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 pubblicato il 26 agosto 2001

 

L'incriminazione di Milosevic: processo ad un'epoca?

Walter Giacardi

 
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 Statuto del Tribunale Penale Internazionale per i Crimini commessi nell'ex Yugoslavia

Pubblicazioni Centro Studi per la Pace
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L'arresto ed il successivo trasferimento di Slobodan Milosevic al Tribunale Penale Internazionale per i Crimini nell'ex Yugoslavia (ICTY) rappresentano senza dubbio il primo passo perché egli renda conto dei crimini gravissimi dei quali è accusato. Grandi proclami hanno sottolineato come, in gran parte del mondo, si sia soddisfatti di sapere che non sia più un fuggitivo in libertà: un avvenimento importante per la stabilità dei Balcani, così come le iniziative concrete prese dalle autorità serbe per cooperare con la Corte ONU un segnale positivo che faciliterà il rispetto da parte della Jugoslavia dei suoi obblighi di politica estera.
 
Restano da sottolineare però alcuni elementi chiave, forse meno evidenti ma altrettanto rilevanti per i concreti sviluppi di una situazione che, sul piano della giustizia internazionale, resta ancora estremamente confusa.
 
Una svolta repentina
Dopo tanta attesa, all'improvviso un lampo: tre mesi in cui si sono susseguiti velocemente la cattura e la consegna all'ICTY dell'ex Presidente della Repubblica Federale Jugoslava (FRY). Il suo arresto è stato vissuto in un clima di generale indifferenza, nessuno ha sparso lacrime ma non si sono sentite grida di gioia, come si trattasse dell'ultimo atto di un copione già scritto da altri, mentre fino a pochi giorni prima del suo arrivo all'Aja il Ministro della Giustizia jugoslavo Batic sosteneva che a Belgrado non esistesse una legge per l'estradizione dei propri cittadini ad un tribunale straniero.
 
Il sospetto è che tutto ciò, ed in particolar modo la vicenda del trasferimento, sia stato accelerato dalle pressioni che il governo serbo ha ricevuto dalla Conferenza ONU dei Paesi impegnati nella ricostruzione dei Balcani, che ha definito "non negoziabili" gli accordi di cooperazione e posto come condizione al ricevimento degli aiuti la collaborazione dell'esecutivo jugoslavo con la giustizia internazionale. La fine politica di Milosevic appare in tal modo più un atto di subordinazione economica del Primo Ministro Djindjic all'occidente che una presa di coscienza delle atrocità belliche del recente passato, facendo dell'ex dittatore un'ulteriore mancata occasione per affrontare collettivamente e criticamente la propria storia.
 
Da sottolineare, inoltre, lo scontro di potere all'interno del governo federale e repubblicano ed il ruolo ambiguo della polizia alla base dell'arresto. Chi lo ha ordinato? E chi controlla in questo momento in Serbia le forze dell'ordine? E' facile leggere nello svolgimento di questa "crisi" uno scontro tra il Presidente Kostunica ed il filo-occidentale Djindjic. La sensazione e' che quest'ultimo voglia accreditarsi come regista dell'operazione contro un Kostunica che deve aver fatto da freno e che continua a volersi assicurare gli ex sostenitori dell'SPS.
 
I veri retroscena politici di questo avvenimento, le negoziazioni, le promesse, le responsabilità, forse non li sapremo mai: segnale importante e positivo del nuovo corso democratico jugoslavo è che il tutto sia avvenuto senza spargimenti di sangue.
 

 

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L'imputato si ritiene colpevole? "Questo è un problema vostro"
Alla prima udienza dello scorso 3 di luglio, questa è stata certamente la risposta più inusuale che Milosevic potesse dare a Richard May, Presidente dell'ICTY. La sua presa di posizione sulla presunta incompetenza dei giudici a cui è sottoposto ha riaperto il dibattito sulla legittimità dei tribunali internazionali: si intravede uno dei nodi legati al processo sui crimini contro l'umanità nella ex Jugoslavia, il riconoscimento di una giustizia senza confini su cui pesare la storia di intere nazioni.
 
L'azione delle attuali corti "regionali" internazionali è in effetti legata a troppe componenti occasionali ed interessi contingenti. Slobodan Milosevic non è il solo a essere sospettato di aver commesso crimini contro l'umanità e l'ex Jugoslavia e il Rwanda non sono gli unici Paesi in cui questi si sono consumati. Un tribunale internazionale permanente già esiste, è stato negoziato a Roma nel 1998, ma pochissimi Stati lo hanno ratificato e fra questi non ci sono gli Stati Uniti: si rischia di configurare un quadro in cui si presenta una giustizia trasnazionale zoppa, "politicamente corretta", che vale per alcuni ma non per altri. Per questo Putin non verrà mai processato, lo stesso discorso vale per chi governa la Cina ("premiata" con l'assegnazione dei giochi olimpici del 2008): quando invece uno Stato è piccolo e devastato, allora si può salire in cattedra e diventare moralisti.
 
Milosevic l'ha capito, ed ha utilizzato l'udienza di comparizione per contestare la legittimità del Tribunale ONU ancor prima che evidenziare il carattere mercantile della sua estradizione: negare credito istituzionale alla Corte gli servirà poco, ma gli ha permesso di fare silenzio sui crimini che gli sono attribuiti.
 
Anche nell'ottica di far guadagnare in credibilità l'ICTY, il Procuratore Carla Del Ponte ha annunciato che renderà pubblico, nell'autunno prossimo, un secondo atto d'accusa concernente il periodo di guerra in Bosnia Herzégovina e che tratterà (anche) dei crimini commessi contro i Serbi in Croazia. Anche l'effettiva considerazione dell'azione NATO dovrà essere un'urgenza, così come il dibattito sulle responsabilità dei governanti occidentali nell'avanzamento della guerra: l'azione del Tribunale dell'Aja non può che guadagnare in coerenza dall'allargamento delle proprie indagini. L'ICTY pare oggi essere espressione di un sentire comune di molti Paesi occidentali, ma per essere il primo passo verso il funzionamento di una corte permanente sarà essenziale reclamarne l'indipendenza finanziaria e politica dalle grandi potenze, dalle diplomazie e dagli equilibri politici.
 

 

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Il gioco delle responsabilità
Da mesi Belgrado è tappezzata da manifesti giganti in cui su Milosevic, e solo su di lui, viene fatta ricadere la responsabilità delle guerre, della povertà, del mancato sviluppo della democrazia: insomma di tutto quello che è avvenuto in questi ultimi dieci anni. Lui era il centro di tutto, il padre e il padrone della Jugoslavia. Milosevic comunista, nazionalista, affarista. E ora traditore.
 
Lontano da aprire gli occhi del proprio popolo sui crimini commessi in nome della "grande Serbia", il destino dell'ex dittatore rappresenta un paravento per tutti quelli che rimproverano all'Ancien Régime di Belgrado non di aver dato impulso alla guerra ed alle politiche di pulizia etnica, ma di aver perduto il Kosovo. Il bagno di autocoscienza verso cui la regione balcanica deve avviarsi continua a svolgersi ambiguamente, annunciando accuse sempre più pesanti contro Milosevic e i suoi, che incarnano l'orrore di un decennio di sangue, mentre per i nipoti di Josip Broz Tito tarda il momento di incamminarsi verso un vero rinnovamento spirituale.
 
Per i serbi è necessario un processo di denazificazione delle coscienze, proprio come è avvenuto dopo il '45 in Germania: lo stesso discorso vale anche per i croati, beninteso, moltissimi cittadini devono ancora affrontare la verità di quel che realmente è accaduto in questi dieci anni. Troppi criminali di guerra sono ancora considerati eroi, la gente deve capire che non lo sono affatto, che si tratta solo di volgari sterminatori, accantonare l'orgoglio nazionale ed il nazionalismo, ma soprattutto guardare in faccia la verità, prenderla di petto. Se si parla con il popolo, pochi o nessuno ammetterà di aver sparato al suo vicino di casa, o che il vicino ha sparato a lui: tutti raccontano la stessa storia, ovvero che qualcuno è venuto, ha ucciso e se n'è andato. Sembra che la guerra sia stata imposta, non causata da odi immanenti: affrontare la verità vuol dire riconoscere le responsabilità e ogni persona perbene deve impegnarsi a farlo. Tutte le parti dell'ex Jugoslavia saranno prima o poi parte dell'Unione Europea, non solo in termini geografici: ciò avverrà senz'altro grazie ai giusti, non a chi pecca di memoria storica (recente).
 

 

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Le rivelazioni pericolose
In una memoria difensiva Milosevic ha dato un primo saggio dei veleni che la sua loquacità potrebbe spargere in Serbia, Bosnia, Croazia, Europa e Stati Uniti. Ha confessato che parte del bilancio statale era usato per finanziare l'esercito serbo-bosniaco, cioè per sostenere politiche di sterminio e di stupro affidate per l'esecuzione alle soldataglie di Arkan, Karadzic e Mladic. Cosa nota, indubbio, che avrà conseguenze pericolose per Belgrado, che si troverà di fronte a grandi richieste di risarcimenti di guerra da parte della Croazia e della Bosnia: ma se l'accusato farà i nomi di coloro che erano al corrente di quei finanziamenti segreti e ne condividevano l'impiego, quanti fra gli attuali membri di governo, generali e poliziotti tuttora in carica, esponenti dell'opposizione, potranno essere coinvolti e travolti dalla chiamata di correo? Quanti mostri sacri delle diplomazie mondiali, passati e presenti, potrebbero vedersi compromessi da insinuazioni o magari prove di connivenza con gli esecutori delle atrocità belliche?
 
L'iter giudiziario dalla Serbia all'Olanda rischia di trasformarsi in un terremoto politico mettendo a repentaglio poltrone e reputazioni insospettabili e fino a ieri intoccabili, facendo emergere trame affaristiche, complicità, sostegni offerti sottobanco al maggiore criminale di guerra di fine secolo. Ecco perché il sollievo dei leaders mondiali successivo all'arresto ed alla estradizione dell'ex dittatore può lasciar spazio a qualche timore: la mina vagante che oggi è Milosevic rischia di seminare ansia e discredito anche in delicati settori del mondo occidentale.
 
E' stato l'embargo, paradossalmente, l'affare più clamoroso per spregiudicati politici e uomini d'affari. Lo scenario interno e internazionale che ha favorito la distruzione e l'arricchimento di pochi ha sullo sfondo la guerra, che è stata fatta finché a qualcuno è stata utile dal punto di vista economico. Le ragioni ideologiche ed il mito della Grande Serbia hanno riscaldato i cuori per pochi mesi, fino all'estate del 1992, tre mesi dopo l'inizio dell'assedio di Sarajevo: poi è stata principalmente un affare.
 
Ci sono segreti inconfessabili, affari enormi in cui Milosevic rappresenta il centro della tela: fin dall'inizio lui ed i suoi fedelissimi capiscono che le sanzioni internazionali faranno schizzare alle stelle i loro personali guadagni, elaborano così un progetto e lo finanziano. Un intreccio di politici, militari, poliziotti e banche: il regime era arrivato a registrare fino a 500 filiali di industrie di Stato, per i gerarchi era già pronta una rete di aiuti finanziata con scrupolo in questi anni, analoga a quella che ha permesso a molti luogotenenti nazisti di scomparire impuniti nel secondo dopoguerra. E' difficile fare un calcolo di quanto una piccola élite possa aver rubato al popolo serbo dopo aver utilizzato lo strumento del nazionalismo per dare il via alle guerre: un sistema quasi perfetto, crollato per troppa arroganza e cupidigia.
 

 

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E ora?
Con l'inizio del processo a Milosevic forse finisce il dopoguerra serbo e si apre la stagione della verità. Sono per primi i suoi connazionali a presentare il conto al dittatore ed al suo clan: l'accusa, in pratica, è di "tradimento", di aver criminalizzato un intero popolo. Questo tuttavia non basterà a mettere fine alle questioni balcaniche.
 
L'Europa dovrà progettare un piano di aiuti tesi a ricostruire tutte le devastazioni della guerra e soprattutto a promuovere uno sviluppo socialmente equo ed ambientalmente compatibile. E in attesa che gli eventi a Belgrado si chiariscano, bisogna continuare a dare fiducia alla giovane democrazia serba, che ha mostrato maturità nel consegnare il suo ex Presidente alla Corte ONU: non bisogna infatti dimenticare che, se Milosevic non fosse stato delegittimato dall'elettorato e consegnato all'Aja dal governo, non sarebbe successo niente. Ciò significa anche che, finché i criminali sono saldamente al governo dei loro Paesi, è difficile intervenire per garantire una vera giustizia sovranazionale: a questo, però, non può porre rimedio la "piccola" Serbia né un tribunale come l'ICTY, bensì solamente la Comunità Internazionale tutta.
 

 

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