti relativi all'omicidio di Laura Estela Carlotto ed al sequestro del suo figlioletto Guido ha per prima
deposto Enriqueta Estela Barnes, madre della stessa Laura e presidentessa dell'associazione delle nonne
di Plaza de Mayo (quelle donne coraggiose che, sin dai tempi della dittatura, si organizzarono per la ricerca
dei nipoti, scomparsi insieme alle loro figli,e sequestrate in stato di gravidanza e uccise dopo il parto). La
Barnes ha riferito che Laura, la prima dei suoi quattro figli, era studentessa presso la facoltà di storia
dell'università di La Plata e faceva parte della Gioventù peronista; aiutava contemporaneamente il padre
Guido Carlotto nella conduzione di un negozio di vernici ed era sposata dall'età di 18 anni. L'1 agosto 1977,
dovendo fare il trasloco di casa, chiese in prestito al padre un furgoncino, dicendo che lo avrebbe restituito
verso le ore 17. Alle 20,30, poiché Laura ancora non si faceva sentire, il padre si cominciò a preoccupare





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(avendo saputo che a La Plata molti studenti erano stati sequestrati) e decise di recarsi a casa della figlia.
Verso le ore 3 del mattino, non essendo tornati né il marito né la figli, andò lei stessa a casa di Laura per
capire cosa fosse accaduto; poté così constatare che vi era stata un'irruzione dei militari, in quanto vi era la
porta aperta e all'interno tutto era distrutto o in disordine. Le ricerche prontamente fatte presso ospedali e
commissariati ebbero esito negativo, in quanto tutti dicevano di non sapere nulla. Una vicina di casa della
figlia le raccontò che i militari avevano perquisito l'appartamento e, più tardi, essendo rimasti per vedere se
qualcuno rincasava, avevano portato via una persona anziana. Ebbe così la convinzione che si trattava di suo
marito, che era malato di diabete ed aveva bisogno di medicine e di cure speciali. Il giorno seguente i militari
si recarono anche presso la sua abitazione, ma non riuscirono ad attuare il loro proposito, in quanto lei non
era presente, essendosi trasferita con i figli presso parenti; anche Laura era riuscita ad allontanarsi prima che
i militari facessero irruzione in casa sua. Nei giorni successivi intensificò le ricerche del marito, rivolgendosi a
parroci e vescovi di La Plata e andando persino a vedere i cadaveri che a volte apparivano sulle rive del
fiume. Riuscì anche ad avere un colloquio con un alto capo militare, il quale le consigliò di non consegnare
denaro a nessuno; in realtà aveva già dato 40 milioni di pesos ad una persona che le aveva promesso di
salvare la vita del marito. Il 25 agosto 1977 quest'ultimo venne comunque liberato, dimagrito di 14 chili, e le
raccontò che durante i 25 giorni di prigionia era stato sottoposto a torture ed aveva assistito alla eliminazione
di molti giovani. Laura nel frattempo si era allontanata da La Plata e si manteneva con loro in contatto
telefonico ed epistolare; periodicamente si incontrava con il padre, ma con molta preoccupazione, temendo
sempre di essere sequestrata. L'ultimo contatto con Laura lo ebbero il 16 novembre 1977, quando ricevettero
una sua lettera: da allora non poterono più vederla né sentirla. Come aveva già fatto per il marito, riprese con
angoscia la trafila delle ricerche e dei contatti con prelati, politici e militari. Anche in questo caso le chiesero
un riscatto e fu così costretta a consegnare 150 milioni di pesos, senza però riuscire ad ottenere la liberazione
della figlia. Il 17 aprile 1978, presso il negozio del marito, si presentò una donna che raccontò di essere stata
ristretta per un certo periodo in un campo di concentramento insieme a Laura, la quale le aveva detto di
essere in stato di gravidanza al sesto mese e le aveva confidato che se avesse avuto un maschio lo avrebbe
chiamato Guido. Da allora cominciò a cercare il nipote presso tutti i luoghi dove potevano trovarsi bambini, ma
non riuscì mai ad avere sue notizie. Verso la fine di agosto del 1978 ricevette dalla Polizia l'invito a recarsi
presso il Commissariato di Isidro Casanova (a circa 60 chilometri da La Plata) per comunicazioni che la
riguardavano. La informarono così che Laura era morta e che il suo cadavere (insieme a quello di un giovane)
si trovava in un furgone di un'impresa di onoranze funebri. Suo marito e suo fratello non le consentirono di
vedere il corpo di Laura, poiché aveva il volto sfigurato da colpi di arma da fuoco. L'addetto dell'impresa
funebre disse che, se non fossero arrivati in tempo, avrebbe dovuto, secondo gli ordini ricevuti, seppellire
Laura in un cimitero come "n.n."; chiese poi se avessero voluto portar via anche il cadavere del ragazzo, ma
essi risposero negativamente, poiché non sapevano chi fosse. Nel 1980, in Brasile (dove si era recata,
insieme ad altre nonne di bambini scomparsi, per incontrare il Papa), conobbe i coniugi Alcira Rios e Luis
Cordoba, i quali le dissero di aver conosciuto in un campo di concentramento una ragazza di La Plata,
soprannominata Rita, il cui padre aveva un negozio di vernici; aggiunsero che la stessa aveva partorito un
maschietto il 26 giugno 1978 presso l'ospedale militare di Buenos Aires (dove era rimasta solo per alcune ore,
facendo poi ritorno nel luogo di detenzione, senza il figlioletto) ed era stata trasferita il 24 agosto 1978 insieme
ad un ragazzo di nome Carlitos; prima di trasferirla le avevano detto di lavarsi e di cambiarsi, perché sarebbe
tornata dai genitori e dal bambino; in tale occasione Alcira Rios le aveva dato un suo reggiseno di colore nero,
perché lo potesse indossare. Fece vedere ai coniugi Cordoba la fotografia di Laura, che portava sempre con
sé, ed entrambi riconobbero la ragazza di cui avevano parlato e che avevano conosciuto come Rita. Della
figlia Laura ebbe notizie anche da Maria Laura Bretal, la quale le riferì di essere stata con lei ristretta nello
stesso campo (che poi seppe essere quello denominato La Cacha) e di aver constatato che era in stato di
gravidanza e che, dopo il parto, le era stato tolto il bambino. Le indagini promosse dall'associazione delle
nonne di Plaza de Mayo e da altri organismi avevano consentito di ritrovare 68 bambini partoriti da donne




32
sequestrate e poi scomparse, ma si aveva ragione di ritenere che ve ne fossero altri 500 ancora da ritrovare e
che per la maggior parte fossero stati adottati da famiglie di militari o di civili complici o anche da persone
inconsapevoli.
In senso conforme ha deposto Guido Carlotto, il quale ha ribadito di essere stato sequestrato l'1 agosto
1977 presso l'abitazione della figlia Laura, dove si era recato per cercarla. Sino al 25 dello stesso mese
rimase in un luogo di detenzione, dove venne sottoposto a torture con la "picana" elettrica perché dicesse
dove si trovava la figlia. Dopo che sua moglie aveva pagato la somma di 40.000 pesos chiestale per il
riscatto, aveva subito un migliore trattamento e in seguito era stato liberato. Per ottenere la scarcerazione di
Laura avevano versato altri 150.000 pesos e si erano anche rivolto al generale Bignone (allora capo
dell'Esercito), e proprio grazie al suo interessamento erano riusciti a riavere quanto meno il cadavere della
figlia.
Le dichiarazioni della Barnes hanno trovato conferma, inoltre, nelle testimonianze di Alcira Elisabet Rios e
Luis Pablo Nicanor Cordoba (entrambi giornalisti e sindacalisti), i quali hanno riferito di aver conosciuto
Laura Carlotto, soprannominata Rita, presso il centro di detenzione la Cacha, dove anch'essi vennero
rinchiusi dopo essere stati sequestrati. Laura raccontò loro di aver partorito un bambino (cui aveva dato il
nome Guido, come suo padre) presso l'ospedale militare il 26 giugno 1978 e di averlo potuto tenere con sé
solo per cinque ore, sino a quando la riportarono nel campo di concentramento senza il neonato. Verso le ore
24 del successivo 24 agosto, prima di essere trasferita dal campo, Laura ottenne il permesso di salutarli e si
fece dare dalla Rios per ricordo un reggiseno di pizzo nero. Questo indumento venne ritrovato al momento
della riesumazione della salma di Laura Carlotto e venne riconosciuto dalla Rios. Nella tomba di Carlos
Lahitte (il ragazzo che era stato trasferito e ucciso insieme a Laura nel corso della stessa notte tra il 24 e il 25
agosto 1978) vennero trovate le scarpe indossate quella notte dalla Carlotto, scarpe che vennero riconosciute
dal Cordoba.
Presso il centro La Cacha, anche i testi maria Laura Bretal, Maria Ines Paleo ed Eduardo Morote ebbero
modo di conoscere una ragazza chiamata Rita e di apprendere le circostanze relative al parto ed alla
separazione dal suo bambino. Tutti hanno riconosciuto quella ragazza nella fotografia di Laura Carlotto, che
rimase loro impressa per la sua bellezza e per l'intensità del suo sguardo.
Il teste Carlos Anibal Lopez ha dichiarato che il 26 giugno 1978, durante il servizio militare di leva, venne
comandato di guardia presso l'ospedale militare di Buenos Aires, davanti alla stanza di una ragazza, che era
considerata una sovversiva ed aveva partorito all'alba. La porta della stanza era aperta e la ragazza era
seduta sul letto; ebbe così modo di vederla bene in viso e successivamente di riconoscerla nella foto di Laura
Carlotto apparsa su un giornale. La giovane venne portata via dall'ospedale verso le ore 18,30 dello stesso
giorno, e dopo quasi venti minuti, egli video nel corridoio un uomo che si allontanava tenendo in braccio il
bambino che quella donna aveva partorito.
Sulla base delle deposizioni dei testi Rios, Cordoba, Morote e Bretal, si è accertato che il ragazzo, che venne
trasferito da La Cacha e poi ucciso insieme a Laura Carlotto, era Carlos Lahitte. La sorella Beatriz Graciela
Lahitte ha affermato di aver assistito nel 1988, insieme a Luis Cordoba, alla riesumazione del cadavere dello
stesso Carlos, che era stato seppellito in un cimitero come "n.n.": vicino ad una sua gamba vi era una scarpa,
con la suola di sughero alta (come quelle che andavano allora di moda e venivano chiamate "zatteroni"), che
venne riconosciuta dal Cordoba come appartenente alla Carlotto.
Morris Vernon Tidball Binz, nella qualità di componente di una "equipe" di antropologi che venne incaricata
dalla magistratura argentina di svolgere indagini per accertare l'identità e le cause della morte di molti
desaparecidos, procedette alla riesumazione del corpo di Laura Carlotto e di Carlos Lahitte e poté constatare
che entrambi erano morti in conseguenza di colpi di fucile a pallettoni sparati a brevissima distanza, in modo





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da provocare la distruzione totale del massiccio frontale e del cranio. Dalle ossa della zona pelvica della
donna poteva desumersi che la stessa aveva portato a termine una gravidanza. La Carlotto presentava anche
una frattura dell'omero destro, che faceva ritenere che, nel momento in cui venne attinta dallo sparo, cercò
istintivamente di ripararsi il volto con un braccio. Insieme ai resti della giovane venne trovato un reggiseno e
insieme a quelli del ragazzo una scarpa da donna. In base alle caratteristiche delle lesioni subite da entrambi,
poteva categoricamente escludersi che potessero essere stati uccisi nel corso di un conflitto a fuoco.
In senso conforme ha deposto il teste Ramon Torres Molina, attualmente deputato del Parlamento
argentino, il quale ha riferito di aver svolto da giovane attività politica prima nel movimento studentesco e poi
in quello peronista e di avere, per questo motivo, subito insieme alla moglie un lungo periodo di detenzione
(senza processo e con relative torture) dopo l'avvento della dittatura, quando svolgeva le funzioni di
magistrato nella provincia di Santa Cruz. Dopo il ritorno della democrazia esercitò la professione di avvocato
e si occupò del caso di Laura Carlotto, assistendo anch'egli alla riesumazione della sua salma. Ebbe così la
possibilità di constatare che il cranio presentava lesioni prodotte da un colpo di fucile a pallini, sparato da
brevissima distanza, e che dalle ossa del bacino poteva desumersi che la donna aveva partorito.
5) L'omicidio di Norberto Julio Morresi
Dell'assassinio del proprio figlio diciassettenne Norberto Julio ha parlato, davanti a questa Corte, con toni
drammatici e toccanti, Julio Alberto Morresi. Il 23 aprile 1976 (un mese dopo il colpo di stato dei militari)
Norberto uscì di casa dicendo che quella sera sarebbe tornato più tardi, perché doveva festeggiare il
compleanno di un amico. Poiché si era fatta notte e il ragazzo non era tornato, sia lui che la moglie
cominciarono a preoccuparsi. Dopo un po' di tempo ricevette la telefonata di un compagno di Norberto, il
quale chiese sue notizie, dato che non si era presentato a quella festa. Si rivolse allora ad un amico
funzionario di polizia e a diversi commissariati, ma nessuno seppe dirgli nulla. Il giorno successivo, dopo che
aveva passato una notte insonne, ricevette una telefonata anonima, con la quale venne avvertito che forse
Norberto era stato incarcerato. Cominciò allora affannose ed infruttuose ricerche presso vari ospedali e
ancora presso commissariati di polizia; si rivolse a persona amiche, in particolare nell'ambiente militare ed
ecclesiastico, e presentò istanze di "habeas corpus". Si recò anche presso il comando del 1 Corpo
dell'Esercito, dove ebbe un colloquio con un certo capitano Fernandez, il quale gli promise che si sarebbe
interessato. Dopo circa due settimane ricevette la telefonata di una donna, la quale disse di parlare a nome di
Fernandez e fece presente che la situazione era molto difficile e che avrebbe fatto il possibile per aiutarlo.
Passarono i mesi e, dopo varie conversazioni telefoniche, si recò anche a casa di quella donna, dove
conobbe un militare, il quale disse che Norberto era detenuto e che stava in buone condizioni; riferì anche
che, quando le guardie gli portavano da mangiare, il ragazzo chiedeva una mela verde: circostanza che
ritenne credibile, dato che effettivamente Norberto gradiva molto questo frutto. Dopo qualche giorno (nel
frattempo erano passati quasi 14 mesi dal sequestro) quelle persone dissero che le cose si stavano mettendo
male e che Norberto doveva essere trasferito; per farlo espatriare in Svizzera bisognava procurarsi documenti
falsi e occorrevano 1000 dollari. In una successiva telefonata dissero che il viaggio sarebbe avvenuto con un
volo Charter, per il quale serviva ancora molto denaro. Dovette impegnare tutti i suoi risparmi e chiedere
prestiti a familiari ed amici. Consegnò il denaro un venerdì, con l'intesa che si sarebbero rivisti il lunedì
successivo. In tale giorno si recò presso l'abitazione di quelle persone, ma non trovò nessuno e venne a
sapere dal portiere che si erano trasferite altrove nel corso della notte tra il sabato e la domenica. Si rese
allora conto di essere stato truffato da persone che "in quel momento gli apparivano come i corvi che
mangiano i resti di un cadavere"; e in seguito poté capire che tutto ciò che gli avevano detto non rispondeva
al vero. Passarono gli anni e, insieme alla mogli,e continuò a coltivare in fondo all'anima la speranza che il
figlio fosse ancora vivo e che potesse un giorno riapparire. Nel 1989, dopo il ritorno della democrazia, venne
convocato dagli antropologi che stavano svolgendo indagini sui desaparecidos e venne avvertito che, a




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seguito del ritrovamento di un fascicolo segreto presso un archivio militare, era stata individuata la fossa
comune, ove poteva essere stato sepolto come "n.n.", insieme a molti altri, il cadavere del figlio. Da quel
fascicolo risultava che Norberto era stato ucciso, insieme ad un suo compagno, mentre trasportava, con un
furgone di proprietà di quest'ultimo, copie della rivista della Gioventù peronista "Evita Montonera", che era
stata messa al bando perché era considerata sovversiva (in quanto criticava il Governo dell'epoca, senza
peraltro approvare la lotta armata), che sino a otto giorni prima era stata liberamente in vendita nelle edicole.
Nel giugno del 1989 si procedette alla riesumazione, alla quale egli volle assistere, riuscendo così a rivedere i
resti del figlio ("hanno scavato nella terra - ha testualmente riferito il teste, piangendo - ed è apparsa la parte
ossea di un essere umano meraviglioso; ... abbiamo ritrovato, sebbene soltanto come ossa, colui che fu il
nostro amato figliolo ed oggi abbiamo un luogo dove possiamo deporre un fiore e potergli dire per esempio:
figlio caro, qui siamo noi insieme a te; ... abbiamo un privilegio, perché ci sono migliaia di mamme che non
sono a conoscenza di quanto occorso ai loro figlioli"). Le modalità dell'uccisione di Norberto gli vennero poi
riferite da Rosalina Cardozo, la moglie dell'amico che era stato ucciso insieme a lui: i due giovani, dopo
essere stati fermati da una pattuglia di militari ad un posto di blocco, erano stati portati in un luogo a 20-30
isolati di distanza, nella periferia di Buenos Aires, dove erano stati uccisi ed abbandonati insieme al furgone.
Le dichiarazioni di Julio Alberto Morresi sono state confermate da sua moglie Irma Scrivo, la quale non ha
aggiunto altri particolari sulla vicenda, ma si è limitata a chiedere alla Corte che sia fatta finalmente giustizia.
È stato poi sentita come teste Rosalina Cardozo, la quale ha affermato che la mattina del 23 aprile 1976 suo
marito Luis Mario Roberto (un funzionario comunale aderente alla Gioventù peronista) uscì di casa per
andare al lavoro; verso le ore 11 venne avvertita che era stato prelevato da militari in Buenos Aires. Fece le
solite ricerche, senza riuscire ad avere sue notizie. Dopo circa tre mesi venne a sapere che una persona (che
a sua volta aveva riferito il fatto ad una compagna di lavoro di Luis Mario), passando in autobus, aveva visto
due giovani (uno dei quali era appunto suo marito) che avevano le mani appoggiate ad un furgoncino ed
erano attorniati da uomini armati in abiti civili. Nel 1989 venne avvertita dagli antropologi del ritrovamento del
fascicolo e della localizzazione del cadavere di Luis Mario. Nel fascicolo vi erano anche le fotografie del
furgone e dei due giovani uccisi nonché la relazione dell'autopsia. Assistette personalmente alla riesumazione
e poté constatare che vi erano ancora resti dei capelli del marito, di colore rosso e quindi facilmente
riconoscibili.
Nel corso del dibattimento è stato acquisito il fascicolo indicato dalla Cardozo e gli atti in esso contenuti sono
stati tradotti in lingua italiana. Nel rapporto redatto dalla polizia in merito all'uccisione del Morresi e del
Roberto si legge che, verso le ore 15,30 del 23 aprile 1976, a seguito di una telefonata anonima, agenti di
polizia eseguirono un intervento in Villa Celina, Partido de La Matanza, dove trovarono due giovani deceduti:
uno era sul sedile posteriore di un furgone Chevrolet e presentava una ferita alla testa; l'altro era sdraiato in
terra dietro allo stesso veicolo e presentava ferite all'addome. Sul furgone vi erano tre pacchi contenenti un
gran numero di copie della rivista "Evita Montonera", di contenuto sovversivo. Il furgone aveva segni di
affumicamento vicino al coperchio del serbatoio della nafta, dove vi era una miccia rudimentale, formata con
un pezzo di stoffa, che evidentemente non aveva funzionato e non aveva provocato l'incendio dell'automezzo.
Al rapporto sono allegate le fotografie (nelle quali i familiari delle due vittime hanno riconosciuto Norberto
Morresi e Luis Mario Roberto), asseritamente scattate all'atto dell'intervento della polizia. Dai rapporti autoptici
risulta che uno dei giovani (il Morresi) era morto a causa di un'emorragia acuta da ferita di arma da fuoco al
cranio (che aveva determinato l'esplosione della calotta cranica e la distruzione della massa cerebrale); l'altro
(il Roberto) era morto per emorragia acuta provocata da ferite di pallottole al torace ed all'addome (con rottura
dei visceri).
Gli antropologi Dario Mariano Olmo e Morris Vernon Tidball Binz hanno dichiarato di aver individuato, sulla
base delle risultanze del suddetto fascicolo (contenente anche le impronte digitali dei due giovani), il luogo





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ove il Morresi ed il Roberto erano stati seppelliti come "n.n." (benché se ne conoscesse l'identità) e di aver
proceduto alla riesumazione (il 6 giugno 1989) ed agli accertamenti medico-legali, giungendo alla sicura
conclusione che entrambi erano stati attinti da colpi sparati da una distanza breve e che non si riscontravano
lesioni che potessero far pensare ad uno scontro armato o ad una qualsiasi resistenza da parte delle vittime.
6) L'omicidio di Pedro Luis Mazzocchi
Luis Mazzocchi ha riferito che la sua tragica vicenda iniziò l'11 luglio 1977 quando il figlio Pedro Luis,
studente di geologia presso l'Università di La Plata, dopo aver usufruito della licenza settimanale, uscì di casa
per recarsi presso la base aerea di Tandil, dove prestava il servizio militare di leva. Trascorsi pochi giorni,
ricevette la visita di un giovane, il quale disse di essere un compagno di Pedro Luis e chiese sue notizie, dato
che lo stesso non si era presentato a Tandil.
Insieme al cognato si recò allora presso la base aerea, dove ebbe conferma della mancata presentazione, ma
venne tranquillizzato da un ufficiale, il quale prospettò l'ipotesi che Pedro Luis fosse con una ragazza e fece
presente che solo dopo cinque o sei giorni di assenza poteva essere considerato disertore. Il successivo 15
luglio sua figlia ricevette una telefonata da parte dello stesso ufficiale, il quale avvertì che il ragazzo era
rientrato presso la base con le manette ai polsi, gli abiti in disordine e segni di percosse e che per qualche
giorno non avrebbe potuto incontrarsi con i familiari. Il 18 luglio si recò nuovamente a Tandil e poté vedere il
figlio, constatando che era in pessime condizioni, come se fosse stato drogato; il colloquio avvenne in
presenza di militari e non poterono parlare di quanto era accaduto; il ragazzo disse però di non aver fatto
nulla di male. Il 29 luglio tornò a far visita a Pedro Luis e lo trovò a letto in infermeria, perché affetto da
bronchite; anche in questa occasione non ebbe modo di parlare liberamente con lui. Tornato a casa, nello
stesso giorno ricevette la visita di un giovane, il quale disse che Pedro Luis non si trovava più a Tandil; si
mise allora in contatto con la base aerea ed ebbe conferma di ciò. Dopo qualche giorno arrivò una lettera del
figlio, il quale chiedeva perdono per essersi allontanato e spiegava che lo aveva fatto per i suoi convincimenti
politici e per i suoi ideali socialisti: la calligrafia era sicuramente di Pedro Luis, ma le espressioni usate
facevano intendere che la lettera era stata scritta sotto dettatura. Dopo qualche giorno gli venne recapitata
un'altra lettera, con la quale il Comando militare comunicava che Pedro Luis era stato dichiarato disertore. Nel
1988 venne a sapere che era stato individuato il luogo ove era stato seppellito il figlio e che da un documento
della Polizia risultava che era stato ucciso in uno scontro armato avvenuto tra militari e forze sovversive. Il
corpo venne riesumato e gli antropologi poterono accertare che Pedro Luis era stato attinto da colpi di arma
da fuoco sparati a breve distanza. Ebbe poi modo di parlare con Juan Carlos Guarino, il quale per un certo
periodo era stato ristretto presso il centro di detenzione La Cacha insieme a Pedro Luis. Quest'ultimo aveva
raccontato allo stesso Guarino che, mentre stava facendo ritorno a Tandil, era stato prelevato e introdotto
violentemente in una macchina e poi portato in una casa, dove era stato ammanettato, interrogato e
percosso; aveva chiesto di potersi recare in bagno e, approfittando di un momento di disattenzione della
guardia che lo controllava, era riuscito a fuggire da una finestra ed aveva raggiunto la base aerea, illudendosi
di poter ricevere aiuto e non sapendo di essere stato sequestrato proprio dalle Forze Armate.
Tali dichiarazioni hanno trovato puntuale conferma nelle testimonianze di Ester Nelida Mazzocchi e di
Nelida Baquè, rispettivamente sorella e madre di Pedro Luis. Ulteriori riscontri sono emersi dalla deposizione
di Juan Carlos Guarino, il quale ha affermato di essere stato portato presso lo Sheraton e il giorno
successivo presso La Cacha, dove ebbe modo di conoscere un giovane di Tandil, soprannominato "il
fuggitivo". Questi gli raccontò la propria storia, dicendo che stato prelevato in strada da una patota ed era
stato condotto in una casa, dalla quale era riuscito a scappare passando attraverso una finestra (e per questo
gli era stato attribuito quel soprannome); si era poi presentato al posto di guardia della caserma di Tandil,
dove stava prestando il servizio militare; lo avevano quindi tenuto per qualche tempo in infermeria (dove




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aveva ricevuto due visite dei suoi familiari) e, dopo avergli fatto scrivere una lettera ai genitori (suggerendone
il contenuto), lo avevano portato a La Cacha.
Analoghe dichiarazioni sono state rese da Maria Elena Varela, moglie del Guarino, che ha detto di essere
stata anch'essa detenuta a La Cacha e di aver potuto così conoscere quel ragazzo di Tandil. Nel corso
dell'esame è stata mostrata sia al Guarino che alla Varela una fotografia di Pedro Luis Mazzocchi che
entrambi hanno riconosciuto con certezza il giovane indicato come "il fuggitivo".
In senso pienamente conforme ha deposto Isabel Mercedes Fernandez Blanco, la quale ha precisato di
essere stata ristretta per un certo tempo presso i centri El Banco e El Olimpo insieme al Guarino e di avere
dal medesimo appreso la vicenda del Mazzocchi, nei termini sopra descritti.
Gli antropologi Dario Mariano Olmo e Morris Vernon Tidball Binz hanno concordemente riferito di aver
proceduto alla riesumazione di cinque cadaveri in località Moron di Santa Monica, poiché il "Centro degli studi
legali e sociali" aveva reperito un documento, dal quale risultava che in quel luogo era stato interrato il corpo
di Pedro Luis Mazzocchi, dopo essere stato ucciso in uno scontro a fuoco tra militari ed elementi sovversivi.
L'identificazione del cadavere del Mazzocchi venne resa possibile anche da alcuni particolari della dentatura,
corrispondenti ai dati forniti dai familiari. Poté accertarsi che la morte era stata causata da quattro colpi di
arma da fuoco, sparati a breve distanza. Insieme al corpo vennero recuperati alcuni frammenti di vetro del
parabrezza di un'autovettura. Tale circostanza nonché le caratteristiche e la localizzazione delle lesioni fecero
categoricamente escludere che il ragazzo fosse stato ucciso in uno scontro armato e fecero propendere per
l'ipotesi che il fatto fosse avvenuto all'interno di un veicolo.
7) L'omicidio di Luis Alberto Fabbri
In merito alla vicenda di Luis Alberto Fabbri, è stata acquisita copia del verbale delle dichiarazioni rese il 2
luglio 1985 dalla sua convivente Elena Alfaro, nella fase dibattimentale del processo a carico del generale
Videla. In tale sede la donna riferì che il 19 aprile 1977, mentre si trovava nella propria abitazione (essendo in
stato di gravidanza ed essendole stato consigliato dai medici il riposo assoluto a letto), vide arrivare diversi
uomini armati, i quali misero a soqquadro l'appartamento e, con insulti, percosse e spinte, la trascinarono via
e la infilarono in una macchina, bendandole gli occhi con nastro adesivo. La portarono quindi in un edificio,
dove la ammanettarono e la incatenarono ad un letto. Stando in quelle condizioni, poté sentire le grida di un
uomo che veniva torturato in un locale attiguo e poté riconoscere la voce del suo compagno Luis Alberto
Fabbri. Anch'ella venne poi sottoposta a tortura con la "picana" elettrica, in una stanza sulle cui pareti erano
disegnate croci e svastiche ed apparivano scritte come "noi siamo Dio", "viva Hitler", "viva il generale Videla".
Successivamente, nel centro di detenzione El Vesubio, venne rinchiusa in una delle "cuchas" (paragonabili,
per la ristrettezza dello spazio, alle cucce dei cani) insieme al Fabbri, che era in uno stato pietoso per le
torture subite. Il suo compagno venne trasferito (per essere ucciso) il 23 maggio 1977, mentre lei rimase
detenuta sino al 4 o 5 novembre dello stesso anno, allorché ricevette la visita del generale Suarez Mason, il
quale ordinò la sua liberazione. Per quattro anni, sino a che non riuscì a trasferirsi all'estero, rimase in libertà
vigilata, ricevendo controlli periodici e continue minacce, nel senso che se avesse rivelato ad altri quanto le
era accaduto sarebbe stata eliminata insieme al figlio (che aveva partorito dopo essere stata liberata). Su un
giornale argentino, uscito l'1 giugno 1977, apparve la notizia che il Fabbri, insieme ad altre persone che erano
state con lei ristrette nel centro El Vesubio, era stato abbattuto in uno scontro a fuoco tra sovversivi e forze
dell'Esercito. I genitori del Fabbri riuscirono a riavere la sua salma.
Davanti a questa Corte ha deposto Maria Elisa Fabbri, la quale ha dichiarato che il proprio fratello Luis
Alberto era direttore di un giornale (che era stato messo al bando dopo il "golpe" militare) e apparteneva al
Movimento socialista rivoluzionario. Nell'aprile del 1977 perse ogni contatto con lui e non riuscì ad avere
alcuna notizia sino all'1 giugno, quando su un quotidiano venne pubblicato un comunicato del Comando della





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zona I dell'Esercito, che riferiva che il 23 maggio precedente vi era stato uno scontro armato, nel quale erano
morti 16 sovversivi; tra i nominativi di costoro vi era anche quello di Luis Alberto. Suo padre si portò subito a
Buenos Aires, dove venne a sapere che i corpi di quei presunti sovversivi erano stati sepolti, come "n.n.",
presso il cimitero di Monte Grande. Nel novembre del 1977 i suoi genitori ricevettero una lettera di Elena
Alfaro, la quale diceva di essere sopravvissuta ad un campo di concentramento e di trovarsi nel villaggio di
Rolon, nella Pampa. Con a suo padre andò a trovarla e venne da lei a sapere del sequestro nonché della
detenzione e delle torture subite insieme a Luis Alberto. La Alfaro raccontò anche che il trasferimento
(traslado, che nel gergo del campo significava morte) del suo compagno da El Vesubio era avvenuto il 23
maggio 1977 e che da allora non l'aveva più visto; tutti coloro che erano stati menzionati nell'articolo apparso
sul giornale erano stati trasferiti da quel campo insieme a Luis Alberto.
IN dibattimento sono stati sentiti come testimoni anche i coniugi Eduardo Jorge Kiernen e Anna Maria Di
Salvo, i quali hanno riferito di essere stati entrambi detenuti presso il campo El Vesubio e di aver avuto così
modo di conoscere Luis Alberto Fabbri e la sua compagna Elena Alfaro. Quando essi vennero liberati, il 20
maggio 1977, il Fabbri e la Alfaro erano ancora detenuti e vivi, ma già si sapeva che il primo sarebbe stato
trasferito dopo pochi giorni, insieme ad altre persone, i cui nominativi erano inclusi in quel comunicato poi
apparso sul giornale.
Copia del giornale "La Nation", sul quale venne pubblicato tale comunicato, è stata acquisita agli atti del
processo. Il testo, tradotto in italiano, era il seguente: "Il Comandante della zona I informa la popolazione circa
il risultato dell'indagine svolta a causa dello scontro armato avvenuto il 24 di maggio nella località di Monte
Grande, in cui vennero abbattuti sedici delinquenti sovversivi. La riunione era stata convocata dalle bande di
delinquenti sovversivi autodenominate OCPO e FAL/22 unificate dall'inizio del mese al fine di proporre alle
bande ERP, PRT e Montoneros la costituzione di un fronte comune che avrebbe operato sotto una medesima
denominazione. Tra i delinquenti sovversivi abbattuti si trovano vari degli appartenenti al più alto livello di
comando della banda OCPO, essendo l'elenco totale degli identificati il seguente: appartenenti alla banda di
delinquenti sovversivi autodenominata OCPO, Luis Fabbri, pseudonimo o alias Zorro, segretario generale e
politico, numero uno della banda di riferimento; Mario Sagroi, pseudonimo Kosè, segretario sindacale e di
propaganda, responsabile politico della zona sud della regione di Buenos Aires; Daniel Ciuffo, pseudonimo
Santiago, responsabile politico della zona nord-ovest della regione di Buenos Aires; Rodolfo Goldin,
pseudonimo Pelado, che comanda le "Brigade rosse"; Catalina Julio Oviedo in Ciuffo, pseudonimo Flaca,
responsabile della stampa della zona sud. Appartenenti alla bada di delinquenti sovversivi, autodenominata
ERP/PRT, Cristofaro Luis Pseudonimo Cacio, responsabile della grafica e Manuel H.A. Arasimid, pseudonimo
Carlos, responsabile della documentazione a livello nazionale. Appartenente alla bada di delinquenti
sovversivi autodenominata Montoneros, Luis Maria Demetro appartenente alla segreteria politica dell'area
federale. Appartenente alla banda di delinquenti sovversivi autodenominata Movimento Rivoluzionario CEE,
Esteban Adrian, pseudonimo Esteban. Appartenente alla banda di delinquenti sovversivi autodenominata
FAL/22, Nelo Gasparini, responsabile sindacale, rappresentante della quarta internazionale, che si trovava in
Argentina, Isabel Caresman, pseudonimo Cristina, di nazionalità straniera. Non si è ancora riusciti ad
identificare quattro delinquenti sovversivi abbattuti, si cerca anche di stabilire l'identità di altri delinquenti
sovversivi i cui alias appaiono nella documentazione sequestrata e che si ritiene potrebbe trattarsi di due di
quelli che sono riusciti a fuggire durante lo scontro armato. È stata sequestrata numerosa bibliografia
marxista, volantini che incitano alla sovversione, documenti di identità e documentazione relativa a veicoli in
bianco, tra cui occorre sottolineare per la sua importanza i seguenti: A7 manoscritto nel quale consta la
composizione delle bande OCPO e FAL/22 e l'invito inoltrato ai Montoneros, al PRT e ERP e al movimento
rivoluzionario CEE di costituire un fronte unico e le basi della discussione per la riunione che si svolse all'alba




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del 24 maggio; B) verbale della riunione che si stava svolgendo, con quanto era stato attuato fino al momento
in cui vennero sorpresi".
8) Omicidio di Daniel Jesus Ciuffo
Juan Alfonso Ferrero ha riferito in dibattimento che, verso il 20 e 21 maggio 1977, sua sorella Olga Ferrero,
che come lui viveva a Santa Fé, lo pregò di accompagnarla a Buenos Aires a cercare il figlio Daniel Jesus
Ciuffo, del quale non aveva notizie da circa un mese. Si recarono allora presso l'abitazione dove suo nipote
viveva con la moglie Catalina Oviedo. Trovarono la porta aperta e l'appartamento vuoto e in disordine.
Andarono quindi in giro presso commissariati e comandi dell'Esercito. In un distaccamento militare di Monte
Grande venne loro detto di andare presso il locale cimitero, dove si trovavano i corpi di alcune persone
decedute. La mattina del 24 maggio 1977 si recarono presso questo cimitero e, in una fossa, in mezzo a
diversi altri cadaveri, egli riconobbe quello di suoi nipote Daniel Jesus, che presentava un foro di pallottola nel
fegato ed un altro in un occhio, ma sembrava in buono stato di conservazione, come se fosse morto più o
meno da un giorno. Nella camera mortuaria del cimitero vi era anche la salma di Catalina Oviedo. Venne loro
riferito che entrambi erano morti in uno scontro armato, avvenuto nella periferia della città, presso una casa
dove i presunti sovversivi si erano rifugiati. Insieme ai familiari di altri desaparecidos andarono in questa casa
e appresero dai vicini che in realtà non vi era stato alcuno scontro e che si erano sentiti soltanto dei colpi
sparati dall'esterno verso l'interno.
I testi Eduardo Jorge Kiernen e Anna Maria di Salvo, hanno concordemente riferito di aver avuto modo di
conoscere, durante il loro periodo di detenzione presso il centro El Vesubio, Daniel Jesus Ciuffo e la sua
moglie Catalina Oviedo; quando essi vennero liberati, il 20 maggio 1977, sia il Ciuffo che la Oviedo erano
ancora detenuti e vivi, ma già si sapeva che sarebbero stati trasferiti dopo pochi giorni, insieme ad altre
persone.
Come si è visto, i nominativi dei coniugi Ciuffo erano inclusi nell'elenco di presunti sovversivi contenuto in quel
comunicato pubblicato sul giornale dell'1 giugno 1977.
9) Omicidio di Mario Marras
Sull'omicidio di Mario Marras hanno deposto la suocera Maria Manca e la moglie Santina Mastinu.
Maria Manca, appartenente ad una famiglia di sardi emigrati in Argentina, ha riferito che nel maggio del 1976,
insieme al marito Giovanni Mastinu, al genero Mario Marras ed alla nipotina Vanina (di due anni e mezzo),
andò a trovare il figlio Martino nell'isola di Paycarabí (situata nel delta del Paraná), dove lo stesso si era
rifugiato dopo aver lasciato il lavoro presso i cantieri navali Astarsa. Martino Mastinu aveva svolto l'attività di
sindacalista e per tale motivo, prima ancora del "golpe" dei militari, aveva subito un periodo di detenzione
illegale; in seguito era stato minacciato e, per evitare un altro sequestro, si era ritirato in quell'isola. Il 22
maggio 1976, mentre si trovava in casa del figlio ed era intenta a preparare da mangiare, la Manca vide
arrivare sulla riva del fiume molti militari armati, i quali cominciarono a sparare in aria. In quel momento
Marino, con la moglie Rosa Zatorre, il cognato Mario e la bambina, non erano in casa, poiché erano andati a
comprare del peperoncino per la carne. Uno di quegli uomini si avvicinò alla loro casa e le rivolse delle
domande, alle quali, essendo impaurita, non riuscì neppure a rispondere. Dopo un po' di tempo uno dei
militari tornò, portando in braccio Vanina tutta bagnata e piangente. Venne così a sapere che Mario Marras
era stato ucciso e che Martino era riuscito a scappare. Santina Mastinu ha dichiarato di aver appreso dai
suoi familiari ciò che era accaduto a Paycarabí. Mentre stavano tornando, dopo aver comprato qualcosa per
condire la carne, Mario (che aveva la bambina in braccio), Martino e Rosa si accorsero della presenza dei
militari e cercarono di fuggire. Rosa Zatorre cadde e venne subito raggiunta e catturata; Mario venne
raggiunto da un colpo di arma da fuoco e ucciso; Vanina cadde nell'acqua, venne raccolta da un militare e





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venne riportata ai nonni; Martino riuscì invece a nascondersi tra i cespugli ed a far perdere le proprie tracce.
In seguito la bambina le raccontò che il padre era stato ferito al collo e che prima di "addormentarsi" aveva
detto "abbi cura di tua madre".
10) Omicidio di Martino Mastinu
In merito alla tragica storia di suo fratello, Santina Mastinu ha riferito che Martino fu perseguitato a causa della
sua attività di delegato sindacale e il 5 novembre 1975 venne sequestrato una prima volta, insieme ai
compagni di lavoro Aldo Ramirez e Jorge Velarde, mentre usciva dai cantieri navali per recarsi ad una
riunione sindacale; dopo due o tre giorni venne liberato e le fece vedere i segni delle torture che aveva subito.
Martino continuò a lavorare in quei cantieri sino al febbraio del 1976, allorché, avendo saputo che erano stati
uccisi due suoi compagni e la moglie di uno di loro, decise di trasferirsi nell'isola di Paycarabí. Il 22 maggio
1976 i militari fecero irruzione nell'isola, uccidendo Mario Marras e sequestrando Rosa Zatorre, moglie di
Martino, la quale rimase detenuta per circa 15 giorni e venne sottoposta a torture; Martino riuscì invece a
fuggire. 11 16 giugno 1976 Santina si recò a Paycarabí per cercare di sapere come si era svolto l'episodio,
nel quale aveva trovato la morte suo marito. Mentre stava parlando con un vicino di casa, venne avvicinata da
due uomini in abiti civili, i quali le chiesero se fosse andata a trovare Tano (il soprannome di Martino) e poi la
fecero salire su una imbarcazione della Prefettura navale di Tige e la portarono via, dicendo che dovevano
farle delle domande. Venne quindi incappucciata e condotta in un luogo di detenzione, dove venne
ammanettata e legata ad una brandina; per quattro giorni venne torturata e le venne ripetutamente chiesto se
sapesse dove si trovava suo fratello; rispose sempre che lo ignorava. Nei giorni successivi, quegli stessi
uomini che l'avevano sequestrata, vennero più volte a farle visita, armati, presso la sua abitazione,
chiedendole sempre di Martino. Nel frattempo quest'ultimo si era nascosto prima in una chiesa e poi presso
l'abitazione di uno zio e, tramite un prete, manteneva periodici contatti con i genitori. Il 7 luglio 1976 decise di
andare a trovare Martino per dirgli che non serbava rancore nei suoi confronti per quanto era accaduto a
Mario Marras (che, pur non avendo mai svolto attività sindacale, era stato ucciso solo perché si trovava in
compagnia del cognato). Fu un grave errore, perché quella stessa sera ricevette nuovamente la visita di
quegli uomini che l'avevano sequestrata, i quali la prelevarono, la fecero salire sull'autovettura e la portarono
presso l'abitazione dove era nascosto Martino. Tre di essi salirono in casa (mentre lei rimase in macchina con
un quarto uomo, che era alla guida) e dopo alcuni minuti tornarono, trascinando Martino. Quest'ultimo,
avvicinandosi all'autovettura, ebbe modo di vedere il conducente e di riconoscerlo per un suo ex compagno di
lavoro; gli rivolse allora la frase: "Porchetto, ma perché mi fai questo? Cosa ti ho fatto io?". Con quella stessa
macchina venne ricondotta a casa, mentre Martino venne portato via e da allora non ebbe più la possibilità di
vederlo. In seguito, nel corso del processo davanti all'autorità giudiziaria argentina, apprese che i quattro
sequestratori erano stati identificati per José Luis Porchetto, Alejandro Puertas, Roberto Julio Rossin e Hector
Omar Maldonado.
In senso conforme ha deposto Maria Manca, la quale ha però riferito, in merito al secondo e definitivo
sequestro subito da Martino, quanto aveva appreso da Santina.
11. I poteri e le responsabilità di Suarez Mason e Riveros
Numerosi testimoni hanno riferito, nel corso del dibattimento, che l'Argentina, con l'avvento dell'ultima dittatura
militare, venne divisa in cinque zone, a loro volta suddivise in subzone e in aree. La prima zona militare
comprendeva la capitale federale, buona parte della provincia di Buenos Aires e quella della Pampa. La
quarta zona militare comprendeva gli Istituti militari di Campo de Mayo, l'area del Tigre e quella delle isole.
Negli anni tra il 1976 ed il 1979 i comandanti della prima e della quarta zona erano, rispettivamente, il
generale Carlos Guillermo Suarez Mason e il generale Santiago Omar Riveros. Al di sopra di costoro,




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gerarchicamente, vi erano soltanto i membri della Giunta militare e cioè i capi delle tre Forze Armate, titolari
del potere esecutivo. Ai comandanti delle zone era demandata la concreta organizzazione ed esecuzione
dell'attività di repressione deliberata, nelle sue grandi linee, dalla Giunta.
Tra i vari documenti prodotti dal pubblico ministero e dai difensori delle parti civili, vi è una copia dell'Ordine
Operativo Segreto n.9/77, che venne emesso da Suarez Mason, al fine di impartire alle varie forze impegnate
nella repressione le direttive per la "continuazione dell'offensiva contro la sovversione durante il 1977".
A questo documento deve attribuirsi estrema rilevanza, poiché dimostra quanto fossero diretti e completi il
coinvolgimento e la corresponsabilità dei comandanti delle zone militari, e in particolare di quello della prima
zona, nel compimento delle azioni illegali poste in essere nell'attuazione della repressione.
Tra le direttive date alle Forze Armate appare significativa quella di "appoggiare l'azione del governo, senza
pregiudizio per il compimento della loro missione specifica, che consiste nella continuazione delle operazioni
già in corso per ottenere l'annientamento (aniquilamiento) ... la distruzione totale del nemico".
Nell'ordine venivano dettagliatamente indicati i modi ed i mezzi per la conduzione delle operazioni necessarie
nella lotta contro la sovversione. Veniva operata la distinzione tra i "bersagli" pianificati e quelli "accidentali" o
"di opportunità"(la cui individuazione avveniva estemporaneamente e non in modo prestabilito), senza
precisare i criteri di selezione, ma suggerendo che erano comunque da perseguire tutti coloro che
"simpatizzavano o collaboravano con la sovversione".
Si davano, inoltre, istruzioni nel senso che i gruppi di "intelligence", incaricati di individuare gli "obiettivi",
dovevano chiedere ai comandi di zona l'autorizzazione per l'esecuzione di un'operazione (e per avere la
cosiddetta "area libera", cioè il nulla osta temporaneo per poter procedere liberamente in una determinata
area, senza che le forze di polizia potessero interferire) e poi, entro 24 ore dal compimento dell'operazione,
dovevano inviare un rapporto allo stesso comando.
Infine, venivano date indicazioni per risolvere i problemi derivanti dagli sconfinamenti che potevano
reciprocamente verificarsi, tra i territori della prima e della quarta zona militare, durante l'esecuzione delle
operazioni.
Nella motivazione della sentenza, pronunciata dall'autorità giudiziaria argentina nel processo a carico del
generale Videla e degli altri membri della Giunta, si considera provato il fatto che i comandanti di zona si
incaricarono autonomamente della pianificazione e del controllo sull'attività repressiva delle forze poste alle
loro dipendenze, attività che diede luogo ad arresti e detenzioni illegali, al mantenimento dei prigionieri in
condizioni disumane, a torture ed eliminazioni fisiche per un elevato numero di persone.
Nella stessa sentenza si afferma espressamente che "questo modo di procedere, che supponeva la segreta
deroga delle vigenti norme, rispondeva a piani approvati ed ordinati alle rispettive forze dai comandanti
militari"; e che "i comandanti stabilirono segretamente un modo criminale di lotta contro il terrorismo",
lasciando "ai ranghi inferiori delle Forze Armate una grande discrezionalità per privare della libertà coloro che
sembrassero vincolati alla sovversione". Si sottolinea, inoltre, che "il sistema operativo messo in pratica -
cattura, interrogatori con torture, clandestinità ed illegittimità della privazione di libertà ed in molti casi
eliminazione delle vittime - è stato sostanzialmente identico in tutto il territorio della nazione e prolungato nel
tempo"; e che "dimostratosi che i fatti furono commessi da membri delle Forze Armate e della sicurezza,
organizzate verticalmente e disciplinatamente, si deve scartare l'ipotesi che gli stessi fossero accaduti senza
espressi ordini dei superiori".





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Ad analoghe conclusioni, all'esito delle sue indagini (concretatesi nell'audizione di moltissime persone e
nell'esame di copiosa documentazione), è pervenuta la Conadep che, nella sua relazione finale, ha affermato
che vi è stata una metodologia repressiva ben programmata e che i casi riferiti dai familiari degli scomparsi e
dai sopravvissuti "non sono da considerarsi "eccessi" perché, se per eccesso intendiamo atti isolati,
particolarmente aberranti, essi, come tali, non sono mai esistiti; infatti tutto il sistema, tutta la metodologia, fin
dalla sua concezione, hanno costituito il grande eccesso; l'abominevole è diventato comune e generalizzato;
gli atti particolarmente atroci si contano a migliaia; sono "comuni"".
A tale riguardo, il convincimento della Corte non può essere diverso, poiché tutte le drammatiche storie che
sono state riferite durante l'istruttoria dibattimentale sono tra loro assimilabili, per comunanza di aspetti e di
situazioni.
Nei molteplici casi esaminati è stato possibile riscontrare l'identità dei metodi repressivi usati e ciò vale a
dimostrare, senza ombra di dubbio, che non si trattò di illegalità episodiche ed isolate, ma di azioni rispondenti
a pianificazioni, direttive ed ordini provenienti dai comandanti delle zone militari.
Proprio per dimostrare che non si trattò di "eccessi" attribuibili esclusivamente agli esecutori materiali, si è
dato largo spazio, in dibattimento, anche alle testimonianze relative ad omicidi e sequestri non rientranti nei
capi di imputazione e si è ritenuto opportuno darne sintetica menzione in apposito paragrafo della motivazione
di questa sentenza.
Sui poteri e sulle responsabilità di Suarez Mason e di Riveros, univoche e concordanti sono state le
dichiarazioni rese da molti testimoni. Il fatto che alcuni di essi abbiano rivestito la qualità di giudici o di pubblici
ministeri, in processi svoltisi in Argentina per i crimini commessi nel periodo della dittatura militare, non rende
inutilizzabili le loro deposizioni, poiché la causa di incompatibilità prevista dall'art. 197 lett. d) c.p.p. può
ritenersi sussistente solo con riferimento allo stesso procedimento (e un'identità non può certo ravvisarsi tra il
presente procedimento e quelli svoltisi a carico di altri soggetti in Argentina). In ogni caso, anche se si
considerassero inutilizzabili le dichiarazioni in questione, non cambierebbe sostanzialmente il quadro
probatorio, poiché le stesse circostanze sono state riferite da altri testimoni.
Luis Moreno Ocampo, pubblico ministero nel processo ai membri delle Giunte, ha affermato che ai
comandanti di zona spettava la decisione sulla sorte delle persone che venivano sequestrate e ristrette nei
centri clandestini di detenzione e cioè la scelta tra le tre possibili soluzioni: liberazione, uccisione previo
trasferimento dal centro (traslado), passaggio ad un carcere legale.
Julio Cesar Urien, un ufficiale che si rifiutò di partecipare alle azioni repressive della dittatura militare e, per
questo motivo, venne arrestato ed incarcerato, ha riferito che Suarez Mason, come capo del primo corpo
dell'esercito, aveva il comando operativo ed era il massimo responsabile di tutto quanto avveniva nella sua
zona.
In senso conforme hanno deposto José Luis D'Andrea Mohr, ufficiale dell'esercito argentino (la Giunta
aveva conferito poteri assoluti ai comandanti di zona, i quali potevano dar gli ordini circa le persone che
dovevano essere arrestate ed avevano facoltà di utilizzare gli ospedali militari quali centri di detenzione; i loro
sottoposti dovevano ad essi riferire quotidianamente sulle detenzioni e sui decessi); José Luis Garcia,
professore in un'alta scuola militare (i comandanti di zona avevano il massimo potere all'interno del territorio
di loro competenza e dipendevano in modo diretto dai membri della Giunta; il loro grado di libertà di azione
era quasi totale; essi autorizzavano l'apertura o la chiusura dei campi di concentramento ed erano a
conoscenza di quanto avveniva al loro interno); Julio Cesar Strassera, altro pubblico ministero nel processo
ai membri delle Giunte (i capi delle zone avevano la più assoluta libertà e discrezionalità nella scelta e sulla




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sorte degli "obiettivi", potendo decidere sui sequestri, sugli interrogatori con torture e sulle scomparse fisiche;
ad essi venivano inviati gli elenchi delle persone detenute nei centri clandestini);
Andres José D'Alessio, giudice nel processo ai membri delle Giunte (i comandanti di zona erano al secondo
posto nella gerarchia militare, potevano non conoscere nei dettagli tutti i casi, ma sapevano come funzionava
il sistema ed essi stessi impartivano le direttive generali e gli ordini operativi; il potere gerarchico di Riveros
aveva lo stesso valore e la stessa forza di quello di Suarez Mason); José Torlasco, altro giudice del
processo contro Videla e gli altri (Suarez Mason e Riveros avevano un potere assoluto ed autonomo e
potevano dare direttive sulla gestione, sul trattamento dei detenuti e sui loro spostamenti); Leopoldo Ector
Shiffrin, magistrato (i poteri dei comandanti di zona erano assoluti, i membri della Giunta non contavano
molto, perché il potere reale era nelle mani dei comandanti di zona e, in particolare, in quelle di Suarez
Mason, che era a capo della zona più grande; la Giunta impartiva le istruzioni più generali, ma poi Suarez
Mason controllava tutto, non soltanto il movimento militare e poliziesco, ma anche l'amministrazione pubblica;
i comandanti dei centri di detenzione non potevano fare niente se non avevano le istruzioni ed erano tenuti ad
ubbidire ai superiori, in base alle regole della disciplina militare); Magdalena Ruiz Guizanu, componente
della Conadep (ogni operazione che veniva svolta andava riferita al comandante della zona e la struttura
gerarchica riguardava tutti i centri di detenzione in essa compresi); Esquivel Adolfo Perez, premio nobel per
la pace (Suarez Mason era la persona che decideva circa la vita o la morte dei prigionieri); Eugenio Raul
Zaffaroni, magistrato (il comandante della zona militare di Buenos Aires era "il signore della vita e della
morte", il capo indiscusso della libertà di tutti gli abitanti della città); Manuel Justo Gaggero, avvocato
(Riveros, nel corso di un procedimento svoltosi in Argentina nel 1998, ammise che tutto quanto accadeva a
Campo di Mayo era di sua esclusiva responsabilità).
Mario Villani, fisico nucleare, ha dichiarato che Suarez Mason partecipava alle riunioni della Giunta nelle
quali si predisponevano i piani per lo svolgimento dell'attività repressiva contro la sovversione; e, inoltre,
controllava molto da vicino i campi di concentramento dei detenuti, recandosi spesso a farvi visita. Lo stesso
Villani, nel periodo in cui venne tenuto prigioniero, ebbe modo di incontrarsi tre volte con lui presso i centri El
Banco e Olimo e in due di queste occasioni venne avvicinato da Suarez Mason, il quale gli chiese di
individuare, come fisico, gli apparecchi usati dai Montoneros per interferire sulle trasmissioni televisive.
Sulle visite effettuate da Suarez Mason presso i centri clandestini di detenzione hanno testimoniato anche
Alcide Antonio Chiesa, Elena Alfaro, Maria Elisa Fabbri (che ha riferito quanto appreso dalla Alfaro), Anna
Maria Di Salvo, Juan Carlos Guarino e Alberto Pedroncini (che ha riferito quanto appreso da Susanna
Caride).
Alcuni testimoni hanno poi parlato di interventi (diretti o per interposta persona) di Suarez Mason in merito a
richieste di liberazione di prigionieri. Hedda Caracoche ha affermato che, nell'agosto del 1978, ottenne di
essere ricevuta dal generale, il quale aveva in mano il fascicolo personale di suo figlio Pablo Alejandro Diaz e
(minacciandola e dando deliberatamente una versione non corrispondente al vero) le contestò alcune
circostanze relative alla sua cattura. Riccardo Bechis ha riferito di essere riuscito, grazie alle conoscenze
che aveva in Argentina (dove aveva lavorato come dirigente della Fiat), a parlare con una persona vicina a
Suarez Mason e ad ottenere così la liberazione e l'espulsione di suo figlio Marco. Maria Ines Paleo e
Eduardo Morote hanno dichiarato di essere stati liberati dopo che il padre della stessa Paleo era riuscito a
mettersi in contatto con un sottoposto di Suarez Mason, presso il comando del primo corpo dell'esercito.
Elena Alfaro ha sostenuto di essere stata posta in libertà vigilata a seguito di un colloquio avuto, presso il
centro El Vesubio, con lo stesso generale, il quale le disse espressamente che l'avrebbe fatta liberare.
Dalla testimonianza di Pablo Alejandro Diaz è emerso che proprio dal comandante del primo corpo
dell'esercito venne presa la decisione di far arrestare, verso la fine di agosto del 1976 (nella cosiddetta "notte





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delle matite spezzate"), sessanta minorenni, studenti delle scuole secondarie, che avevano manifestato per
protestare contro l'abolizione dello sconto sugli autobus.
José Luis D'Andrea Mohr ha riferito, inoltre, di aver potuto accertare che nei centri di detenzione rientranti
nella zona di competenza di Suarez Mason vennero ristrette moltissime donne in stato di gravidanza, le quali
partorirono durante la prigionia e poi non ebbero più modo di rivedere i loro figli. La circostanza è stata
confermata da Enriqueta Estela Barnes e da Alcira Elisabet Rios.
Sulla base di queste univoche e concordanti risultanze probatorie, non può porsi alcun dubbio sulla
responsabilità di Carlos Guillermo Suarez Mason o Omar Santiago Riveros in ordine ai delitti loro
rispettivamente ascritti.
Tali delitti sono stati materialmente compiuti da persone che erano gerarchicamente sottoposte ai due
imputati e che hanno agito in esecuzione di ordini militarmente trasmessi.
Non si è potuta ovviamente acquisire la prova di specifici ordini, scritti o verbali, emanati da Suarez Mason o
da Riveros con riferimento ai singoli omicidi contestati. È certo però che tutti i crimini vennero consumati con
analoghe modalità ed in esecuzione di dettagliate direttive impartite dai comandanti di zona e che non si trattò
di condotte isolatamente ed autonomamente deliberate dagli stessi esecutori materiali. Le circostanze riferite
dai numerosi testimoni sono più che sufficienti per dimostrare che, da parte dei due imputati suddetti, vi fu una
compartecipazione quanto meno psichica, concretatasi non soltanto in un'adesione all'altrui condotta
criminosa, ma in un'attività di istigazione e di rafforzamento della volontà degli esecutori materiali.
L'attività repressiva compiuta in violazione dei diritti fondamentali della persona, con sequestri accompagnati
da violenze e saccheggi, con torture e detenzioni in condizioni disumane e senza imputazioni, con esecuzioni
senza processi e senza sentenze, era sistematica e generalizzata, sicché non possono non risponderne,
indipendentemente dall'esistenza di uno specifico ordine, i comandanti che avevano contribuito alla ideazione
e pianificazione di quei metodi ed avevano trasmesso direttive finalizzate proprio alla distruzione fisica ed
all'annientamento dei presunti sovversivi.
Anche nell'ipotesi in cui non avessero condiviso quei metodi (il che è stato smentito dalle risultanze del
processo, essendosi accertato che, al termine del loro incarico, si vantarono di essere usciti vittoriosi nella
guerra contro il terrorismo ed il marxismo e addussero l'interesse ed il bene del popolo come giustificazione
per le illegalità commesse), essi avrebbero avuto comunque l'obbligo giuridico di impedire una così aperta
violazione delle norme vigenti.
Non risulta, invece, che sia stato mai adottato, nei confronti degli autori materiali delle azioni criminose, alcun
provvedimento sanzionatorio.
Al contrario, è emerso che in diversi casi si cercò di coprire e mascherare i fatti, diffondendo, anche a firma
dei comandanti di zona, comunicati o rapporti che attestavano decessi avvenuti in scontri a fuoco, quando si
era trattato invece di brutali esecuzioni.
Si è accertato, inoltre, che i capi zona venivano costantemente informati delle operazioni compiute e che,
nella maggior parte dei casi, sulle detenzioni e sugli assassini veniva mantenuta la massima segretezza e si
cercava, in vari modi, di far sparire i cadaveri, bruciandoli o gettandoli in mare o seppellendoli in fosse
comuni, come persone ignote, pur essendo ben nota la loro identità.
A favore dei due imputati, d'altra parte, non può invocarsi la causa di giustificazione prevista dall'art. 54 c.p.,
posto che non può ragionevolmente sostenersi che essi abbiano concorso nella perpetrazione di quei crimini




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perché costretti dalla necessità di salvare il popolo argentino da un pericolo attuale, rappresentato dai
movimenti rivoluzionari dediti alla guerriglia ed al terrorismo e dal possibile imminente evento di un regime
politicamente fondato sull'ideologia marxista.
Si è acclarato, infatti, che tra le migliaia di sequestrati, di detenuti e di desaparecidos solo una modesta
percentuale era costituita da persone che avevano effettivamente aderito alla lotta armata o avevano svolto
anche soltanto attività di favoreggiamento o di fiancheggiamento con i terroristi. Quando presero il potere le
Giunte militari, i terroristi erano già stati in gran parte uccisi o fatti prigionieri oppure si erano rifugiati all'estero
o si erano dati alla macchia negli sconfinati territori argentini. La repressione della dittatura militare colpì,
invece, per la massima parte, persone che non avevano niente a che fare con la lotta armata e che erano
tutt'al più (e non sempre) orientate politicamente in senso democratico e di maggiore sensibilità e interesse
verso i ceti più poveri e bisognosi.
In ogni caso, anche se le persone colpite fossero state tutte coinvolte con il terrorismo, non si sarebbero potuti
comunque usare quei metodi, perché il paventato pericolo per la collettività si sarebbe potuto evitare con
sistemi legali, così come si è fatto in altre parti del mondo.
Nella relazione della Conadep viene giustamente sottolineato che, in quegli anni, anche in Italia, in forme
altrettanto virulente e devastanti, si sviluppò il fenomeno del terrorismo. Le istituzioni e l'intero Paese
riuscirono però a superare quel terribile momento, rimanendo nella legalità e senza neppure ricorrere a
strumenti estremi come la pena capitale.
In Argentina, al contrario, la via legale non venne affatto percorsa, poiché si fece a meno di organi di giustizia,
di processi e di sentenze; come si è visto, vi furono molte migliaia di esecuzioni, senza che venisse
pronunciata una sola sentenza di condanna alla pena di morte (malgrado tale pena fosse stata reintrodotta
proprio per sconfiggere il terrorismo). Si preferì, invece, calpestare i principi del diritto naturale ed infrangere
le regole più elementari vigenti anche in tempo di guerra.
A favore degli imputati non può essere invocata neppure la causa di giustificazione prevista dall'art. 51 c.p.,
poiché non è sostenibile che essi siano stati costretti, in quanto militari, ad obbedire ad ordini impartiti dai
membri delle Giunte, loro superiori gerarchici.
Sulla base di numerose testimonianze (rese, in particolare, da magistrati, avvocati e ufficiali argentini) è
risultato pacifico che anche in quel Paese, come in Italia, l'obbligo di obbedienza viene meno di fronte ad
ordini palesemente illegittimi. Diversi militari (tra i quali Julio Cesar Urien, José Luis Garcia, José Luis
D'Andrea Mohr e Raul Carlos Paez, sentiti come testimoni), infatti, si rifiutarono di obbedire a quegli ordini e,
per tale motivo, non vennero condannati a morte, ma subirono soltanto periodi di detenzione e vennero
espulsi dalle Forze Armate.
Si è accertato, comunque, che i comandanti di zona agivano autonomamente e, a livello operativo, avevano
poteri assoluti nella concreta attuazione della repressione; non si limitavano quindi ad eseguire o a
trasmettere ordini impartiti da altri.
12) Le responsabilità degli imputati in ordine ai delitti contestati
La storia di Laura Estela Carlotto, come si è visto, è stata dettagliatamente ricostruita, attraverso le
deposizioni dei suoi genitori Enriqueta Estela Barnes e Guido Carlotto, i quali hanno riferito tutti i particolari
relativi al sequestro della ragazza, alle affannose ricerche per ritrovarla, alle estorsioni subite ad opera di
"sciacalli", ai contatti con un alto ufficiale argentino, alla riesumazione del cadavere ed agli inutili tentativi
compiuti per rintracciare il nipotino Guido.





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I testi Alcira Elisabet Rios, Luis Pablo Nicomor Cordoba, Maria Laura Bretal, Maria Ines Paleo ed Eduardo
Morote hanno tutti dichiarato di essere stati ristretti presso il centro di detenzione La Cacha e di aver avuto
così modo di conoscere Laura Carlotto, soprannominata Rita. I testi hanno riferito che Laura era in stato di
avanzata gravidanza e, durante il periodo di detenzione, il 26 giugno 1978, presso l'Ospedale militare di
Buenos Aires, diede alla luce un bimbo, che le venne lasciato solo per alcune ore e poi le venne sottratto.
Hanno anche precisato che Laura, insieme ad un ragazzo di nome Carlitos (identificato per Carlos Lahitte),
venne trasferita dal campo di concentramento, verso le ore 24 del 24 agosto 1978, con la falsa promessa che
sarebbe stata liberata; la ragazza aveva ai piedi un paio di scarpe del tipo "zatteroni" e, prima di essere
portata via, ricevette come ricordo dalla Rios un reggiseno di pizzo nero. Quello stesso reggiseno venne
rinvenuto (e poi riconosciuto dalla Rios) insieme ai resti di Laura, al momento della riesumazione. uno degli
"zatteroni" venne ritrovato con i resti di Carlos Lahitte, che era stato ucciso e seppellito insieme alla ragazza.
Il rinvenimento di questi oggetti ha reso ancor più certa l'identificazione.
Dai certificati di morte di Laura Carlotto e Carlos Lahitte e dagli altri documenti prodotti dal pubblico ministero
(reperiti nel corso delle indagini svolte dall'autorità giudiziaria argentina) risulta che i due giovani, secondo la
versione ufficiale fornita dalla polizia, vennero uccisi in uno scontro a fuoco, nel corso della notte tra il 24 e il
25 agosto 1978, mentre si trovavano all'interno di un'autovettura.
Gli antropologi Morris Vernon Tidball Binz e Dario Mariano Olmo, che procedettero alla riesumazione ed alle
indagini medico-legali sui corpi delle due vittime, hanno invece precisato che la versione ufficiale non era
corrispondente a verità, in quanto delle due vittime, hanno invece precisato che la versione ufficiale non era
corrispondente a verità, in quanto dalle caratteristiche delle lesioni poteva con certezza desumersi che
entrambi erano morti a seguito di colpi di fucile a pallettoni esplosi al volto da brevissima distanza; dallo stato
delle ossa della zona pelvica poteva, inoltre, arguirsi che la Carlotta aveva portato a termine una gravidanza.
In merito alla sottrazione ed al sequestro del figlio di Laura Carlotto ha deposto anche il teste Carlos Anibal
Lopez, il quale ha affermato che il 26 giugno 1978, come militare di leva, svolse un servizio di piantonamento
presso l'Ospedale militare di Buenos Aires, davanti alla stanza dove era ricoverata la Carlotto (che aveva
partorito quella mattina) e, nel pomeriggio, ebbe modo di vedere un uomo che si allontanava per il corridoio,
portandosi in braccio il neonato.
Pienamente provati sono quindi sia l'omicidio della donna che il sequestro del bambino.
Per quanto riguarda il sequestro, deve ritenersi che non sia ancora cessata la permanenza del reato, non
essendo stato acquisito alcun elemento che possa far escludere che il figlio di Laura Carlotto sia ancora in
vita. L'ipotesi più verosimile è che il neonato (come è avvenuto in moltissimi altri casi, riferiti da testimoni e
attestati dalla relazione della Conadep) sia stato affidato in adozione ad un'altra famiglia e che ancora oggi
(ormai quasi ventitreenne) viva con diverse generalità, del tutti ignaro delle sue origini.
La responsabilità di Suarez Mason, in ordine ai due delitti in esame, è da ritenere fondata, oltre che sulle
argomentazioni di carattere più generale esposte nel precedente paragrafo, sulle seguenti ulteriori
circostanze.
Laura Carlotto venne uccisa subito dopo essere stata trasferita dal centro di detenzione La Cacha, che
rientrava nella zona di competenza dell'imputato.
Al momento del trasferimento (secondo una normale prassi, seguita per evitare possibili resistenze da parte
dei prigionieri) venne fatto credere alla ragazza che sarebbe stata liberata e le venne anche suggerito di
lavarsi e di cambiarsi gli abiti. Dopo l'esecuzione venne poi fornita, tramite la polizia, la falsa versione dello




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scontro a fuoco. Questa messa in scena e questo mascheramento della realtà sono stati riscontrati nelle
vicende relative a numerosi altri desaparecidos e sono sintomatici della conformità a precise direttive,
impartite, come di consueto, dal comandante di zona.
Analoghe osservazioni devono farsi in merito al sequestro del bambino, che venne posto in essere presso un
Ospedale militare rientrante nel territorio di competenza di Suarez Mason, con modalità del tutto
corrispondenti a molti altri casi.
Il diretto coinvolgimento dell'imputato, in merito all'assassinio della Carlotto, è dimostrato anche dal fatto che
l'alto ufficiale che venne contattato dai genitori si rivolse proprio a lui per ottenere che venisse loro restituito
quanto meno il corpo della ragazza. E deve presumersi, conseguentemente, che sia stato lo stesso Suarez
Mason a dare disposizioni affinché la richiesta venisse accolta.
In merito all'omicidio di Norberto Julio Morresi, sono state raccolte le testimonianze dei suoi genitori Julio
Alberto Morresi e Irma Scrivo nonché quelle di Rosalina Cardoso (moglie di Luis Mario Roberto, il giovane
che venne ucciso insieme a Norberto) e dei due antropologi Morris Vernon Tidball Binz e Dario Mariano
Olmo.
Si è così accertato che, la mattina del 22 aprile 1976 (meno di un mese dopo il colpo di stato), i due vennero
fermati ad un posto di blocco, mentre si trovavano a bordo di un furgone, sul quale vi erano numerose copie
della rivista "Evita Montonera" (che da pochi giorni era stata messa al bando, perché considerata di contenuto
sovversivo). Subito dopo il fermo, i due giovani vennero condotti in un posto isolato alla periferia di Buenos
Aires (a poca distanza dal punto del posto di blocco) e vennero uccisi con colpi d'arma da fuoco al volto (il
Morresi) e all'addome (il Roberto).
Il fatto venne falsamente descritto in un rapporto di polizia (acquisito agli atti del processo), nel quale si
sosteneva che i due giovani erano stati uccisi in uno scontro a fuoco, dopo che gli stessi avevano cercato di
incendiare il furgone contenente le copie della rivista. La falsità di tali circostanze è chiaramente emersa dalle
deposizioni della Cardoso, che ha parlato di un fermo avvenuto ad un posto di blocco, e degli antropologi
tidball Binz e Olmo, i quali hanno precisato che le lesioni riscontrate sui corpi delle due vittime facevano
chiaramente intendere che i colpi erano stati sparati a breve distanza e non quindi nel corso di uno scontro a
fuoco.
Il luogo dove avvenne il fermo e quello in cui venne eseguito l'omicidio si trovavano sicuramente nella zona di
competenza di Suarez Mason.
Il fatto che, a differenza di quasi tutti gli altri casi esaminati, l'assassinio sia stato commesso subito dopo il
fermo, senza alcuna detenzione, non vale a far ritenere che si sia trattato di un'azione deliberata
autonomamente ed estemporaneamente dagli esecutori materiali, in contrasto con le direttive e gli ordini
impartiti dal comandante di zona. Se così fosse stato, infatti, lo stesso comandante avrebbe dovuto
denunciare il fatto e dare impulso ad un procedimento tendente a punire quei militari che avevano violato le
consegne. Non risulta, invece, che ciò sia stato fatto, ma è emerso al contrario che si cercò di coprire il tutto,
fornendo come al solito, tramite la polizia, una versione ufficiale non corrispondente a verità, con la
simulazione di uno scontro a fuoco e di un tentativo di incendio del furgone.
I due cadaveri vennero poi seppelliti come persone ignote, benché ne fosse ben conosciuta l'identità,
attraverso i documenti e le impronte digitali. E l'identificazione fu possibile solo a distanza di diversi anni,
quando venne ritrovato, in un archivio militare, il fascicolo segreto relativo a quell'operazione.





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Da parte del comando di zona vi furono, quindi, la ratifica e l'approvazione del comportamento degli agenti,
evidentemente perché era conforme ai programmi ed alle direttive impartite, che si prefiggevano
l'annientamento dei presunti terroristi e, soprattutto nel periodo iniziale della dittatura, prevedevano
evidentemente anche l'uccisione immediata, nei casi ritenuti più gravi (come quello di specie, in cui i due
giovani erano stati colti in flagrante, mentre trasportavano materiale considerato di propaganda sovversiva).
Sull'assassinio di Pedro Luis Mazzocchi sono stati sentiti in dibattimento i suoi familiari (il padre Luis, la
madre Nelida Baquè e la sorella Ester Nelida), alcuni compagni di prigionia (Juan Carlos Guarino, Maria
Elena Varela e Isabel Mercedes Fernandez Blanco) e gli antropologi Morris Vernon Tidball Binz e Dario
Mariano Olmo.
Si è così accertato che Pedro Luis, dopo essere stato una prima volta sequestrato, riuscì a fuggire dal luogo
ove era stato portato per essere interrogato; e, anziché rendersi irreperibile, pensò ingenuamente di tornare
alla base aerea dove stava prestando il servizio militare di leva (dimostrando così di non avere nulla a che
fare con movimenti rivoluzionari). Dopo alcuni giorni venne ristretto, segretamente ed illegalmente, a La
Cacha e, prima del trasferimento da tale centro, gli venne fatta scrivere, sotto dettatura, una lettera ai familiari,
per far loro credere che si era reso latitante per motivi politici. Dopo un periodo di detenzione venne ucciso e,
nei documenti ufficiali (rinvenuti dopo il ritorno della democrazia), venne fornita la solita versione dello scontro
a fuoco tra forze di polizia ed elementi sovversivi.
Il cadavere di Pedro Luis venne ritrovato dopo oltre dieci anni e venne sottoposto ad indagini medico-legali, in
base alle quali poté acquisirsi la certezza che le lesioni riscontrate escludevano l'ipotesi dello scontro armato,
in quanto la morte era stata cagionata da colpi di arma da fuoco esplosi a breve distanza; pure in questo caso
il rinvenimento di frammenti di vetro di un parabrezza, insieme ai resti della vitti,a faceva pensare che il fatto
fosse avvenuto all'interno di un'autovettura.
Anche Luis Pedro Mazzocchi, pertanto, fu sicuramente vittima di una esecuzione omicidiaria.
La vicenda è assimilabile, per molti aspetti, a quella di Laura Estela Carlotto. La detenzione è avvenuta nel
centro La Cacha, che rientrava nella zona di competenza di Suarez Mason, così come la base aerea di
Tandil, dalla quale il ragazzo venne trasferito.
Gli accorgimenti usati per rappresentare una situazione diversa da quella reale (invio della lettera ai familiari,
versione del conflitto a fuoco) dimostrano con chiarezza la conformità ad un sistema consueto, seguito in
ottemperanza a precise direttive, certamente impartite dal come comandante di zona.
Pienamente provato è da ritenere quindi, anche per questo delitto, il concorso dell'imputato con gli autori
materiali.
Sulla vicenda di Luis Alberto Fabbri hanno testimoniato la sua convivente Elena Alfaro, sua sorella Maria
Elisa Fabbri ed i compagni di detenzione Eduardo Jorge Kiernen e Anna Maria Di Salvo. La Alfaro e i coniugi
Kiernen hanno dichiarato che il Fabbri fu ristretto presso il centro di detenzione El Vesubio sino al 23 maggio
1977, allorché venne trasferito insieme ad un gruppo di altri prigionieri: a tutti venne detto che sarebbero stati
liberati, ma in realtà si trattò di un traslado e cioè di un viaggio verso la morte.
I testi hanno poi riferito che dopo alcuni giorni venne pubblicato sul giornale "La Nation" un comunicato
ufficiale, a firma del comandante della prima zona militare, con il quale si rendeva noto che proprio il 23
maggio 1977, in uno scontro armato con forze di polizia, erano stati "abbattuti sedici delinquenti sovversivi".
Nell'articolo venivano indicati i nominativi dei presunti criminali e tra questi vi era anche Luis Alberto Fabbri.




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Il corpo del giovane venne ritrovato dai suoi familiari presso il cimitero di Monte Grande, dove era stato
seppellito come persona ignota, insieme agli altri quindici detenuti che erano stati con lui trasferiti dal campo
di concentramento El Vesubio.
Si trattò, anche in questo caso, di una esecuzione senza processo e senza sentenze, e quindi di un omicidio,
dato che il fatto avvenne lo stesso giorno del trasferimento dal centro di detenzione e che, di conseguenza,
non poteva essere conforme a verità la versione dello scontro armato.
La responsabilità di Suarez Mason è da considerare pacifica, non soltanto perché il centro El Vesubio
rientrava nella zona di sua competenza e perché venne ancora una volta usato il metodo della falsa
rappresentazione della realtà, ma soprattutto perché fu lui stesso a firmare il comunicato ufficiale contenente
quella inverosimile versione ed a ratificare in tal modo l'illegale comportamento degli esecutori materiali.
Come è stato esattamente affermato da uno dei difensori di parte civile, quello di luis Alberto Fabbri è stato un
omicidio "firmato" dall'imputato.
Un'ulteriore, anche se non necessaria, conferma del coinvolgimento di Suarez Mason nella vicenda in esame
è rappresentata dalla circostanza (riferita dalla diretta interessata) che fu lui stesso (forse perché stranamente
impietosito per il suo stato) a dare disposizioni affinché Elena Alfaro venisse posta in libertà vigilata, dopo che
era stato ucciso il suo compagno.
In merito all'uccisione di Daniel Jesus Ciuffo hanno deposto, davanti a questa Corte, suo zio Juan Alfonso
Ferrero e i suoi compagni di detenzione Eduardo Jorge Kiernen e Anna Maria Di Salvo.
La vicenda è completamente assimilabile a quella riguardante Luis Alberto Fabbri, che è stata appena
esaminata.
I coniugi Kiernen, infatti, hanno riferito che anche il Ciuffo, insieme a sua moglie Catalina Oviedo, venne
ristretto presso il centro di detenzione El Vesubio e fece parte di quel gruppo di prigionieri che furono oggetto
del traslado di cui si è detto.
I nominativi del Ciuffo e della Oviedo erano inclusi tra quelli apparsi sull'articolo di giornale contenente il
comunicato ufficiale a firma di Siarez Mason.
Valgono quindi le stesse considerazioni esposte a proposito del Fabbri. Anche questo è un caso di omicidio
"firmato" dall'imputato, il quale intervenne personalmente per far diffondere la falsa versione dello scontro
armato.
Secondo il comunicato ufficiale, i "sovversivi" si sarebbero rifugiati all'interno di una casa nella zona di Monte
Grande ed avrebbero ingaggiato con i militari un conflitto a fuoco, nel corso del quale sarebbero stati
"abbattuti".
Il teste Juan Alfonso Ferrero ha riferito, invece, di aver interpellato le persone abitanti nei pressi della casa,
che era stata indicata come il rifugio dei sovversivi, e di aver appreso che quel giorno non vi era stato alcuno
scontro.
I coniugi Kiernen hanno poi dichiarato che, quando essi vennero liberati il 20 maggio 1977, il Ciuffo e la
Oviedo si trovavano ancora ristretti presso El Vesubio; e la teste Elena Alfaro ha precisato che il suo
compagno Luis Alberto Fabbri (insieme agli altri detenuti menzionati nell'articolo di giornale) venne trasferito
dal suddetto centro il 23 maggio 1977 e cioè proprio il giorno del presunto conflitto a fuoco.





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È certo quindi che si trattò di una messa in scena architettata dal Comando di zona per coprire e mascherare
una vera e propria esecuzione, posta in essere nella più completa violazione delle norme vigenti.
Incontestabile, di conseguenza, è il concorso di Suarez Mason, nella veste di mandante.
Sull'omicidio di Mario Marras sono state raccolte in dibattimento le testimonianze di Maria Manca e di Santina
Mastinu.
Si è così appreso che il fatto avvenne sull'isola di Paycaraibí, dove Martino Mastinu, cognato del Marras, si
era ritirato insieme alla sua famiglia, dopo aver lasciato il lavoro presso i cantieri navali Astarsa di Buenos
Aires. Il Mastinu aveva svolto l'attività di sindacalista e, proprio per questo motivo, aveva già subito un
sequestro ed una detenzione illegale prima ancora del colpo di stato militare; sperando di sfuggire a nuove
persecuzioni, si era rifugiato in quell'isola. Il Marras (che, come il cognato, aveva lavorato nei cantieri navali,
senza però impegnarsi direttamente in attività sindacale) era andato a far visita a Martino, insieme alla moglie
Santina, alla figlia Vanina ed ai suoceri Maria Manca e Giovanni Mastinu. Il 22 maggio 1976 un gruppo di
militari fece irruzione a Paycarabí alla ricerca di Martino, il quale riuscì invece a sottrarsi alla cattura,
nascondendosi nella fitta vegetazione dell'isola. Alla vista dei militari, anche il Marras (che pure non era
l'obiettivo dell'operazione) tentò di scappare con la bambina in braccio. I militari fecero fuoco nella sua
direzione e lo colpirono a morte. Dopo un periodo di latitanza, anche Martino Mastinu venne però rintracciato
e, nuovamente sequestrato, venne fatto scomparire.
Sulla base di diverse testimonianze, si è appurato che l'isola dove venne consumato l'assassinio del Marras
rientrava nella sfera di competenza del generale Santiago Omar Riveros, comandante della quarta zona
militare.
Il teste Angel Carmelo Papalia, il quale (come giudice del Tribunale di SanIsidro) tra il 1984 e il 1986 svolse le
indagini sul sequestro e sulla scomparsa del Mastinu, ha riferito di aver accertato che, dopo la fallita
operazione compiuta a Paycarabí, il generale Riveros Affidò alla Prefettura Navale di Tigre (una forza di
sicurezza militarizzata, che era addetta alla custodia delle frontiere e che eseguiva questo genere di
operazioni alle dirette dipendenze delle tre Forze Armate) l'incarico di rintracciare il Mastinu, con la
raccomandazione di utilizzare personale che conoscesse bene i luoghi dove si era nascosto il ricercato. Il
Prefetto Juan Carlos Gerardi eseguì l'ordine, designando il marinaio Alejandro Puertas, che era molto pratico
della zona del Tigre. E lo stesso Puertas, insieme a José Luis Porchetto, Roberto Julio Rossin e Hector Omar
Maldonado, riuscì poi a catturare il Mastinu.
Dalla deposizione del Papalia è emerso che il coinvolgimento della Prefettura Navale nelle ricerche di Martino
Mastinu venne accertato solo con riferimento al periodo successivo all'episodio del 22 maggio 1976,
riguardante la fallita operazione di Paycaraibí.
Anche le testi Maria Manca e Santina Mastinu, d'altra parte, non sono state in grado di precisare a quale forza
appartenessero quei militari che fecero irruzione nell'isola e colpirono a morte il Marras.
Da un documento prodotto da uno dei difensori di parte civile, contenente una dichiarazione resa da certo
Raul Camera davanti al Consolato d'Italia a Buenos Aires, risulta anzi che quei militari vestivano le uniformi
da combattimento dell'esercito argentino.
In ordine all'omicidio di Mario Marras, pertanto, risultano carenti gli elementi probatori acquisiti a carico di
Gerardi, Puertas, Porchetto, Rossin e Maldonado.




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Questi imputati vanno conseguentemente assolti dal delitto in esame, a norma dell'art. 530 comma 2 c.p.p.,
per non aver commesso il fatto.
Pacifica è da ritenere, invece, la colpevolezza di Santiago Omar Riveros. Al riguardo debbono ribadirsi tutte le
argomentazioni esposte, in via generale, nel paragrafo relativo ai poteri ed alle responsabilità dei comandanti
delle zone militari.
Con riferimento a questo specifico episodio criminoso, deve aggiungersi che la diretta partecipazione di
Riveros è dimostrata dal fatto che fu proprio lui a dirigere le operazioni riguardanti le ricerche e la cattura del
Mastinu e ad impartire le opportune istruzioni (circa l'impiego di personale esperto dei luoghi) dopo che il
ricercato, in un primo tempo, era riusciti a fuggire.
Anche in questo caso valgono le considerazioni fatte a proposito dell'omicidio di Norberto Julio Morresi.
Non può, invero, ragionevolmente sostenersi che i militari, che spararono al Marras uccidendolo, abbiano
agito di loro iniziativa e non in esecuzione di direttive ed ordini ricevuti.
Se così fosse stato, infatti, il generale Riveros avrebbe dovuto promuovere un procedimento per punire i
responsabili del crimine; e ciò non risulta che sia mai avvenuto.
Dalle numerose testimonianze raccolte e dalla documentazione acquisita (e particolare rilievo assume al
riguardo il tenore dell'Ordine Operativo Segreto n. 9/77) può desumersi, invece, che gli ordini impartiti dai
comandanti di zona erano quelli di annientare e di distruggere i "nemici", considerando tali anche coloro che
semplicemente simpatizzavano con i presunti sovversivi.
Il Marras non era l'obiettivo principale dell'operazione, ma venne trovato in compagnia del cognato Martino
Mastinu (perseguitato perché sindacalista), su quell'isola dove lo stesso aveva cercato di rifugiarsi per
sottrarsi ad un nuovo sequestro. Per giunta il Marras, quando si accorse della presenza dei militari, cercò di
darsi alla fuga insieme al cognato, dando così un'impressione di complicità. Questo atteggiamento fu
considerato sufficiente per giustificare una risposta con le armi e ciò non comportò sicuramente alcuna
violazione delle direttive ricevute, soprattutto considerando che si era nella prima fase della dittatura militare
(a poco più di due mesi dal "colpe"), quando era ancora molto pressante l'esigenza di usare il massimo rigore
nell'attività repressiva.
Della vicenda di Martino Mastinu hanno parlato diversi testimoni. Sulla sua attività di delegato sindacale
presso i cantieri navali Astarsa e sulla prima detenzione illegale da lui subita (insieme a due compagni di
lavoro) a seguito del sequestro del 5 novembre 1975, hanno deposto i testi Benencio, Zarate, Velarde e
Gastori, i quali hanno fornito il quadro della situazione di quegli anni, riferendo, in particolare, della
persecuzione indirizzata dai militari verso i sindacalisti.
Sulla fase successiva all'operazione di Paycaraibí e all'uccisione del Marras ha testimoniato, con dovizia di
particolari, Santina Mastinu.
Come si è visto, la teste ha riferito del sequestro e delle torture che essa stessa e sua cognata Rosa Zatorre
subirono ad opera dei militari, i quali cercavano di sapere dove si fosse nascosto Martino.
Santina ha anche precisato che i due uomini, che il 16 giugno 1977 presso l'isola di Paycarabí (dove si era
recata per sapere come fosse stato ucciso suo marito) la sequestrarono e la portarono via con
un'imbarcazione della Prefettura Navale di Tigre, in seguito (dopo che era stata liberata) tornarono più volte a
farle visita in casa sua, chiedendole di Martino e minacciandola. Gli stessi uomini, in compagnia di altri due, il
7 luglio 1976 la condussero a forza presso l'abitazione dove si trovava Martino.





51
Nel corso della deposizione, le sono state mostrate le fotografie degli imputati Puertas, Rossin e Porchetto e
la teste ha riconosciuto con certezza, in quella del primo, l'uomo che in tutte le suddette occasioni si era
trovato al comando della pattuglia. Per sottolineare la sicurezza del suo convincimento, ha testualmente
affermato: "la voce di comando, la prepotenza sua non la posso dimenticare; di Puertas sono sicura, perché a
tutt'oggi quando vedo il suo sguardo, mi sembra che addirittura continui a darmi degli ordini".
Osservando la fotografia del Rossin, la teste si è detta quasi sicura del riconoscimento.
Nella fotografia del Porchetto, infine, ha ravvisato molta somiglianza con l'uomo che lei stessa aveva descritto
al giudice Papalia. Riguardo a questo imputato, Santina Mastinu ha poi precisato che lo stesso, la sera del 7
luglio 1976, si trovava alla guida dell'autovettura e venne riconosciuto subito da Martino, in quanto in passato
era stato suo compagno di lavoro presso i cantieri navali Astarsa: quando lo vide, infatti, Martino pronunciò la
frase "Porchetto ma perché mi fai questo? Cosa ti ho fatto io?".
La teste ha poi aggiunto che le indagini svolte dal Tribunale di San Isidro consentirono di accertare che il
sequestro di Martino era stato effettivamente eseguito da Puertas, Rossin e Porchetto e che il quarto
componente della pattuglia era Hector Omar Maldonado.
Tali affermazioni hanno trovato puntuale conferma nelle deposizioni dei testi Angel Carmelo Papalia e Daniel
Frontalini.
Il Papalia, in particolare, ha dichiarato che l'identificazione del Porchetto e degli altri componenti di quella
pattuglia venne resa possibile proprio grazie alla descrizione fatta da Santina Mastinu. Si accertò così che il
Porchetto, prima di passare alle dipendenze della Prefettura Navale di Tigre, aveva lavorato per un certo
periodo presso i cantieri navali Astarsa. Si appurò, inoltre, che il Puertas era stato scelto dal Prefetto Gerardi
proprio perché conosceva bene l'isola di Paycaraibí, dove si era nascosto il Mastinu; e che tutti i componenti
della pattuglia erano della Prefettura Navale, comandata dallo stesso Gerardi.
Il Papalia ha poi precisato che, nel corso degli interrogatori resi presso il Tribunale di San Isidro (nel
procedimento conclusosi con una pronuncia di incompetenza, con trasmissione degli atti alla giustizia
militare), Porchetto, Puertas, Rossin e Maldonado ammisero di aver fatto parte della pattuglia che procedette
alla cattura del Mastinu e si giustificarono sostenendo di aver eseguito gli ordini del Gerardi, mentre
quest'ultimo si difese affermando di avere a sua volta ricevuto l'ordine dal generale Riveros.
La testimonianza del Papalia, ad avviso della Corte, è pienamente utilizzabile, non essendo applicabile il
divieto previsto dall'art. 62 c.p.p., poiché le confessioni degli imputati non possono ritenersi rese "nel corso"
del procedimento né davanti a soggetti investiti di qualifica processuale istituzionalmente preposti, in Italia, a
raccogliere le dichiarazioni degli indagati o degli imputati. Il tenore letterale della norma non consente
un'interpretazione che arrivi ad estenderne l'applicazione alle dichiarazioni raccolte in procedimenti svolti
all'estero. Il carattere eccezionale della norma impedisce, del resto, un'interpretazione analogica.
Santina Mastinu e Maria Manca hanno detto di non aver più avuto alcuna notizia di Martino dal giorno in cui
venne sequestrato da Puertas e dagli altri tre.
Il fatto che il suo corpo non sia stato mai ritrovato non può certo far pensare che non si sia raggiunta la prova
della sua uccisione. La sua posizione, infatti, è assimilabile a quella delle migliaia di desaparecidos.
Se fosse effettivamente riuscito a sopravvivere, non avrebbe avuto alcun motivo di non farsi più vedere dai
familiari, quanto meno dopo il ritorno della democrazia. Egli, del resto, era molto legato alla famiglia e, come
ha riferito Santina Mastinu, si sentiva in parte colpevole della morte del Cognato Mario Marras (che era




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rimasto coinvolto, pur non avendo svolto attività sindacale e solo perché si trovava in sua compagnia) tant'è
che, nell'incontro avuto con la sorella prima del secondo sequestro, si mostrò molto addolorato e si sentì in
dovere di chiederle perdono per quanto era accaduto.
Deve poi considerarsi che i militari, dopo che avevano già sequestrato una volta il Mastinu, si recarono
nell'isola di Paycaraibí per catturarlo di nuovo e non esitarono a fare fuoco contro il Marras che tentava di
scappare. Tali circostanze sono tutte chiaramente indicative del fatto che la loro ferma intenzione era quella di
eliminarlo fisicamente.
Non vi è dubbio quindi che si trattò di uno dei tanti omicidi commessi dai militari, detentori del potere, facendo
a meno di processi e di sentenze.
Sulla responsabilità del Riveros non possono che ripetersi le argomentazioni già esposte a proposito
dell'omicidio del Marras. Deve solo aggiungersi che, secondo quanto dichiarato dal Gerardi e riferito dal teste
Papalia, fu proprio lui ad impartire l'ordine di ricercare e di catturare il Mastinu.
Altrettanto pacifica è da considerare la colpevolezza degli imputati Gerardi, Puertas, Porchetto, Rossin e
Maldonado.
Non può invero, applicarsi nei loro confronti la causa di giustificazione prevista dall'art. 51 c.p., per avere essi
obbedito ad un ordine impartito da un superiore gerarchico.
Anche in Argentina, come in Italia, nessuna scriminante può essere invocata nell'ipotesi in cui venga data
esecuzione ad ordini palesemente illegittimi. E tali erano sicuramente quelli che comportavano torture,
detenzione e uccisioni senza imputazioni e con aperta violazione delle regole che vanno rispettate anche in
tempo di guerra.
Né può dirsi che, disobbedendo ad ordini di questo genere, si potesse mettere a rischio la propria vita, poiché
numerosi testimoni hanno riferito che i militari che si rifiutarono di compiere azioni repressive illegali vennero
semplicemente espulsi dalle Forze Armate oppure (nel caso di svolgimento di concreta attività di opposizione
al regime militare) subirono periodi di detenzione.
Non può sostenersi, inoltre, che Gerardi, Puerta,s Porchetto, Rossin e Maldonado si siano limitati il primo ad
ordinare e gli altri quattro ad eseguire materialmente il sequestro di Martino Mastinu, senza essere
consapevoli della sorte che gli sarebbe toccata dopo averlo consegnato ai militari, per conto dei quali essi
avevano agito. L'incarico di catturare il Mastinu venne affidato ai marinai della Prefettura Navale proprio
perché avrebbero dovuto agire in una zona di loro abituale competenza e nella pattuglia venne inserito anche
il Puertas proprio per la particolare conoscenza dei luoghi.
Essi non potevano quindi non avere appreso quanto era già accaduto nell'isola di Paracaibí e per quali motivi
il Mastinu era ricercato; in particolare, non potevano non essere al corrente del fatto che lo si voleva prendere
a tutti i costi (e per la seconda volta) e che non si era esitato ad uccidere il Marras, solo perché si era trovato
in compagnia del cognato ed aveva tentato di fuggire.
Considerando che in quella situazione si era ammazzato il Marras che non era neppure ricercato, era
assolutamente certo, e non soltanto prevedibile, che un eguale destino sarebbe stato riservato al Mastinu.
Non vi è dubbio pertanto che, da parte del Gerardi e degli altri quattro coimputati, vi fu una piena adesione al
programma criminoso ideato ed organizzato dal Comando di zona.





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D'altra parte, gli stessi imputati, dando esecuzione al sequestro e consegnando il sequestrato alle autorità
militari sovraordinate, svolsero un'attività che ebbe un'efficacia causale determinante ai fini della produzione
dell'evento finale.
Deve sottolinearsi, inoltre, che il Puertas e gli altri esecutori del sequestro, secondo quanto è stato riferito da
Santina Mastinu, rivolsero ripetute minacce a quest'ultima (quando andarono a farle visita a casa) e usarono
brutale violenza nei confronti del sequestrato, tanto che lo stesso, per le percosse ricevute, non riusciva a
stare in piedi da solo quando venne trascinato nell'autovettura, dove lo attendeva la sorella. Tali
comportamenti fanno chiaramente intendere che essi approvavano e condividevano i metodi repressivi usati
solitamente dalla dittatura militare; e da ciò può trarsi un'ulteriore conferma della loro partecipazione, psichica
oltre che materiale, alla consumazione del delitto loro contestato.
13) Le sanzioni
Sulla base degli elementi indicati nei paragrafi precedenti, si è potuta dimostrare la responsabilità di Carlos
Guillermo Suarez Mason e di Santiago Omar Riveros in ordine a tutti i delitti loro contestati: cinque omicidi ed
un sequestro di persona per il primo e due omicidi per il secondo. Per altri cinque imputati, invece, la
pronuncia di condanna deve riguardare solo l'omicidio di Martino Mastinu.
I reati, rispettivamente ascritti a Suarez Mason e Riveros, possono essere unificati nel vincolo della
continuazione, ai sensi dell'art. 81 c.p., essendo ravvisabile l'unicità del disegno criminoso.
Per tutti gli omicidi, fatta eccezione per quello commesso ai danni di Mario Marras, sussiste indubbiamente
l'aggravante della premeditazione, poiché ricorrono sia l'elemento cronologico che quello ideologico.
Alla stregua delle risultanze acquisite, infatti, è ragionevole e logico ritenere che, tra le decisioni adottate dai
Comandi di zona e la materiale esecuzione dei delitti, sia intercorso un apprezzabile intervallo di tempo,
durante il quale le risoluzioni criminose hanno avuto modo di perdurare nell'animo dei mandanti, evidenziando
così la loro capacità delinquenziale.
Sussiste, inoltre, certamente l'aggravante prevista dagli artt. 577 comma 1, n. 4 e 61 n. 4 c.p., essendosi
provato che la consumazione di tutti i crimini venne fatta precedere da crudeltà, comportanti indicibili
sofferenze fisiche e morali per le vittime.
Si è detto quali fossero i poteri e le responsabilità dei due generali, con riferimento non soltanto ai delitti
contestati, ma anche a tutto il sistema repressivo usato negli anni dell'ultima dittatura militare argentina. Si è
poi parlato diffusamente di tutte le atrocità commesse ai danni di decine di migliaia di persone (la maggior
parte delle quali non è in alcun modo coinvolta con il terrorismo), con metodi che sono stati giustamente
paragonati a quelli del regime nazista.
Non si vede, quindi, a quale titolo dovrebbero essere concesse a Suarez Mason e a Riveros le attenuanti
generiche, che pure sono state invocate dai loro difensori. Appaiono ostativi all'applicazione delle attenuanti
previste dall'art. 62 bis c.p., oltre all'estrema gravità dei fatti contestati, anche il comportamento processuale
degli imputati (che si sono rifiutati di difendersi, davanti a giudici italiani, sul merito delle accuse loro rivolte) e
la loro capacità a delinquere (desumibile dalla reinterazione delle condotte criminose, in ordine alle quali sino
ad oggi sono riusciti ad evitare pronunce di condanna in Argentina, grazie a compiacenti ed anomali
provvedimenti di indulto).
Il diniego delle attenuanti rende necessaria, ai sensi dell'art. 577 c.p., l'applicazione, nei confronti dei due
principali imputati, della pena dell'ergastolo.




54
A norme dell'art. 72 c.p., vertendosi in un'ipotesi di concorso di reati comportanti ciascuno la pena
dell'ergastolo, deve disporsi l'isolamento diurno per il periodo massimo di tre anni per Suarez Mason e per il
periodo di un anno e sei mesi (tenuto conto del minor numero di imputazioni) per Riveros.
In considerazione della minore rilevanza della partecipazione concorsuale all'unico delitto loro ascritto, le
attenuanti generiche possono, invece, essere applicate a Juan Carlos Gerardi, Josè Luis Porchetto, Alejandro
Puertas, Roberto Julio Rossin e Hector Omar Maldonado.
Tali attenuanti, considerata comunque l'estrema gravità del fatto, vanno dichiarate equivalenti all'aggravante
contestata per il capo C) dell'imputazione. Tenuto conto di tutti criteri di valutazione indicati dall'art. 133 c.p. e,
in particolare, delle già descritte modalità dell'azione criminosa, deve determinarsi in ventiquattro anni di
reclusione la pena da irrogare a ciascuno dei suddetti imputati.
Tali sanzioni, anche se inflitte nella piena consapevolezza del loro carattere meramente simbolico (dato che
verosimilmente gli imputati non verranno mai in Italia per espiarle), possono rappresentare una risposta, sia
pure tardiva e parziale, alle domande di giustizia ripetutamente avanzate dai familiari delle vittime.
Alle condanne consegue per tutti gli imputati l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, ai sensi dell'art. 29 c.p.,
e l'interdizione legale durante il periodo di espiazione della pena, ai sensi dell'art. 32 c.p.
Deve disporsi, altresì, in applicazione dell'art. 36 c.p., la pubblicazione della presente sentenza, per estratto,
sui quotidiani "Il Corriere della Sera" e "La Repubblica" e mediante affissione nel Comune di Roma.
Tutti gli imputati vanno poi condannati, in via solidale, al pagamento delle spese processuali, ai sensi dell'art;
535 c.p.p.
Suarez Mason, inoltre, deve essere condannato a risarcire i danni patrimoniali e morali subìti, in conseguenza
dei reati contestati ai capi A) e B), dalle parti civili che si sono regolarmente costituite in questo processo ed
hanno concluso nei suoi confronti: Presidenza del Consiglio dei Ministri, Graciela Cristina Wagner de Fabbri,
Ana Teresa Fabbri, Enriqueta Estela Barnes in Carlotto, Claudia Susanna Carlotto, Julio Alberto Morresi,
Claudio Alberto Morresi, Olga Reina Ferrero, Elena Alfaro, Maria Elisa Fabbri, Nelida Baquè, Ester Nelida
Mazzocchi.
Riveros, invece, deve essere condannato a risarcire i danni sofferti, in conseguenza dell'omicidio di Mario
Marras, dalle parti civili Santina Mastinu Marras, Maria Rosa Piras vedova Marras, Vanina Lorena Marras e
Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Lo stesso Riveros, in solido con Gerardi, Puertas, Porchetto, Rossin e maldonado, va condannato, altresì, a
risarcire i danni subìti, in conseguenza dell'omicidio di Martino Mastinu, da Diego Martin Mastinu, Santina
Mastinu, Maria Manca in mastinu, Sebastian Mastinu, maria Ines Mastinu, Presidenza del Consiglio dei
Ministri e Confederazioni Internazionale dei Sindacati Liberi.
La quantificazione dei danni dovrà essere effettuata in separato giudizio civile. Sulla base degli elementi
probatori acquisiti in questo processo, peraltro, può essere liquidata, a favore di ciascuna delle suddette parti
civili che ne ha fatto richiesta, una provvisionale, immediatamente esecutiva, di L. 20.000.000, da imputarsi
alla definitiva liquidazione del danno.
Riguardo alla costituzione di parte civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri, come è stato esattamente
sottolineato dal suo difensore, deve tenersi presente che le violente azioni criminose contestate agli imputati
non soltanto hanno violato i diritti fondamentali e inalienabili dei singoli (diritto alla vita e all'integrità fisica e
morale) e i sentimenti di pietà umana, ma hanno anche comportato una lesione diretta per lo Stato italiano,





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che è stato colpito in uno dei suoi elementi essenziali, il popolo, rappresentato dalla comunità nazionale
emigrata in Argentina. Legittima è quindi la pretesa del Governo di ottenere il risarcimento dei danni morali
patiti in conseguenza della lesione dell'interesse alla tutela della vita, dell'integrità psicofisica e della libertà dei
cittadini all'estero; interesse che va visto anche in relazione ai rapporti internazionali fra Stati, considerando il
pregiudizio all'immagine sofferto dallo Stato italiano rispetto all'esercizio della funzione di protezione dei suoi
cittadini ovunque si trovino.
Altrettanto legittima è da ritenere la pretesa risarcitoria della Confederazione Internazionale dei Sindacati
Liberi, che, in conseguenza dell'omicidio di Martino Mastinu (perseguitato e ucciso proprio alla fine di impedire
lo svolgimento della sua attività di sindacalista), ha subìto la lesione dell'interesse alla libertà
dell'organizzazione sindacale e alla tutela del lavoro in genere, rientranti nelle sue finalità istituzionali.
Tutti gli imputati, infine, sono tenuti in solido a rifondere le spese di costituzione e difesa sostenute dalle parti
civili.
Tali spese vanno liquidate, sulla base dei dati indicati nelle rispettive note, in complessive L. 20.000.000 per la
Presidenza del Consiglio dei Ministri, in L. 82.500.000 (di cui L. 61.000.000 per onorari di avvocato) in favore
delle parti civili assistite dall'avv. Gentili, in L. 95.000.000 (di cui L. 60.000.000 per onorari di avvocato) in
favore delle parti civili assistite dall'avv. Maniga e in L. 67.000.000 (di cui L. 30.000.000 per onorari di
avvocato) in favore delle parti civile assistite dall'avv. Cogodi.
P.Q.M.
Visti gli artt. 533, 535, 538, 539 c.p.p.;
dichiara Carlos Guillermo Suarez Mason e Santiago Omar Riveros colpevoli dei reati loro rispettivamente
ascritti, uniti nel vincolo della continuazione, e li condanna alla pena dell'ergastolo con isolamento diurno per
tre anni per Suarez Mason e per un anno e sei mesi per Riveros;
dichiara Juan Carlos Gerardi, Josè Luis Porchetto, Alejandro Puertas, Hector Omar Maldonado e Roberto
Julio Rossin colpevoli del delitto di omicidio in danno di Martino Mastinu e, con attenuanti generiche
equivalenti alla contestata aggravante, li condanna ciascuno alla pena di anni ventiquattro di reclusione;
condanna tutti gli imputati all'interdizione perpetua dai pubblici uffici e all'interdizione legale durante il periodo
di espiazione della pena;
ordina la pubblicazione della sentenza, per estratto, sui quotidiani "Il Corriere della Sera" e "La Repubblica" e
mediante affissione nel Comune di Roma;
condanna gli imputati, in solido, al pagamento delle spese processuali;
condanna Suarez Mason al risarcimento dei danni, nella misura da liquidarsi in separato giudizio, in favore
delle parti civili Presidenza del Consiglio dei Ministri, Graciela Cristina Wagner de Fabbri, Ana Teresa Fabbri,
Enriqueta Estela Barnes in Carlotto, Claudia Susanna Carlotto, Julio Alberto Morresi, Claudio Alberto Morresi,
Olga Reina Ferrero, Elena Alfaro, Maria Elisa Fabbri, Nelida Baquè, Ester Nelida Mazzocchi, assegnando a
ciascuna delle suddette parti civili persone fisiche una provvisionale immediatamente esecutiva di L.
200.000.000;




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condanna Riveros al risarcimento dei danni, nella misura da liquidarsi in separato giudizio, in favore delle parti
civili Santina Mastinu Marras, maria Rosa Piras vedova Marras, Vanina Lorena Marras nonché della
Presidenza del Consiglio dei Ministri;
condanna lo stesso Riveros, in solido con Gerardi, Puertas, Pochetto, Maldonado e Rossin, al risarcimento
dei danni nella misura da liquidarsi in separato giudizio, a favore di Diego Martin Mastinu, Santina Mastinu,
Maria Manca in Mastinu, Sebastian mastinu, Maria Ines mastinu, Presidenza del Consiglio dei Ministri e
Confederazione Internazionale dei Sindacati Liberi, assegnando a Diego Martin Mastinu una provvisionale
immediatamente esecutiva di L. 200.000.000.
condanna gli imputati in solido alla rifusione delle spese di costituzione e difesa, che liquida in complessive L.
20.000.000 per la Presidenza del Consiglio dei Ministri, in L; 82.500.000 (di cui L. 61.000.000 per onorari) in
favore delle parti civili assistite dall'avv. Gentili, in L. 95.000.000 (di cui L. 60.000.000 per onorari) in favore
delle parti civili assistite dall'avv. Maniga e in L. 67.000.000 (di cui L. 30.000.000 per onorari) in favore delle
parti civili assistite dall'avv. Cogodi.
Visto l'art. 530 cpv. c.p.p.;
assolve Gerardi, Puertas, Porchetto, Maldonado e Rossin dall'omicidio in danno di Mario Marras per non aver
commesso il fatto.
Fissa in giorni 90 il termine per il deposito della motivazione.
Roma, 6 dicembre 2000
Il Presidente Est.
(dr. Mario Lucio D'Andria)

 
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